STUDIA HÖLDERLINIANA II

SH_2 Disponibile online sulla piattaforma open access dell’Università degli Studi di Milano Studia Hölderliniana II, numero speciale 2016 di “Studia theodisca”.

L’iniziativa  obbedisce allo stesso intendimento del primo numero e raccoglie testi, saggi e recensioni attorno a Friedrich Hölderlin.

Sono presenti i saggi frutto del convegno della sezione italiana della Hölderlin-Gesellschaft (Udine 2015, Le Lettere di Friedrich Hölderlin) unitamente ad altri selezionati per peer review, nonché una ricca sezione di recensioni e, per concessione dell’editrice Ariele, le traduzioni  delle lettere a Böhlendorff (4 dicembre 1801) e a Seckendorf (12 marzo 1804).

 


Contributi di Johann Kreuzer, Luigi Reitani, Barbara Santini, Laura Balbiani, Niketa Stefa, Chiara M. Buglioni e dei curatori Marco Castellari ed Elena Polledri.
Recensioni di Francesco Rossi, Vivetta Vivarelli, Michele Vangi, Daniele Goldoni, Lorenzo Leonardo Pizzichemi, Sara Bubola

Per leggere l’indice e scaricare i singoli saggi:
http://riviste.unimi.it/index.php/StudiaTheodisca/issue/view/947

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Convegno internazionale “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi”

Segnaliamo il Convegno internazionale “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi”:

26 gennaio 2017 , Palazzo Vecchio, Salone dei Cinquecento

27 gennaio 2017, Consiglio Regionale della Toscana, Auditorium;  Museo Archeologico Nazionale di Firenze

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Walter Nardon,L’illusione e l’evidenza

Enrico De Vivo: «Illusione» ed «evidenza» sono i due termini che fanno da cornice, fin dal titolo, al tuo libro. Mi sembra che rappresentino un’opposizione visibile anche in altre coppie, come fantastico/realistico, immaginazione/ra-zionalità, e così via. Tuttavia la tua declinazione, per molti versi antichissima, mi sembra che provi a sfuggire a tutte le connotazioni di parte, positive e negative, compiendo uno sforzo verso una definizione di ciò che è oggettivo in quanto appartenente al mondo extralinguistico e di ciò che è oggettivo in quanto appartenente alla dimensione estetica o formale. In particolare, tu parli di «forma concreta di un’illusione» in riferimento a una storia, a un racconto o a un romanzo. Puoi illustrare meglio di come ho appena fatto io questa questione?

