L’Idea della bella letteratura alemanna di Bertola

Con la riedizione del primo studio storico-critico di un italiano sulla letteratura tedesca si inaugura una nuova collana di Mimesis: Alemanna. Storia della cultura tedesca in Italia.

Aurelio de’ Giorgi Bertola

Idea della bella
letteratura alemanna

a cura di Maurizio Pirro

Milano, Mimesis, 2016
Collana: Alemanna

Aurelio de’ Giorgi Bertola (1753-1798), oltre che poeta e saggista al centro di un fitto sistema di relazioni nella cultura italiana del secondo Settecento, è una figura di grande rilievo nella mediazione tra Italia e Germania. La sua Idea della bella letteratura alemanna  (1784), che riprende e integra l’Idea della poesia alemanna pubblicata cinque anni prima, è un’ampia ricostruzione storiografica in lingua italiana sulla storia della cultura letteraria in Germania dal Medioevo in poi, destinata a orientare per vari decenni il commercio intellettuale tra i due paesi. La familiarità di Bertola con le posizioni più avanzate dell’estetica neoclassica si incrocia con quella concezione civile della letteratura, tipica del mondo delle accademie, che identifica nella sfera delle forme simboliche una via privilegiata al raggiungimento della virtù individuale e della “pubblica felicità”.

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Bandierine al vento di Philipp Löhle a Tramedautore (Milano)

BANDIERINE AL VENTO di Philipp Löhle
traduzione Nadja Grasselli
con Silvio Barbiero, Emanuele Cerra, Marta Marchi, Clara Set
regia Toni Cafero
produzione Evoè!Teatro
20.9.2016 | ore 20.30 | Piccolo Teatro Grassi
scarica il programma di Tramedautore
per i lettori di germanistica.net: riduzione sul prezzo del biglietto a 8 € (anzichè 15)

Martedì 20 settembre Bandierine al vento, dell’autore tedesco Philipp Löhle, verrà messo in scena a Milano nell’ambito del festival internazionale di teatro Tramedautore organizzato da Outis – Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea. L’autore sarà presente a un incontro prima dello spettacolo organizzato in collaborazione con il Goethe-Institut Mailand.

Bandierine al vento è una commedia sul tema della felicità in una società che apparentemente offre tutte le possibilità di scelta, partendo dalla famiglia, nucleo economico di base, che ogni giorno simula la sua apparente perfezione.

Tramedautore è da sempre un punto di riferimento per il teatro contemporaneo italiano e internazionale e in ogni edizione ospitiamo spettacoli provenienti da diversi paesi. Il festival di quest’anno si svolgerà dal 15 al 25 settembre, e ospiterà spettacoli provenienti da Germania, Italia, Macedonia, Montenegro e Norvegia.

L’edizione 2016  è dedicata all’Europa e alle indagini delle tensioni che l’attraversano e dei risvolti che producono nell’ambito delle relazioni sociali e private. La crisi economica, con le sue ricadute sociali da un lato, le divisioni intergovernative sulla gestione del fenomeno immigratorio dall’altro, fanno montare fenomeni populisti e nazionalisti. Si assiste a una caduta delle tensioni valoriali – pace, libertà, difesa dei diritti umani, solidarietà – che in passato avevano accompagnato il processo di sviluppo europeo, oggi paiono indeboliti. Occorrono invece nuovi strumenti per rimettere in moto una partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e per affrontare le molte sfide della contemporaneità.

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Die Blechtrommel und die italienische Kulturszene Anfang der Sechziger Jahre

[Segnaliamo il saggio di Eva Banchelli pubblicato in The Echo of Die Blechtrommel in Europe. Studies on the Reception of Günter Grass’s The Tin Drum, edited by Jos Joosten and Christoph Parry, Leiden-Boston, Brill, 2016, e consultabile in open access su brillonline.]

