Alessandro Fambrini, Friedrich Nietzsche. La prima ricezione

FambriniAlessandro Fambrini

Friedrich Nietzsche
La prima ricezione

Roma, Istituto Italiano di Studi Germanici, 2014

Nell’ambito della ricezione di Friedrich Nietzsche fu importante il ruolo di alcuni autori e intellettuali scandinavi come il danese Georg Brandes e lo svedese Ola Hansson, che furono tra i primi a occuparsi di Nietzsche e a presentarlo al pubblico europeo con articoli e rassegne pubblicati sulle riviste tedesche di più ampia diffusione tra il 1889 e il 1893. La prima ricezione di Nietzsche si configura dunque come un fenomeno scandinavo prima che tedesco. L’obiettivo di questo studio è di recuperare le fonti nordiche, dimenticate a causa del rapidissimo evolversi delle fortune nietzscheane in Germania.

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Robert Musil, Unioni

Robert Musil

Unioni

a cura di Magdalena M. Rasmus

Roma, Istituto Italiano di Studi Germanici, 2014

Tre celebri novelle di Robert Musil, già pubblicate in Italia a partire dagli anni Sessanta, vengono qui riproposte all’interno di una più ampia riflessione dell’autore sulla novella come genere letterario. Negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione del Törleß il giovane Musil intraprende un tormentato percorso di studio e di analisi vòlto alla definizione di un proprio stile di scrittura. Questo intenso e sofferto lavorìo trova nella novella il proprio campo d’azione privilegiato, una sorta di accidentato terreno di esercitazione sul quale lo scrittore misura insieme le proprie capacità e la propria stessa vocazione. Continue reading

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Thomas Mann als Essayist

Thomas Mann als Essayist

Internationales Forschungskolloquium Messina 2012

Hrsg. von Jutta Linder und Thomas Sprecher
Frankfurt/M, Klostermann, 2014, 230 S.
Thomas-Mann-Studien 48

Neben seinem dichterischen Schaffen ist auch Thomas Manns essayistische Produktion überaus reich gewesen. Welches Ausmaß sie ber letzten Endes gehabt hat, zeigt sich – im Zuge des Voranschreitens der Großen kommentierten Frankfurter Ausgabe – erst in unseren Tagen.

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Walter Benjamin, Breve storia della fotografia

Valentina Savietto

Walter Benjamin, Breve storia della fotografia, trad. e a cura di Sabrina Mori Carmignani, Bagno a Ripoli (Firenze), Passigli Editori, 2014, 96 p.

Benjamin FotografiaDalla seconda di copertina (estratto): «Può forse apparire singolare che uno studioso del calibro di Walter Benjamin si avventurasse nel 1931 a stilare la storia di una tecnica, quale quella fotografica, che non aveva allora che un centinaio d’anni o poco più, avendo Niépce e Daguerre fondato solo nel 1829 la prima società per lo sviluppo delle tecniche fotografiche. E ancora più singolare che il filosofo tedesco già parlasse in queste sue pagine di periodo d’oro e di declino dell’arte fotografica. Continue reading

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Hölderlin, l’Italia e la musica

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Domani ha inizio la trentaquattresima conferenza biennale della Hölderlin-Gesellschaft: fino a domenica 15 giugno esperti e appassionati discutono del tema Hölderlin und die Religion a Costanza.

Sempre più ampio è il contributo italiano agli studi sul poeta svevo — in quest’occasione, ad esempio, sono fra i relatori Luigi Reitani e Mariagrazia Portera. Sono ormai cent’anni che studiosi nostrani indagano Hölderlin, ancora più indietro datano le prime traduzioni e i primi casi di transfer interculturale. Proprio un anno fa, la fondazione della sezione italiana della Hölderlin-Gesellschaft (Roma, Istituto Italiano di Studi Germanici)  e il contestuale convegno internazionale “Friedrich Hölderlin in Italia: poesia, pensiero, ricerca” / “Friedrich Hölderlin in Italien: Dichtung, Denken, Forschung” hanno segnato un importante momento di riflessione sui vari rapporti fra il poeta e il nostro paese.