Walter Nardon: Cosa racconta un romanzo? Qual è la realtà che mette in gioco? L’illusione è data dall’avventura, dalla storia che viene raccontata sullo sfondo di una «realtà» riconoscibile, oppure illusoria è proprio questa realtà, mentre evidente è solo la volontà di chi racconta la storia? Insomma, per riprendere il libro, la realtà è chiara e distinta, cartesianamente evidente o non è invece confusa, in perenne divenire, mentre evidente è solo la forma narrativa che la mette in luce seguendo un personaggio? Sono interrogativi che si presentano sempre quando si racconta una storia e che costituiscono l’incanto di un romanzo, il sortilegio che ci spinge a seguirlo pagina dopo pagina. Certo, io credo che la cosa più evidente sia la forma narrativa, ma devo dire che a questo riguardo ho l’impressione di muovermi in un contesto paradossale: l’evidenza «tecnologica» della realtà, ossia quella della sua rappresentazione sui dispositivi digitali – che è sostanzialmente una rappresentazione ancora cinematografica – è tanta e tale che molti narratori, anche affermati, saltando a piè pari la rappresentazione la assumono come unica «realtà», la danno per scontata, dedicandosi poi alle vicende di questa evidenza. È un po’ come se dicessero, davanti a un pubblico che li sta filmando con lo smartphone: «Se è evidente per loro, perché non dovrebbe esserlo per noi?». Così il tanto inflazionato «ritorno alla realtà» non è altro che un ritorno alla dimensione della cronaca, al paradigma storico-giudiziario, dove le grandi scoperte letterarie, quelle che dovremmo celebrare, sono le inchieste sui lati oscuri o inediti della Storia, sui crimini impuniti, sulle ragioni sociali di un delitto. Tutte indagini lodevoli, ma che di per sé non producono una novità letteraria. Non solo, ma quando agli occhi di questi narratori la Storia sembra imboccare una svolta, alcuni di loro vi intravedono subito, con uno strabiliante rapporto di dipendenza, un mutamento parallelo nella narrazione. Qualche giorno fa su un quotidiano ho letto questa affermazione: «Dopo l’11 settembre il nostro modo di raccontare è cambiato», mi aspettavo un argomento a favore di questa posizione, ma nel testo non c’era. Anzi, si dava la cosa per scontata. Verrebbe da chiedere: «Come? Lo spazio del dialogo nella narrazione, l’alternanza dei tempi verbali sono cambiati? Dove sono queste novità, in testi che presentano descrizioni e storie che nel loro sviluppo sembrano prese da un romanzo dell’Ottocento?». Insomma, per chi scrive l’evidenza resta sempre un’ottima domanda. L’oggettività extralinguistica di cui parli è un argomento molto interessante: il rapporto di ciò che è oggettivo in termini extralinguistici con ciò che è oggettivo perché appartiene alla dimensione estetica è di fatto decisivo. Quando scriviamo, mentre seguiamo lo sviluppo di una storia, diamo forma a un mezzo per l’interpretazione della realtà, che resta in fondo oscura, inattingibile. Quando abbiamo finito, consegniamo il tutto in mano al lettore, perché produca la sua interpretazione. Per quel che riguarda «la forma concreta di un’illusione» mi riferivo al fallimento. I personaggi, ma in fondo tutti noi, conosciamo nel fallimento la forma concreta delle illusioni: è il nostro limite,ma va detto che la vicenda e il racconto di un fallimento possono essere memorabili. E bisogna poi aggiungere che fallire per non aver raggiunto l’ideale non significa fallire rispetto all’esistenza. Per questo bisogna ricominciare e fallire meglio, come diceva Beckett.

Continua a leggere l’intervista su Zibaldoni e altre meraviglie

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Reiner Stach, Questo è Kafka?

questoekafka_copertinaReiner Stach

Questo è Kafka?

traduzione di Silvia Dimarco, Roberto Cazzola

Milano, Adelphi, La collana dei casi, 2016, 360 pp.

Segnaliamo la pubblicazione da parte di Adelphi di Questo è Kafka? di Reiner Stach.

Di seguito, riportiamo il risvolto anteriore: «Nel corso del lavoro per la sua monumentale biografia di Kafka, Reiner Stach ha isolato novantanove «reperti» che corrispondono ad altrettanti momenti ed episodi, testimoniati dallo scrittore stesso o da suoi amici e contemporanei. Tale mosaico ci mostra un Kafka poco conosciuto: frequentatore di casinò e bordelli, o di un collezionista di foto osé, o in ufficio in preda al fou rire di fronte al sussiegoso superiore, o fra gli appassionati di nuoto e d’aeroplani, o seduto in giostra in mezzo a ragazzine vocianti, ma anche abile falsificatore della firma altrui – si tratti di Thomas Mann o di una sedicenne vagheggiata a Weimar… Fra le sorprese che ci riserva il libro vi è la prima Lettera al padre, rivolta ancora ai «Cari genitori», e la piantina dell’appartamento in cui Gregor Samsa si risveglia trasformato in un insetto. Se esilarante è la pubblica lettura della Colonia penale in una galleria di Monaco, dove gli astanti cadono in deliquio o fuggono, incapaci di reggere quell’«odore di sangue», mentre Kafka prosegue imperterrito, commovente è la storia delle lettere che lo scrittore attribuisce a una bambola persa in un parco di Berlino, per consolare una bambina in lacrime. Lettere perdute per sempre. Conservato è invece l’appello a Kafka di un infelice messo alle strette dalla cugina che non comprende il senso della Metamorfosi».

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Si mangiano una minestra di cavolo e sentono Brahms

Michele Mari
intervistato da Carlo Mazza Galanti
su il Tascabile

Per fare grandi opere artistiche devi disprezzare il mondo?