Eva Banchelli

Die italienische Übersetzung von Die Blechtrommel erschien im Oktober 1962 in Italien nach Überwindung einer Woge des Misstrauens und der Verrisse seitens der Verlage. Das im Vergleich zur deutschen Originalausgabe von 1959 und den wichtigsten Sprachen im Westen (französische Übersetzung 1960; englische Übersetzung 1961) verspätete Erscheinungsdatum war nur am Rande durch die Problematik bedingt, einen für diese schwierige Aufgabe geeigneten Übersetzer ausfindig zu machen. In Wirklichkeit stellte vor allem das politische und kulturelle Klima gegen Ende der 50er Jahre ein Hindernis für die Bereitschaft zur Rezeption und Verbreitung des Romans von Grass dar. Das Land durchlebte damals eine Phase der tiefgreifenden Umwandlung und Neuorientierung, geprägt von einschneidenden Veränderungen, aber auch von einem starken Ungleichgewicht und von einer Kontinuität in Bezug auf die Vergangenheit. Erst ab dem Sommer 1960 begann man mit der Amtsübernahme der neuen Regierung unter dem Vorsitz von Amintore Fanfani und mit einer ersten Öffnung gegenüber der sozialistischen Partei allmählich aus der Nachkriegszeit mit ihrem kompakten klerikalen Moderatismus herauszufinden, welcher während der kurzen christdemokratischen Regierung unter Fernando Tambroni (von März bis Juli 1960) einen extremen Ausbruch von Autorität und Repression erfahren hatte. Die politische Wende hin zu einer Mitte-Links-Koalition, die mit der Bejahung des Neo-Kapitalismus und der Verbreitung eines Wirtschaftswunders einherging, wurde durch den Einfluss der kirchlichen Macht des Vatikans beeinträchtigt, der, ungeachtet der von Papst Roncalli unternommenen Bemühungen hinsichtlich einer Erneuerung (ab 1959), weiterhin beträchtlichen Einfluss auf die gemeinsamen Moralvorstellungen und die kulturelle Ausrichtung der breiten Öffentlichkeit nahm. Unverändert blieb beispielsweise die Unnachgiebigkeit der Kirche angesichts der heiligen Unantastbarkeit des ehelichen Bundes, und die 1949 vom Heiligen Stuhl beschlossene Exkommunikation derer, die sich zur kommunistischen Lehre bekannten, sie verteidigten und propagierten, wurde aufrechterhalten. Continua a leggere in open access

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Uwe Johnson, La maturità del 1953 (Ingrid Babendererde)

[Dalla rubrica Tremilabattute di Allegoria. M.S.]

Paola Quadrelli

L’editoria italiana, che dopo le prime traduzioni feltrinelliane degli anni Sessanta aveva riservato a Uwe Johnson un interesse sporadico, si accinge ora a riproporne l’opera con lodevole sistematicità; alla traduzione completa degli Jahrestage, avviata nel 2014 da L’Orma, si affianca la pubblicazione del primo romanzo dello scrittore, Ingrid Babendererde. Reifeprüfung 1953, che l’editore Keller offre in una traduzione precisa e affidabile [di Fabrizio Cambi]. Scritto tra il 1953 e il 1956 e rifiutato dagli editori tedesco-orientali per motivi di opportunità politica e da Suhrkamp per una certa aura di provincialismo ed esotismo, il romanzo fu pubblicato postumo nel 1985. Nonostante alcuni tratti acerbi, esso rappresenta un’opera di grande rilevanza sia sotto il profilo artistico – la complessa composizione rivela già il notevole ingegno sperimentale dell’autore – sia sotto il profilo storico e autobiografico, in quanto documento della campagna antireligiosa nella DDR degli anni 1952-53 di cui Johnson fu testimone diretto, sia sotto l’aspetto educativo-morale, come monito alla resistenza contro i soprusi del potere. Dal punto di vista tematico è inoltre interessante osservare che l’opera di Johnson si apre e si chiude all’insegna della raffigurazione dell’educazione scolastica nella Germania socialista: la rievocazione degli anni trascorsi da Gesine in un liceo della DDR costituirà, infatti, uno dei più robusti filoni narrativi dell’ultimo volume degli Jahrestage e nella descrizione del contesto scolastico confluiranno, del resto, situazioni e personaggi già presenti nel primo romanzo, all’epoca (1983) ancora inedito.
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Realismo, utopie e distopie nel transfer letterario dal 1945 a oggi fra Italia e paesi di lingua tedesca