A documentazione del convegno è nato un numero speciale della rivista internazionale online open-access “Studia theodisca”, Hölderliniana I, curato da Elena Polledri e da me. Il volume, in due lingue, è uscito in questi giorni e raccoglie in tre sezioni testi, studi e recensioni (qui l’indice, qui la premessa; tutti i materiali sono scaricabili liberamente in .pdf).

Tra i vari contributi, riporto qui sotto il discorso inedito di Giorgio Vigolo Quali musiche suonò Hölderlin, che il poeta romano tenne proprio all’Istituto Italiano di Studi Germanici nel 1966. L’edizione è a cura di Giovanna Cordibella.

M.C.

 

Intendiamo qui proporre un problema, invitare a una ricerca su un aspetto abbastanza sibillino della vita di Hölderlin. A quanto almeno ci risulta, questo problema è stato poco indagato e forse nemmeno posto nei suoi termini più elementari ed empirici. Quali musiche suonò Hölderlin? Quali strumenti, quali autori, quali opere di musicisti?

Sul poeta, sulle sue liriche, sui suoi inni, sulla tragedia Empedokles, sul romanzo epistolare Hyperion, sui suoi frammenti estetici e filosofici si è scritto in questi ultimi cinquant’anni forse più che su qualunque altro poeta, biblioteche intere di letteratura critica ed esegetica, non solo in Germania, ma anche in Francia e in Italia. Hölderlin è stato in un certo senso il poeta prediletto e il più citato anche dai filosofi del Novecento, da esistenzialisti e fenomenologi, basti qui ricordare, con Jaspers, il solo nome di Martin Heidegger. Di Hölderlin sono stati studiati a fondo i rapporti con l’idealismo filosofico, con Hegel e Schelling, con i Romantici, con Schiller e Goethe, con la Grecia e col Cristianesimo e perfino con Ignazio da Loyola. Quando si apre l’Hyperion e si legge il motto in epigrafe «Non coerceri maximo, contineri minimo divinum est», si pensa piuttosto a una massima di estetica, di poetica, a un principio di stile; pochi ricordano che sono le parole scritte sulla tomba di Loyola.

Continua a leggere in .pdf

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Timur Vermes, Lui è tornato

Valentina Savietto

Timur Vermes, Lui è tornato, trad. di Francesca Gabelli, Milano, Bompiani, 2013, 448 p.

Lui è tornato

Dalla seconda di copertina (estratto): «È l’estate del 2011. Adolf Hitler si sveglia in uno di quei campi incolti e quasi abbandonati che ancora si possono incontrare nel centro di Berlino. Egli non può fare a meno di notare che la guerra sembra cessata; che intorno a lui non ci sono i suoi fedelissimi commilitoni; che non c’è traccia di Eva. Continue reading

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Berlino alla fine della storia

[Segnalo questo lungo saggio, sanamente ambizioso, uscito su Le parole e le cose. Interessanti anche i commenti che ha suscitato. M.S.]

Guido Mazzoni

1. La città allegorica

Berlino è la vera città allegorica del XX secolo, il luogo in cui si sono scontrate fisicamente le tre forme di vita che, nel corso del Novecento, hanno cercato di governare le enormi masse umane generate dalla rivoluzione industriale, dalla tecnica e dall’esplosione demografica moderna. A Berlino si sono combattuti il più grande conflitto palese e la più grande guerra latente della storia; a Berlino il fascismo, il comunismo e la Western way of life hanno lasciato una traccia di sé nella forma delle strade e delle case. Negli anni Trenta Hitler e Speer progettavano di distruggere e rifondare la capitale grande-borghese dopo averla conquistata politicamente; fra il 1943 e il 1945 gli inglesi, gli americani e i russi avrebbero raso al suolo l’architettura nazista e l’architettura grande-borghese, distruggendo una città che la Germania Est e la Germania Ovest avrebbero poi ricostruito secondo visioni del mondo contrapposte, ma unite dalla grammatica edilizia del modernismo povero, quella che ha edificato tutte le periferie europee nel secondo dopoguerra, mentre le periferie del Terzo mondo crescevano secondo la grammatica della baraccopoli, che dilagherà ovunque nel XXI secolo neoliberista. Poi, all’inizio degli anni Sessanta, il socialismo reale avrebbe sventrato la città pur di impedire ai propri cittadini di passare alla Western way of life, costruendo una delle più grandi fortificazioni mai edificate in ambiente urbano, e creando la frontiera simbolica dove la guerra fredda che fra il 1945 e il 1989 ha diviso il pianeta sarebbe diventata, per quasi tre decenni, un conflitto visibile. Continue reading