Non lo so, devi essere uno straniero, devi essere un marziano. Io mi sento un marziano. Quando vedo un mondo fatto di telefonini, di iPhone, di iPad, di internet, di Facebook, impazzisco. Sono uno che cambia qualcosa solo quando è inevitabile, quando l’oggetto collassa fisicamente. Io sono uno che se va al supermercato a comprare uno shampoo o un detersivo per la lavatrice e vede scritto “nuova formula” non lo compra. Siamo andati avanti cinquant’anni col Dash, perché mi devi dire nuova formula, non compro più il Dash, compro il Dixan. La Volkswagen Polo aveva una bella forma rigorosa, l’hanno rifatta e introiata sette volte perché ogni sei mesi deve esserci un nuovo modello. Ma perché? Se dipendesse da me ci sarebbero ancora le Volvo anni Settanta. Anzi, dipendesse da me, probabilmente saremmo ancora all’età della ruota.

Con lo scrittore marziano che si pone fuori dalla società e la fustiga siamo di nuovo in piena estetica romantica-decadente. E la curiosità di questa società che però poi lo premia, l’artista arrabbiato.

Ma io non è che la fustighi per fare il byroniano. Io mi difendo, nel senso che vorrei vivere in una specie di bunker come nel racconto La casa di Gadda, quella fortezza col filo spinato… Sono molto a disagio sul piano politico-morale e infatti mi astengo da qualsiasi dibattito, da qualsiasi pronunciamento, perché in questo periodo in cui si parla di muri e non muri io istintivamente solo alla parola muro godo. Non perché penso al muro in Messico o nel canale di Sicilia, penso a The Wall intorno a me. Per me muro è tutto ciò che mi separa dagli altri. A me solo la parola “social” fa vomitare. Io sogno un mondo di gente silenziosa triste e implosa, un mondo autistico dove non ci siano happy hour, feste di laurea, feste di compleanno, feste aziendali, cazzeggi, risse, ubriachi. Fondamentalmente come modello di vita ho la DDR di Honecker, un mondo depresso dove tutti hanno la Trabant o la bici, dove non ci sono SUV, non ci sono stronzi, dove tutti i depressi tornano a casa la sera alle sei, si chiudono dentro col coprifuoco, si mangiano una minestra di cavolo e sentono Brahms. Mi sembra la cosa più vicina alla mia idea di paradiso.

Un paradiso recluso.

Sono fondamentalmente pessimista. La penso come Machiavelli, ovvero che l’uomo è una bestia e vada solo preso a sprangate. Allora preferisco che le sprangate arrivino dallo stato piuttosto che dalla mafia o dal privato col SUV che dice “Chi se ne frega posteggio nel posto dei disabili”. Quando è venuto giù il muro di Berlino io l’ho vissuta male, molto male, sono stato uno degli unici tra i miei coetanei ex sessantottini che anziché esultare ha detto mah, qui cominciano i veri problemi.

Leggi l’intervista Tutti gli scrittori di Michele Mari su il Tascabile

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Clemens Meyer, Eravamo dei grandissimi

Luca Crescenzi

«Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno in testa – scriveva Kafka, diciannovenne, all’amico Oskar Pollak – che lo leggiamo a fare?». Ogni letteratura dello choc, da Poe e Baudelaire fino ai loro ultimi eredi e diseredati, condivide esplicitamente o implicitamente questa domanda e la inalbera contro ogni compiaciuto ottimismo, contro ogni desiderio inappagabile di tregua, di pace, di serenità. Non per nulla gli scrittori dello choc offrono sempre, di sé, un’immagine selvaggia, barbarica, irriducibile. Sono ribelli della civilizzazione e tocca a loro il compito di preservare la coscienza dei pericoli che si annidano dietro le conquiste di quel fantasma che il secolo illuminista chiamava spirito d’umanità. Prima di chiunque altro, esplorano uno spazio elementare, avventuroso e sconosciuto di cui tracciano la mappa così che sia impossibile ignorarlo. Sono guardiani della nostra memoria e a loro non ci si rivolge volentieri, ma non si può fare a meno di interpellarli – per dirla con Nietzsche – quando «il deserto cresce» e si fa minacciosamente vicino.