[Riproponiamo il testo dell’intervento tenuto da Fabrizio Cambi lo scorso anno a Trento per la Sommerschule “The Challenges of Transformation in Europa”. M.S.]

Fabrizio Cambi

Il 6 giugno 1944, nella campagna laziale, un soldato della Wehrmacht appena scampato dall’inferno della battaglia di Nettuno, sceglieva il difficile cammino della diserzione.

Il fiume in fondo alla valle, le rocce frastagliate, le colline con gli alberi: nella mia carta la regione era indicata come ‘campagna diserta’. ‘Diserta’ pensai. Ha la stessa radice del deserto, dunque è il vero terreno per un disertore. (…) Battezzai le mie ciliegie chiamandole ciliegie diserte, ciliegie da disertore, ciliegie selvatiche nel deserto della mia libertà.

Cronista di questa diserzione è lo scrittore Alfred Andersch che con il romanzo Die Kirschen der Freiheit (1952, Le ciliegie della libertà, Mondadori 1958) inaugurava un rapporto nuovo con l’Italia all’indomani della comune catastrofe della guerra, invocando, come cofondatore del Gruppo 47, un nuovo ordine democratico europeo, un “socialismo umanistico” da costruire sulla base dei rapporti fra le avanguardie letterarie della Resistenza, in particolare francese e italiana. In una delle prime rappresentazioni narrative di autori tedeschi ambientate in Italia nei canoni di un realismo imposto dalle circostanze storiche, si riannoda il filo di un transfer culturale fra Italia e Germania dopo la sostanziale cesura del dodicennio nazionalsocialista e del ventennio fascista. Ma come si configura e si sviluppa questo transfer dopo il 1945 e nei decenni successivi? Può considerarsi superato o almeno rivedibile, limitandomi al campo letterario, il carattere asimmetrico, lo sbilanciamento, nella reciproca ricezione, dovuti alla maggiore attrazione dei Tedeschi per l’Italia e non viceversa? Continue reading

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Le parole della pioggia – Per la lettura di Günter Eich e una versione del reale

[Questo articolo è apparso per la prima volta su Lo Straniero, n. 174-175.]

Lorenzo Bonosi

“Ciascuna delle opinioni qui espresse presumono che noi sappiamo cosa sia la realtà. Per quanto mi riguarda devo dire che non lo so.” (Der Schriftsteller vor der Realität/Lo scrittore e il reale, 1956). Basta forse questo passo per avvicinarsi all’intera opera di Günter Eich, e – verrebbe da dire dopo aver letto le sue poesie – per affrontare o riaffrontare il reale. Per Eich esiste una condizione primigenia (Urzustand) ideale, ma non si tratta tanto di capirla, quanto di leggerla ed operarne una traduzione, sempre nuova, prossima ma mai ad essa sovrapponibile. Poco sorprende che, in un’epoca dominata dalla fiducia, egli sia rimasto indigesto al pubblico tedesco coevo, che sia stato definito esponente ermetico e continuatore novecentesco della Naturlyrik romantica, e, in fin dei conti, che in Italia non sia mai arrivato. La natura di Eich e quella romantica non c’entrano niente l’una con l’altra ma da qualche parte sembra in effetti esserci un’affinità con il ‘Perdigiorno’ di Eichendorff e, vorremmo dire, con l’Ulrich di Musil: questione di saper riconoscere una condizione, un certo Zustand, e di non aspettarsi il lieto fine.  Continue reading

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Paul Celan, La sabbia delle urne

[Einaudi pubblica nella ‘bianca’ La sabbia delle urne di Paul Celan a cura di Dario Borso.]