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La questione della Questione del sergente Grischa

Grischa[Sul n. 6 di tradurre, la rivista diretta da Gianfranco Petrillo, si possono leggere tra l'altro l'intervento di Bruno Berni sul Perché ritradurre Andersen, la recensione di Barbara Ivančić al volume Karl Kraus e Shakespeare. Recitare, citare, tradurre (Quodlibet 2012) di Irene Fantappiè, e un articolo di Natascia Barrale sulla vicenda italiana del Grischa di Arnold Zweig, di cui riportiamo l'incipit. M.S.]

Natascia Barrale

Negli anni trenta i lettori italiani mostravano di apprezzare i toni nuovi e realistici dei romanzi stranieri giunti in traduzione sugli scaffali delle librerie. In cima alle classifiche di vendita, tra gli altri, vi erano i romanzi di guerra tedeschi, che raccontavano il primo conflitto mondiale visto con gli occhi del nemico perdente. Mondadori da qualche tempo stava cavalcando l’onda del successo delle narrative straniere e, nello stesso anno in cui si dedicò in prevalenza ai capolavori ottocenteschi con la collana «Biblioteca romantica», cominciò a sfruttare la nuova moda e a rivolgere l’attenzione anche alle novità letterarie contemporanee, creando una collana ad hoc. Continue reading

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Ritualità massonica nella letteratura della Goethezeit

Gianluca PPaolucciaolucci

Ritualità massonica
nella cultura della Goethezeit

Roma, Istituto Italiano di Studi Germanici, 2014

Premio Baioni 2012-2013
per la sezione tesi di dottorato

La massoneria ha caratterizzato la vita politica, sociale e culturale dell’Europa del Settecento, influenzando anche l’opera di intellettuali, artisti e scrittori. Questo studio analizza le modalità con le quali la letteratura europea, e in special modo la tedesca, tra Sette- e Ottocento, ha rielaborato narrativamente ed esteticamente motivi e tematiche provenienti dall’ambito massonico. Con lo sguardo rivolto alle dottrine e alle pratiche rituali libero-muratorie e alla nascente cultura dei media nel Settecento, nel libro si dimostra come i dibattiti del tempo siano stati interpretati quali veri e propri rituali che intendevano coinvolgere i lettori o gli spettatori nell’ “esperienza” che avveniva nello spazio segreto ed “eterotopico” delle logge. In tal senso, si individuano significativi nessi tra le pratiche iniziatiche massoniche e quelle letterarie proprie della Goethezeit.

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Il narrare dialettico di Uwe Johnson: una lettura di Jahrestage

Sabine Schild-Vitale

Dalle prime bozze, databili all’anno 1967, fino alla pubblicazione del quarto volume di Jahrestage nel 1983 sono intercorsi sedici anni. I capitoli del romanzo di Uwe Johnson (1934-1984) consistono in annotazioni quotidiane, che coprono un intervallo cronologico esteso dal 20 agosto 1967 fino al 20 agosto 1968 – giorno dell’invasione sovietica nella Praga di Dubček. In essi si narra dalla vita di Gesine Cresspahl e di sua figlia Marie, che vivono a New York. Gesine e il “Genosse Schriftsteller”, il “compagno narratore”, raccontano entrambi, in una specie di sodalizio, il presente, ossia la vita nella metropoli americana, mentre, al contempo, Gesine narra alla figlia la storia della propria famiglia nel Meclenburgo durante il dodicennio nero e l’immediato dopoguerra, squarci di giovinezza nella Germania orientale.