Clemens Meyer, di cui Keller pubblica ora in italiano, nella traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero il gran romanzo d’esordio ribattezzandolo con il titolo fin troppo consolatorio e fuorviante Eravamo dei grandissimi, è oggi – insieme a Christian Kracht – il più spietato guardiano che la narrativa tedesca possa esibire. La sua scrittura è durissima, colpisce col ritmo incalzante di uno dei tanti boxeur e picchiatori da strada di cui racconta, e se di certo non è fatta per divertire possiede il merito, ben maggiore, di torturare il suo lettore costringendolo a entrare a occhi aperti in mondi a cui mai sognerebbe neppure di volersi avvicinare. Dieci anni fa, al momento della sua prima apparizione, il libro rivelò a una Germania ancora dedita a coltivare la sua immagine di terra unificata e florida, la vita violenta delle bande di adolescenti dell’est negli anni a cavallo della caduta del muro: illustrò la realtà criminale, tossica e indifferente a tutto di desperados che derubano vecchie inermi, distruggono a casaccio automobili, vetrine, appartamenti e locali, entrano e escono dal carcere minorile e, soprattutto, ingaggiano lotte all’ultimo sangue con ogni genere di rivali in prove di forza quasi sempre immotivate. E probabilmente fu giusto allora, come molti hanno fatto, accostare Meyer a Irvine Welsh e i suoi sbandati ai protagonisti di Trainspotting. Anche la narrazione per capitoli giustapposti e in apparenza indipendenti o slegati fra loro richiama quel modello. Ma le affinità, per quanto evidenti, sono semplificazioni e anche in questo caso nascondono molto più di quanto non dimostrino.  Continue reading

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Tradurre. Pratiche teorie strumenti. Un’antologia della rivista, 2011-2014

Segnaliamo l’uscita di “Tradurre. Pratiche teorie strumenti. Un’antologia della rivista, 2011-2014″, edito da Zanichelli.

Lettore per eccellenza, ancor più di altri scrittori il traduttore è costretto a contare sulla complicità del lettore perché passi sotto silenzio la sua pretesa di parlare per conto terzi.

Ma non è certradurreto un velo sottile quello che separa il lettore dal traduttore, né tanto meno immateriale. La vera cortina di ferro che nasconde il traduttore editoriale all’hypocrite lecteur di baudelairiana memoria è, molto prosaicamente e poco accademicamente, la complessa filiera del libro. Dall’individuazione del testo da tradurre alla trattativa con l’agente e poi con l’editore straniero, dalla scelta del traduttore o della traduttrice alla tariffa adottata o imposta, dalla collana al corredo promozionale, dalla presenza alla sempre più frequente assenza del revisore e dei suoi interventi, sempre preziosi, dal distributore all’ufficio stampa, l’opera imprenditoriale dell’editore ha riflessi decisivi sul risultato del lavoro del traduttore.

L’intento di questo volume è di rendere dignità culturale al mestiere del tradurre, svelandone, in tutti i suoi risvolti, la complessità e la ricchezza, la profondità e l’inventiva, la durezza e la leggerezza

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Eravamo dei grandissimi. Intervista a Clemens Meyer

Su minima&moralia una lunga intervista di Gabriele Santoro a Clemens Meyer, autore del romanzo Als wir träumten (Eravamo dei grandissimi), appena uscito in Italia per Keller nella traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero.

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La Repubblica Democratica Tedesca non esiste più. I ragazzi non hanno più una storia sulla quale costruirsi e ballano furenti sulle macerie dello Stato. La misura e lo stile di Clemens Meyer, lo scrittore tedesco più in essere della generazione post 1989, si colgono anche dallo sguardo e dalla fermezza pacata dell’eloquio.