DRÜBEN

Erst jenseits der Kastanien ist die Welt.

Von dort kommt nachts ein Wind im Wolkenwagen
und irgendwer steht auf dahier…
Den will er über die Kastanien tragen:
«Bei mir ist Engelsüß und roter Fingerhut bei mir!
Erst jenseits der Kastanien ist die Welt…»

Dann zirp ich leise, wie es Heimchen tun,
dann halt ich ihn, dann muß er sich verwehren:
ihm legt mein Ruf sich ums Gelenk!
Den Wind hör ich in vielen Nächten wiederkehren:
«Bei mir flammt Ferne, bei dir ist es eng…»
Dann zirp ich leise, wie es Heimchen tun.

Doch wenn die Nacht auch heut sich nicht erhellt
und wiederkommt der Wind im Wolkenwagen:
«Bei mir ist Engelsüß und roter Fingerhut bei mir!»
Und will ihn über die Kastanien tragen –
dann halt, dann halt ich ihn nicht hier…

Erst jenseits der Kastanien ist die Welt.

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Uwe Johnson per tutti

[Questo pezzo è apparso su Alfapiù di Alfabeta2 il 26 marzo 2016, col sottotitolo “Esce per L’Orma edizioni il quarto volume de I giorni e gli anni“. Per motivi redazionali era stato un po’ accorciato. Ne do qui la versione completa. M.S.] 

Michele Sisto

Entri in libreria, da Assaggi a Roma, ma potrebbe essere Lettera 22 a Mesagne o Comunardi  a Torino, e vedi sul bancone il quarto volume dei Giorni e gli anni, di Uwe Johnson. Sussulti: fi-nal-men-te. Vorresti scrivere all’editore, mandargli un telegramma, due dozzine di rose. Entusiasmi eccessivi? Non per gli happy few che questo libro lo aspettavano da quarantacinque anni. Una piccola costellazione di lettori, critici, scrittori, germanisti, storici, giornalisti, che di quest’opera incommensurabile hanno seguito, e in parte fatto, la storia. E poiché poche altre vicende come quella della traduzione dell’opus magnum di Johnson illuminano i mutamenti dell’editoria e della letteratura italiane negli ultimi decenni, vale la pena di ripercorrerla per sommi capi.

Torniamo al 1959, quando la critica letteraria tedesca, sempre pronta a sostenere con roboanti campagne gli investimenti degli editori, acclama i romanzi di due esordienti presentati alla Fiera di Francoforte: Il tamburo di latta di Günter Grass, scritto a Parigi da un tedesco di Danzica che di lì a poco avrebbe scelto Berlino (Ovest) come città d’elezione, e Congetture su Jakob di Uwe Johnson, nato anch’egli in un porto del Baltico divenuto nel frattempo polacco, Cammin, e insediato a Berlino (Est), nella Germania comunista. Ci si potrebbe aspettare che gli editori italiani si contendano le due star a colpi di opzioni. Invece no. Ed è perfettamente normale, perché in Italia Grass e Johnson sono dei perfetti sconosciuti, e gli editori sanno benissimo che gli scrittori tedeschi, con l’eccezione di Kirst con la sua saga di guerra 08/15 vendono ben poco. Ma (ce lo hanno spiegato esaurientemente addetti ai lavori come André Schiffrin) l’editoria è un’industria sui generis: risponde non solo alla logica economica, ma anche a quella che Bourdieu chiama logica specifica, o letteraria. In altre parole, ci possono essere buone ragioni per tradurre un libro, con i costi che ciò comporta, anche sapendo che economicamente non sarà un affare: semplicemente, si decide di far prevalere l’interesse simbolico su quello economico. È questa tensione a far sì che alcuni editori si facciano un nome, accontentando non solo la massa, ma anche, quale più quale meno, gli happy fewContinue reading