Prendiamo le mosse dalle parole con cui Italo Calvino chiude il suo saggio «La sfida del labirinto» del 1962: “La Germania divisa in due immagini speculari ed estreme del nostro tempo, è presa da Uwe Johnson come tema del suo realismo a rifrazioni multiple, attraverso un freddo caleidoscopio di frantumazioni linguistico-ideologico-morali.”[1] Calvino attribuisce qui alla poetica di Johnson il valore di una risposta al processo che cerca di stabilire un nuovo equilibrio tra l’uomo e il mondo delle cose – dopo che la rivoluzione industriale ha causato un trauma dal quale “la filosofia, letteratura [e] l’arte [...] non si sono ancora riavute”. Nel solco di quanto qui viene affermato, io leggerei nella poetica johnsoniana non solo un esempio paradigmatico per il processo delineato da Calvino, ma quasi un’inevitabile conseguenza, l’espressione di uno spostamento che, dal paradigma della profondità, giunge ad uno che vede i fenomeni – anche, e soprattutto, quelli culturali – su un piano schiettamente monodimensionale, ovvero di superficie. Continue reading

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Cfp: La traduzione come genesi e palingenesi della letteratura (TICONTRE)

[Pubblichiamo qui di seguito il Call for papers per la Sezione monografica della rivista TICONTRE. TEORIA TESTO TRADUZIONE, curata da Paola Cattani, Matteo Fadini e Federico Saviotti e dedicata al tema «In principio fuit interpres: la traduzione come genesi e palingenesi della letteratura». M.S.]

È noto che all’inizio di nuove tradizioni di lingua scritta e letteraria, fin dove possiamo spingere lo sguardo, sta molto spesso la traduzione: sicché al vulgato superbo motto idealistico in principio fuit poëta vien fatto di contrapporre oggi l’umile realtà che in principio fuit interpres, il che significa negare nella storia l’assolutezza o autoctonia di ogni cominciamento.
Gianfranco Folena, Volgarizzare e tradurre, Torino, Einaudi, 1994

La traduzione ha avuto storicamente un ruolo cruciale nella nascita e nello sviluppo delle principali letterature dell’Europa occidentale. Talvolta, come a Roma con l’Odusia di Livio Andronico, la traduzione dell’opera capostipite di una grande cultura letteraria viene emblematicamente a svolgere una funzione fondativa nei confronti di una nuova letteratura, giocando tra emulazione dell’ipertesto e ibridazione linguistica e culturale. Continue reading

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Alfred Döblin, Amleto


Alfred Döblin

Amleto
La lunga notte sta per finire

traduzione di Liselotte Grevel

Firenze, Edizioni Clichy, 2014, 700 p.
Collana Père Lachaise
[sfoglia le prime pagine]

Dalla presentazione editoriale: “A cinquantasei anni dalla morte di Alfred Döblin, Edizioni Clichy propone la prima traduzione italiana del suo ultimo romanzo, Hamlet oder Die lange Nacht nimmt ein Ende, scritto tra il 1945 e il 1946, poco prima del suo rientro in Germania. Attraverso il personaggio di un soldato inglese, Edward Allison, che torna a casa dopo la guerra, mutilato e in preda ai fantasmi del passato, Döblin dà voce a una serie di interrogativi sulla vita e la morte, sul male e le sue responsabilità, e soprattutto sulla realtà e la finzione nel mondo in cui viamo. Come l’Amleto shakespeariano infatti Edward si dedica ossessivamente alla ricerca della verità, finendo per sconvolgere l’equilibrio già precario della sua famiglia e facendo riemergere conflitti che sembravano sepolti tra sua madre, la dolce ma determinata Alice, e il padre scrittore, il burbero ed enigmatico Gordon Allison. Continue reading

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Morte a Venezia: Mann/Visconti

Th. MannMorte a Venezia
Thomas Mann / Luchino Visconti
Un confronto

a cura di Francesco Bono
Luigi Cimmino, Gioegio Pangaro

Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014, 238 p.