Continua a leggere su minima&moralia

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Scrittura e coscienza

Nel centenario della nascita di Wolfgang Hildesheimer (1916-1991)

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Giornata di Studio
12-13 dicembre 2016
Università degli Studi di Pisa
Aula Magna di Palazzo Boileau (Via S. Maria 85)

Qui la locandina e ulteriori informazioni

segue il PROGRAMMA Continue reading

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Nuova collana di poesia: Le Meteore

Da oggi in libreria per Effigie i primi due volumi della nuova collana di poesia “Le Meteore”, diretta da Domenico Brancale e Anna Ruchat: Christine LavantPoesie scelte da Thomas Bernhard (traduzione di Anna Ruchat) e Claude Royet-JournoudLe nature indivisibili (traduzione di Domenico Brancale).

 
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Caratteristica della collana è lo sguardo rivolto al di fuori dei confini italiani. Si pubblicheranno autori stranieri, viventi e non, che non siano ancora o non siano più presenti sul mercato italiano. La poesia italiana sarà presente soltanto attraverso figure di poeti importanti e dimenticati, in qualche modo esiliati in patria come Dario Villa, Michele Ranchetti, Rodolfo Quadrelli, Franco Ferrara.

Tra gli autori di prossima pubblicazione: Donaldas Kajokas, Charles Olson, Jacques Roubaud, Helga Novak, Stefan Hyner, William Carlos Williams.

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Convegno: Elementi musicali nella poesia di Friedrich Hölderlin

Dal 9 all’11 Dicembre 2016 si svolgerà a Venezia, presso la Fondazione “G. Cini” il Convegno “Alternanza dei toni”: elementi musicali nella poesia di Friedrich Hölderlin e la sua ricezione tra i compositori. Un dialogo tra germanistica e musicologia, organizzato da Gianmario Borio ed Elena Polledri, finanziato dal DAAD con fondi del Ministero degli Esteri tedesco e dal Centro Tedesco di Studi Veneziani, in collaborazione con la Sezione Italiana della Hölderlin-Gesellschaft e le Università di Udine e Pavia, con il patrocinio del Consolato Generale tedesco di Milano.

L’intento è di analizzare l’intenso rapporto di Hölderlin con la musica e la forte attrazione dei musicisti per la sua opera: la germanistica da tempo ha messo in rilievo come l’arte dei suoni impregni profondamente l’opera di Hölderlin, che definì la sua poetica un’“alternanza dei toni” e le sue poesie “canti”; la musicologia ha rilevato l’ampiezza e la durata dell’influenza del poeta sui compositori, via via intensificatasi nel corso del XX secolo; il convegno si propone ora di analizzare entrambi gli aspetti in un contesto interdisciplinare attraverso il dialogo tra germanisti, musicologi e filosofi.

Scarica il programma

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Peter Weiss 1916-2016. Experiment und Engagement heute

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Le Università degli Studi di Ferrara (Dip. di Studi Umanistici) e di Milano (Dip. di Lingue e Letterature Straniere) organizzano in cooperazione con il Goethe-Institut Mailand il convegno internazionale interdisciplinare Peter Weiss 1916-2016. Experiment und Engagement heute (Ferrara, Istituto Universitario di Studi Superiori).

Il convegno prende spunto dal centenario della nascita di Peter Weiss per interrogarsi sull’attualità della sua opera pittorica, filmica, letteraria e teatrale e sul ruolo che ha, nel nostro tempo, il recupero mediato della sua estetica sperimentale e militante.

Organizzatori / contatti:
Matteo Galli — matteo.galli@unife.it
Marco Castellari — marco.castellari@unimi.it

Il convegno sarà trasmesso in streaming –> https://unife.adobeconnect.com/cpw

Qui sotto il programma degli interventi.
Locandina e programma dettagliati sono scaricabili agli indirizzi
https://goo.gl/ciV29x
https://goo.gl/uoEloL

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Konstantin Ulmer, VEB Luchterhand?

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VEB Luchterhand?
Ein Verlag im deutsch-deutschen
literarischen Leben

Berlin, Ch. Links, 2016

Paola Quadrelli

Nel 1954 Hans Mayer in occasione di un discorso pubblico tenuto per il 110° giubileo della casa editrice Rütten & Loening, auspicava il rafforzarsi di un approccio sociologico agli studi letterari che tenesse conto di generi letterari sino ad allora negletti, quali la produzione giornalistica e la letteratura di consumo, e che prestasse attenzione anche al contesto in cui la singola opera viene proposta e recepita: la storia delle grandi case editrici è dunque “parte costitutiva della storia letteraria in senso lato”, asseriva Mayer, il quale constatava, del resto, come basta pronunciare il nome di certe case editrici per evocare immediatamente determinate costellazioni letterarie e storico-letterarie.