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Canti di una senza patria: le poesie di Helga M. Novak

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Sul numero di giugno di Poesia (editore Crocetti) è uscito un servizio su Helga M. Novak (1935-2013), poetessa berlinese espatriata dalla DDR nel 1966, amica di Robert Havemann, Wolf Biermann e Sarah Kirsch, e autrice di un importante corpus di poesie. Dell’autrice è disponibile solamente in italiano il romanzo autobiografico Volava un uccello senza piume (Giunti 1990, introduzione di Lia Secci, traduzione di Nicoletta Giacon), incentrato sugli anni trascorsi in un collegio per la formazione di quadri del Partito.

Si riportano qui di seguito alcune poesie antologizzate nel servizio. Il testo tedesco è tratto da Helga M. Novak, Wo ich jetzt bin. Gedichte, a cura di Michael Lentz, Schöffling, Frankfurt am Main 2005. La traduzione italiana è di Paola Quadrelli.

Hundstreue

ich bin den Bäumen treu wie ein Hund
die zerrissene Weide vor meinem Haus
in die vor Jahren der Blitz einschlug
steigt nachts in meine Träume
da hört man uns weithin greinen
über unsere zwei Stämme
über unsere zwei Leiber
über unsere zwei Vaterländer
ich weiß nicht warum
durch meine Nerven ständig
diese alte unbegriffene unvollendete
und ekelhafte lange Liebe flattert
überall wird Brot gebacken
und überall teuer verkauft
ich fliehe mein Land und die Weide
und ich komme zurück
ich bin den Bäumen treu wie ein Hund

Fedeltà di cane

sono fedele agli alberi come un cane
il salice squassato davanti a casa
su cui anni fa un fulmine è caduto
si innalza di notte nei miei sogni
e da lontano si odono i nostri lamenti
sui nostri due tronchi
sui nostri due corpi
sulle nostre due patrie
io non lo so perché
i miei nervi palpitino ancora
di questo antico incompreso incompiuto
nauseabondo e lungo amore
ovunque il pane viene messo in forno
e ovunque lo si vende a caro prezzo
io fuggo la mia terra e il salice
e faccio ritorno indietro
sono fedele agli alberi come un cane

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«Ascolto attentamente i miei nemici»: il carteggio Fortini–Enzensberger

[Sull’Ospite ingrato è uscito questo saggio di Matilde Manara. M.S.]

Matilde Manara

Impossibile poi prevederne l’effetto, quando ciò che scriviamo viene spinto a cento chilometri e una lingua di distanza: altre luci, altri accordi, una storia sconosciuta ed ecco, molto viene perduto. (H.M. Enzensberger, lettera a Fortini del 3 marzo 1961, trad. cur.)i

Che un autore si trovi, nel medesimo tempo, a tradurre le poesie di un altro e a essere, da questo altro, tradotto a sua volta, è circostanza poco consueta e gravida di implicazioni: lo è ancor di più se i due condividono un orizzonte di pensiero comune, occupano posizioni analoghe all’interno del campo letterario nazionale, guardano agli stessi modelli poetici. Così, quando questa occasione si offre a Fortini e Hans Magnus Enzensberger, detentori entrambi di un elevato capitale simbolico e insieme maldisposti a vestire, all’interno dei rispettivi contesti, i panni dell’intellettuale organico, ciò che scaturisce dal colloquio va ben oltre i ragguagli in materia di traduzione.