La Morte a Venezia, romanzo breve (o, se si preferisce, racconto lungo) è senza dubbio uno dei capolavori della narrativa del ’900. Qui Thomas Mann, con sublime magistero, tratta quello che forse è il tema fondamentale della sua opera, e cioè il conflitto irresolubile tra arte e vita. Gustav von Ashenbach, scrittore, artista quindi, incarna la lotta interiore, lotta che non può aver termine, tra l’ascetica morale borghese e le mai definitivamente domabili pulsioni del profondo. Morte a Venezia, il film che dal testo manniano ha tratto Luchino Visconti, ne riprende la lezione in maniera quasi fedelissima. Di fatto è in quel quasi che sta la motivazione del testo che presentiamo come ulteriore capitolo della serie «corpo a corpo». Continue reading

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I cento anni di George Tabori

Copertina TaboriIn questo maggio 2014, per l’esattezza il 24, George Tabori avrebbe compiuto cent’anni.

Il Berliner Ensemble lo ricorda da domenica 18 fino al giorno del compleanno con una settimana di presentazioni, spettacoli, filmati ed eventi. Già qualche settimana fa ha debuttato una nuova produzione della pièce che lo rese famoso a fine anni Sessanta, Die Kannibalen (la contrita regia di Thiedemann, devo dire, non ha convinto pienamente). La ripresa di messinscene di repertorio (imperdibile fra le altre quella dell’esilarante e nerissimo Mein Kampf), spettacoli ospiti (c’è attesa per Die Demonstration, che arriva dal Théâtre  National du Luxembourg dove andò nel 2011 in prima assoluta), l’esecuzione di audiodrammi, la proiezione di pellicole e materiali d’archivio, una mostra fotografica si susseguono e sovrappongono fino alla festa-omaggio di sabato 24.

Tabori campeggia in questi mesi anche in altri teatri tedeschi, trasmissioni radiofoniche lo ricordano, sia Wagenbach che Steidl hanno (ri)stampato i suoi testi narrativi e drammatici (almeno le pagine autobiografiche di Autodafé sarebbero certamente da tradurre in italiano). Continue reading

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Cfp: Bioestetiche / biopoetiche per “Prospero”

[Pubblichiamo volentieri il call for papers inviatoci da Maurizio Pirro. M.S.]

Bioestetiche / biopoetiche.
Per una considerazione organica delle pratiche finzionali

Il recente incremento di studi di biopoetica è innanzi tutto il risultato di un’accensione di interesse per le implicazioni estetiche di alcuni aspetti delle teorie darwiniane. Al più tardi nel Descent of Man (1871), Darwin costruisce sui processi di selezione sessuale, che chiamano in causa la competizione tra individui maschi della stessa specie per garantirsi il favore delle femmine, una teoria generale sulla funzione adattativa dell’estetico. Di qui si sono generate diverse interpretazioni circa il formarsi negli esseri umani di una disposizione alla pratica dell’arte e circa l’esistenza di “strutture poetogene” di ordine antropologico. La più nota e influente tra queste interpretazioni si deve agli psicologi evoluzionisti americani John Tooby e Leda Cosmides (The Psychological Foundations of Culture, in The Adapted Mind. Evolutionary Psychology and the Generation of Culture, a cura di Jerome H. Barkow Leda Cosmides e John Tooby, 1992, pp. 19-136; Does beauty build adapted minds?, in «Substance», 94/95, 2001, pp. 6-25) . I due hanno indagato il legame tra la capacità formativa come si manifesta nell’esercizio dell’estetico e uno dei tre livelli di fitness da loro messi in relazione ai procedimenti evolutivi, la fitness mentale. Le pratiche finzionali avrebbero la capacità di organizzare il reale secondo modalità di complessità crescente e dunque utili a sollecitare singole facoltà adattative in una versione, per così dire, simulata e potenziale, secondo ciò che Tooby e Cosmides definiscono “organizational mode”. Il germanista tedesco Karl Eibl (Animal poeta. Bausteine der biologischen Kultur- und Literaturtheorie, 2004) ha variato questo schema suggerendo l’esistenza di una “modalità ludica” alla quale l’arte dovrebbe far capo: l’esercizio estetico garantirebbe una migliore resistenza allo stress generato dalle pratiche di sopravvivenza e dunque un vantaggio adattativo.  Continue reading

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