Nei decenni più recenti, l’imporsi negli studi letterari del paradigma sociologico di Pierre Bourdieu ha comportato l’intensificarsi di studi legati alla storia delle case editrici, individuate come campi di forze in cui si incontrano e scontrano interessi estetici e commerciali, in cui si riverberano le tensioni sociali e storiche in atto e in cui il lavoro di traduttori, redattori e consulenti determina il contesto e definisce gli orizzonti interpretativi all’interno dei quali la singola opera letteraria viene recepita.

In ambito tedesco, il lettore disponeva già a partire dagli anni Novanta di mappature e ricognizioni relativi alla struttura, la rete di collaboratori e i programmi editoriali delle case editrici che ad Ovest e ad Est contribuirono a definire la storia letteraria del dopoguerra, da Suhrkamp a Rowohlt, da Fischer a Kiepenheuer e Hanser sino alle tedesco-orientali Aufbau e Volk und Welt. La casa editrice Luchterhand, che promosse la diffusione della letteratura tedesco-orientale nella Germania federale e favorì come poche altre case editrici il dialogo culturale tra le due Germanie non aveva ottenuto sinora un’attenzione adeguata da parte degli studiosi. Va dunque a colmare una evidente lacuna la recentissima monografia di Konstantin Ulmer, VEB Luchterhand? Ein Verlag im deutsch-deutschen literarischen Leben (Ch. Links, Berlin 2016, pp. 488), che si segnala per la stupefacente messe di informazioni, il rigore scientifico congiunto a un’esposizione chiara e appassionante, l’intelligente capacità di sintesi e l’originalità delle analisi.

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Il servitore di due padroni. Ovvero: Truffaldino a Taranto di Volker Braun. Lettura scenica

Segnaliamo la lettura scenica del testo di Volker Braun, organizzata dall’Unione culturale Franco Antonicelli e dal Goethe Institut di Torino che si terrà il 10 novembre alle ore 21,00,  presso il Polo del ‘900 -Tornino, via del Carmine 14-.

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Come va il lavoro? Bene, sono malato terminale.

Da Il servitore di due padroni. Ovvero: Truffaldino a Taranto di Volker Braun

(trad. it. Anna Chiarloni)

Il caso dell’Ilva a Taranto è solo uno degli esempi recenti di una frattura tragica fra ambiente, salute e lavoro, tra esigenze produttive e tutela ambientale, tra necessità industriali e rischio sanitario che continua a mietere vittime e a distruggere intere comunità. Alla parabola distruttiva dell’Ilva di Taranto, il grande drammaturgo e poeta tedesco Volker Braun (La sponda occidentale, 2009; La Storia incompiuta e la sua fine, 2012) ha dedicato un testo teatrale intitolato Il servitore di due padroni. Ovvero: Truffaldino a Taranto, tradotto in italiano da Anna Chiarloni. Prendendo spunto da Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni, il testo trasforma Arlecchino in Truffaldino e lo porta a muoversi tra i veleni dell’acciaieria in cui lavora da precario, tenuto sotto scacco da un doppio rischio: di morire di fame per la mancanza di lavoro oppure di malattia a causa della fabbrica.

Il testo sarà letto in anteprima assoluta da due interpreti di eccezione, Valter Malosti e Gaetano Colella durante la prima parte di una serata organizzata dall’Unione culturale Franco Antonicelli e dal Goethe Institut di Torino presso la Sala Novecento del Polo del ’900.

Oltre ad essere attualmente in scena ne Il giardino dei  ciliegi di Anton Cechov diretto da Malosti per il Teatro Stabile di Torino, Gaetano Colella è direttore artistico della cooperativa teatrale Crest, con la quale ha portato in scena la pièce Capatosta da lui scritta e dedicata proprio alle vicende Ilva. Capatosta si è aggiudicata nel 2015 il premio Storie di Lavoro rivolto a gruppi, compagnie e singoli artisti operanti sul territorio nazionale ed europeo nell’ambito di teatro, danza, circo ed arti performative per sostenere e promuovere i progetti che raccontano il lavoro come chiave di accesso alla complessità della contemporaneità.