È il 1961: in piena contesa editoriale, Einaudi e Feltrinelli conducono una vera e propria lotta per il controllo del mercato librario, investendo pesantemente nelle letterature straniere, attraverso le quali sperano di accrescere il prestigio delle poetiche nazionali. Mentre Einaudi adotta una strategia in qualche misura conservatrice, preferendo legare il proprio nome a un autore come Brecht, Feltrinelli punta all’ideale sodalizio tra nuove avanguardie italiana e tedesca, confidando nella forza trainante di quest’ultima e affermata compagine per accrescere il potenziale del nascente Gruppo ’63. All’interno del conflitto tra le due case Fortini, che ha appena finito di tradurre l’opera brechtiana per Einaudi, svolge un ruolo d’eccezione: gli è stata infatti commissionata da Feltrinelli la traduzione delle poesie di Enzensberger, membro del Gruppo ‘47 dal 1955 e pressoché ignoto al pubblico italiano.

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Lukács a Roma

Segnaliamo un convegno sul giovane Lukács che si terrà alla Sapienza di Roma tra il 25 e il 27 maggio, a cura di Mauro Ponzi, Gabriele Guerra e Daniela Padularosa.

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Uwe Johnson liberato

Uwe Johnson
I giorni e gli anni (20 giugno 1968-20 agosto 1968)
traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini
L’orma, 2016, 519 pp., € 26

[In occasione dell’uscita del quarto e ultimo volume della teralogia I giorni e gli anni di Uwe Johnson per L’Orma editore, riprendiamo da Alfabeta2 gli articoli di Andrea Cortellessa, Anna Ruchat e mio, insieme a un autocommento dello stesso Johnson. M.S.]

Andrea Cortellessa

A due anni di distanza dalla pubblicazione del Terzo volume dei Giorni e gli anni, coll’uscita del Quarto nelle scorse settimane, L’orma editore ha vinto una scommessa che, nelle premesse, appariva tutt’altro che scontata. Come ben ricostruisce Michele Sisto, se Johnson era stato un autore-simbolo della prima Feltrinelli, che negli anni Sessanta lo introdusse al pubblico italiano per il tramite fondamentale di Enrico Filippini e, due anni dopo l’uscita dell’originale, nel 1972 pubblicò il primo volume di Jahrestage (nella traduzione di Bruna Bianchi) col titolo Anniversari (ma sintomaticamente già allora non proseguì nell’intrapresa, coi successivi volumi usciti in tedesco nel ’71 e nel ’73), e se già nel 2002 investire sul suo nome cambiava completamente di segno, per la stessa Feltrinelli che, su spinta stavolta di Michele Ranchetti, metteva in cantiere una nuova traduzione integrale della colossale tetralogia affidandola a Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini, l’abbandono dell’intrapresa dopo la pubblicazione del Secondo volume, nel 2005, rappresentava il segno più preciso del tempo in cui l’editoria è (solo) A scopo di lucro (come dieci anni prima s’era intitolato il suo manifesto, a firma di Franco Tatò – all’epoca AD di Fininvest e Mondadori – uscito da Donzelli).

Un caso parallelo a quello di Johnson, presso la tradizionale rivale Einaudi, è quello del non meno grande Michel Leiris: anche lui autore di una tetralogia, La règle du jeu, pubblicata in Francia in tempi molto più laschi di quella di Johnson (dal ’48 al ’76) ma a sua volta destinata a interrompersi, per i lettori italiani, al Secondo volume (Carabattole, tradotto dal compianto Ivos Margoni nel 1998, nella poi perenta NUE). Nel frattempo però lo Johnson «italiano» (a differenza forse di Leiris) è divenuto, per la nostra cultura, forse più importante di quanto fosse stato per quella degli anni Sessanta, che aveva avuto fra i suoi punti di riferimento Congetture su Jakob e Il terzo libro su Achim (a loro volta fattesi, ormai, delle rarità per bibliofili). Il «caso» di Roberto Saviano, di cui parla Sisto, non è che il più clamoroso: non c’è dubbio, per esempio, che altri due narratori almeno altrettanto importanti, come Giorgio Falco e Davide Orecchio (autori entrambi di importanti recensioni alle «uscite» italiane di Johnson), abbiano guardato con estremo interesse ai Giorni e gli anni. Che oggi a doversi far carico di un compito di tale rilevanza culturale sia, anziché unamajor come Feltrinelli a tutt’altro affaccendata, una sigla piccola per quanto raffinata come L’orma la dice, sulle condizioni della nostra editoria, non lunga: lunghissima.

Del resto, come a sua volta ottimamente ricostruisce Anna Ruchat (che ringraziamo anche per aver scovato e tradotto un raro autocommento di Johnson alla sua opera, quando era ancora ben lungi dal concludersi peraltro), I giorni e gli anni aveva finito per diventare un incubo per lo stesso autore: il quale, dopo aver pubblicato i primi tre in rapida successione, ritardava all’infinito la consegna di un Quarto e conclusivo che, oscuramente, egli sapeva forse destinato a coincidere con la fine non solo dell’opera – ma, anche, dei suoi giorni. L’editore Unseld, contro i propri stessi interessi, lo invita a lasciar perdere; ma Uwe Johnson non era il tipo da arrendersi. Il Quarto volume esce nel 1983 e l’anno dopo, in effetti, il suo autore esce di scena.

È una storia questa, di sacrificio prometeico e totale fusione di vita e opera, che nulla ha da invidiare alle biografie letterariamente «eroiche» della prima metà del secolo – a quelle di Proust, Joyce o Gadda, si vuol dire. Per un editore che voglia essere degno di questo nome, votarsi a farsene testimoni – contro ogni calcolo di «lucro» – non è, non dovrebbe essere, l’ossessione di un aficionado più o meno maniaco. Dovrebbe essere quello che oggi nessuno forse può, e certo nessuno vuole, assolvere: un servizio pubblico.

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La nuova traduzione del Doctor Faustus nei Meridiani

DF

Thomas Mann

Doctor Faustus
e Romanzo di un romanzo

nuova traduzione e cura di Luca Crescenzi

Milano, Mondadori, I Meridiani, 2016, 1376 p.

Dalla presentazione editoriale: «Scritto in esilio tra il 1943 e il 1947, narra le vicende del geniale compositore Adrian Leverkühn, nel quale – ispirandosi a Nietzsche – Mann ritrae una figura rappresentativa e simbolica dell’uomo tedesco vissuto tra fine ‘800 e inizio ‘900, dando una nuova interpretazione al tema del “patto col diavolo”. La nuova traduzione del noto germanista Luca Crescenzi è condotta sul testo tedesco filologicamente ricostruito, in molti passi diverso da quello finora noto; in più un’ampia introduzione e un ricchissimo commento. Il volume contiene inoltre il Romanzo di un romanzo, saggio in cui Mann ripercorre le fasi creative del Faustus».

Dalla recensione di Alessandro Zaccuri apparsa sull’Avvenire il 6 maggio scorso: «Il Doctor Faustus non è semplicemente l’allegoria del patto con il diavolo nazista stretto dalla nazione tedesca. I livelli di lettura del romanzo sono assai più complessi, come dimostra il germanista Luca Crescenzi nel saggio che introduce la sua nuova traduzione del romanzo e della relativa Genesi: pubblicato nei Meridiani, il volume prosegue la risistemazione del opera di Mann avviata nel 2010 da Mondadori con l’innovativa versione della Montagna magica (non più incantata) firmata da Renata Colorni. L’interpretazione suggerita da Crescenzi non si limita a riportare in superficie le fonti teologiche del libro, con particolare riferimento agli scritti di Paul Tillich sul “demoniaco”, ma contesta anche l’immagine corrente di un Mann non del tutto a suo agio in ambito musicologico, dato che la peculiare prosa di Leverkühn (la cui stratificazione stilistica è qui resa con un registro molto più ampio rispetto a quello della classica traduzione di Ervino Pocar) nasconde in sé un sofisticato sistema di notazione. Ma il fuoco prospettico dell’interpretazione sta nella sostanziale inaffidabilità del testimone Zeitblom. Mentre compatisce Adrian, Serenus sta in realtà cercando di scagionarsi, allontanando da sé la contraddittoria drammaticità dell’esperienza artistica sperimentata dall’amico. Ecco perché Mann sente il bisogno di un autocommento parentesi (il «romanzo di un romanzo»), proprio come André Gide il prima di lui, alle prese con la materia incandescente dei Falsari si era sentito in dovere di esibire le pezze d’appoggio del suo diario. Il diavolo, maestro di sottigliezza, non può essere battuto se non in astuzia».