Alla lettura scenica del testo di Volker Braun, presentato da Anna Chiarloni, seguirà un dibattito sul diritto alla salute nei luoghi di lavoro tra Sebastian Plickert dell’Ente federale tedesco per la tutela dell’ambiente e l’avvocato Sergio Bonetto. Quest’ultimo è stato difensore di parte civile per i familiari dei lavoratori deceduti nell’incendio alla Thyssen di Torino nel 2007; dal 1986 ha difeso le vittime per l’esposizione all’amianto a Casale Monferrato ed è avvocato di parte civile dei cittadini di Taranto e dei lavoratori dell’Ilva nel processo contro i proprietari e i dirigenti di tale azienda. Il dibattito sarà moderato da Fulvio Perini, sindacalista, da sempre impegnato sul fronte della sicurezza e della prevenzione degli infortuni sul lavoro.

La serata, a ingresso libero e gratuito, è organizzata nell’ambito del progetto NarrAzioni. Raccontare le ombre del presente alla luce del Novecento coordinato dall’Unione culturale Franco Antonicelli per il Polo del ’900. Il progetto si propone di tematizzare in maniera originale fenomeni problematici di grande attualità: dalle elezioni USA al ritorno dei nazionalismi in Europa, fino ad arrivare ai conflitti crescenti fra industria, salute e ambiente, passando attraverso i diritti civili e sociali ancora negati.

 

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Call for papers per “Costellazioni” sul tema Ostalgie

Segnaliamo la Call di “Costellazioni”, rivista di Lingue e Letterature, sul tema della “Ostalgie”.

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Questo numero della rivista intende focalizzare il fenomeno culturale tedesco della ostalgia, ossia la “nostalgia per l’est” che è diventato un processo di identità dopo anni di discriminazione e di accuse di non “essere capaci di reggere le regole della concorrenza”. Il processo di unificazione ha fatto incontrare (e talvolta scontrare) aspettative diverse: da un lato l’illusione di acquisire, assieme alla cittadinanza, anche il livello di vita dell’Occidente, dall’altro la volontà di ‘fare i conti’ con la ‘dittatura’ comunista. Ma l’unione politica non ha comportato automaticamente l’unione sociale e culturale.

A circa dieci anni dall’unificazione, è scoppiata in Germania la cosiddetta Ostalgie. Ma questa nostalgia non ha nulla di politico: si tratta di una moda culturale, nata nei mercatini, fatta di oggetti desueti. Questa moda ha creato degli oggetti di culto che ora esprimono immediatamente l’epoca passata e hanno assunto valore di allegorie, per cui la loro sola presenza in un romanzo o in un film è un richiamo immediato alla DDR. Anche negli altri paesi dell’ex socialismo reale si assiste, in modi differenti, a questa “ostalgia” che di volta in volta assume differenti strategie identitarie, tutte volte alla cosiddetta “risemantizzazione del passato” a raccontare di nuovo, a “riscrivere” la storia della dittatura comunista e la storia della liberazione, per conferire un senso alla storia passata e ai nuovi processi di identità. Talvolta questa identità si identifica con la solidarietà umana che i lavoratori avevano sviluppato come forma di autodifesa nei confronti del regime, talvolta in narrazioni fantastiche, talvolta in rinati nazionalismi o localismi.

Le proposte in lingua inglese, tedesca e italiana, di massimo 300 parole, dovranno essere inviate ai curatori del volume, Mauro Ponzi (mauro.ponzi@uniroma1.it) e contestualmente all’indirizzo della rivista (rivistacostellazioni@gmail.com) entro il 15 novembre 2016.

I possibili approcci teorici e metodologici a questo argomento potrebbero comprendere:

  • storia della cultura 
analisi di testi letterari
  • profilo di autori
  • identificazione di movimenti culturali
  • teatro
 cinema 
mass-media giornalismo
  • gender studies
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