Qui la recensione di Giorgio Montefoschi sul Corriere della Sera e quella di Quirino Prinicipe sul Sole24Ore.

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Fink und Fliederbusch trova l’editore!

[Uno dei nostri Libri in cerca di editore ha trovato casa. Esce in questi giorni, a cura di Fabrizio Cambi, nella collana Docudrama della casa editrice Analogon di Asti, che ha in catalogo «saggi della musicologia tedesca e anglosassone tradotti per la prima volta in italiano sulla storia e l’estetica del Lied tedesco, sulla musica da camera, sul rapporto tra poesia e musica, tra patologia e musica, sul canto, su teatro e cinema». M.S.]

Arthur Schnitzler

Fink und Fliederbusch

a cura di Fabrizio Cambi

Asti, Edizioni Analogon, 2016, 188 p.

Collana Docudrama
ISBN 9788898630189
anche in formato eBook

Dalla prefazione di Fabrizio Cambi: «La genesi di questa commedia risale già ai primi anni del Novecento e per vari aspetti tematici si intreccia nel tempo con l’opera teatrale Professor Bernhardi che, vietata in Austria, è rappresentata al Kleines Theater di Berlino il 28 novembre 1912. Fra ripensamenti e interruzioni il testo teatrale Fink und Fliederbusch è concluso durante la guerra e con la sua lunga gestazione sviluppa una serie di motivi ideologici riconducibili alle cause dello scoppio del conflitto. La pièce, farsa e satira insieme, è una critica sferzante dei media di inizio secolo e in particolare della stampa viennese.

Si confrontano le redazioni di due testate giornalistiche: il quotidiano liberaldemocratico «Die Gegenwart» e il settimanale conservatore d’intrattenimento «Die elegante Welt» che sotto la spinta del deputato parlamentare conte Niederhof dovrebbe trasformarsi in un quotidiano con un radicale programma clericale e nazionalistico. La contrapposizione dei due giornali si accentua quando Fliederbusch, giornalista precario della «Gegenwart», scrive anche per la «Elegante Welt» con lo pseudonimo di Fink, ribattendo di volta in volta sul piano ideologico e politico agli articoli del proprio alter ego. Fink, indotto dai redattori del settimanale conservatore a sfidare Fliederbusch a duello, è costretto a rivelare la sua doppia identità proprio sul campo della sfida dove si sono raccolti i giornalisti delle due testate. «L’altro ieri ero Fliederbusch… ieri ero Fink… oggi sono entrambi… forse nessuno dei due», ammette il protagonista suscitando nei presenti, dopo l’iniziale sorpresa e lo sconcerto, reazioni di ammirazione e di consenso. […] Nell’epilogo, amaro e umoristico con tanto di distensiva colazione collettiva, Fliederbusch accoglie la proposta del conte Niederhof di fondare un nuovo giornale in forza del fatto di avere sempre due convinzioni mentre lui nessuna.»

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Bestiarium. Rappresentazioni dell’umano e dell’animale

Dal 28 al 30 settembre 2016 presso l’Università degli Studi di Verona si terrà il Convegno Internazionale transdisciplinare “Bestiarium. Rappresentazioni dell’umano e dell’animale”,  rivolto a dottorandi e dottori di ricerca (da non più di 5 anni) italiani e stranieri. Maggiori informazioni sull’iniziativa saranno a breve disponibili sulla pagina:  https://bestiariumconvegno.wordpress.com/

Qui il Call for papers

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