Il romanzo tedesco del Novecento: un sondaggio

Nel 1973 Giuliano Baioni, Giuseppe Bevilacqua, Cesare Cases e Claudio Magris rendevano omaggio a Ladislao Mittner curando per Einaudi Il romanzo tedesco del Novecento. Per ciscuno dei romanzi allora considerati tra i più importanti della letteratura tedesca del XX secolo il volume contiene un saggio firmato da un germanista (ma partecipano anche Franco Fortini, lo storico Enzo Collotti, il filosofo Tito Perlini).

Emerge così la proposta di un canone, una proposta provvisoria, dei cui limiti avvertono i curatori stessi: “Ogni scelta – si legge nella Premessa - contiene un margine di arbitrio; così anche quella dei romanzi qui trattati. Altri avrebbero escluso alcuni titoli, accolto altri. Né a noi stessi fu sempre possibile risolvere l’equazione tra i titoli proposti e la disponibilità dei singoli contributori a farne argomento di un saggio. Di alcune (pochissime) rilevanti lacune [...] chiediamo venia al lettore”.

I 43 titoli inclusi erano:

Th. Mann, I Buddenbrook (1901)
R. Musil, I turbamenti del giovane Törless (1906)
R. Walser, L’assistente (1907)
A. Schnitzler, Verso la liberazione (1908)
A. Kubin, L’altra parte (1909)
R.M. Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910)
G. Hauptmann, Il folle in Cristo (1910)
H. v. Hofmannsthal, Andrea o I ricongiunti (1912-13)
G. Meyrink, Il Golem (1915)
H. Mann, Il suddito (1918)
F. Kafka, Il castello (1922)
A. Zweig, La questione del sergente Grischa (1927)
H. Hesse, Il lupo della steppa (1927)
A. Seghers, La rivolta dei pescatori di Santa Barbara (1928)
H.H. Jahnn, Perrudja (1929)
R. Musil, L’uomo senza qualità (1930-42)
F.C. Weiskopf, Il canto degli slavi (1931)
H. Broch, I sonnambuli (1931)
P. Kornfeld, Blanche o L’atelier nel giardino (1932)
J. Roth, La marcia di Radetzky (1932)
F. Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh (1933)
Th. Mann, Giuseppe e i suoi fratelli (1933-43)
B. Brecht, Il romanzo da tre soldi (1934)
E. Canetti, Auto da fé (1935)
E. Barlach, La luna rubata (1936-37)
E. Weiss, Io – Il testimone oculare (1939)
E. Jünger, Sulle scogliere di marmo (1939)
Th. Mann, Doktor Faustus (1947)
H. Broch, La morte di Virgilio (1947)
G. Benn, Romanzo del fenotipo (1947)
M. Frisch, Stiller (1954)
H. v. Doderer, I demoni (1956)
F. Dürrenmatt, La promessa (1958)
G. Grass, Il tamburo di latta (1959)
U. Johnson, Congetture su Jakob (1959)
P. Weiss, L’ombra del corpo del cocchiere (1960)
M. Walser, Dopo l’intervallo (1960)
A.P. Gütersloh, Sole e luna (1962)
H. Böll, Opinioni di un clown (1963)
K. Bayer, La testa di Vitus Bering (1965)
O. Wiener, Il miglioramento della Mitteleuropa (1967)
Th. Bernhard, Perturbazione (1967)
S. Lenz, Lezione di tedesco (1968)

A distanza di quarant’anni possiamo chiederci: che cosa manca? quali grandi romanzi non sono inclusi nell’elenco? ma anche: quali grandi romanzi sono stati scritti, in lingua tedesca, dopo il 1968?

Proprio in questi giorni L’Orma pubblica, a quasi quarant’anni dall’uscita dell’originale, il terzo volume della tetralogia di Uwe Johnson, e sulle Parole e le cose leggiamo: “I giorni e gli anni è, senza discussione, uno dei romanzi più importanti della letteratura tedesca del Novecento.” Quali sono “i romanzi più importanti della letteratura tedesca del Novecento”?

Proviamo, se non a completarne, ad arricchirne l’elenco? Qui, nei commenti a questo post. Proponendo nomi, titoli, date di pubblicazione, e magari (ma non è obbligatorio) brevi recensioni che spieghino perché quel tale romanzo andrebbe incluso nell’elenco. Avete voglia? (M.S.)

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La letteratura tradotta come fattore di cambiamento nel campo letterario italiano (1945-1970)

 

[Questo saggio è uscito nel volume Letteratura italiana e tedesca 1945-1970: campi, polisistemi, transfer / Deutsche und italienische Literatur 1945-1970: Felder, Polysysteme, Transfer, a cura di Irene Fantappiè e Michele Sisto, Roma, Istituto Italiano di Studi Germanici, 2013. M.S.]

Michele Sisto

Analogamente alle altre discipline letterarie nazionali, l’italianistica elegge a proprio oggetto un corpus selezionato di testi prodotti sul territorio italiano da autori italiani in lingua italiana[1]. Non prende invece in considerazione un altro corpus molto vasto e influente, anch’esso il lingua italiana: la letteratura tradotta. Poiché esso non viene preso in carico da altre discipline – o lo è da prospettive oblique, come nei translation studies, nella storia dell’editoria o nella comparatistica – cade come nel vuoto: nell’attuale divisione disciplinare del lavoro la traduzione dell’Uomo senza qualità non appartiene più alla letteratura tedesca, ma nemmeno alla letteratura italiana. La nozione di ‘letteratura tradotta’, proposta da Itamar Even-Zohar nell’ambito della teoria dei polisistemi, e quella di ‘campo letterario’ elaborata da Pierre Bourdieu[2] possono aiutarci a dare cittadinanza a questo corpus di testi e a ricostruirne il ruolo effettivo nelle trasformazioni del sistema letterario che lo ha (ri)prodotto. L’importazione in un sistema letterario di un testo o di un autore “straniero” (con tutte le sue specificità di contenuto, di stile, di postura, di poetica, ecc.) può infatti contribuire in misura assai più rilevante di un testo “autoctono” alla modificazione dello ‘spazio dei possibili’ (Bourdieu).

Ma a cosa si deve l’importazione di un nuovo testo (o di un qualsiasi altro item, come direbbe Even-Zohar, allargando di molto la nozione di traduzione)? Bourdieu individua il principio del mutamento sociale nell’entrata in scena di pretendenti che hanno interesse a mettere in discussione l’ordinamento prodotto dei loro predecessori. Lo stesso vale per la letteratura: «Ce sont les nouveaux entrants qui créent le mouvement»[3]. Continue reading

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Maria Luisa Wandruszka Ingeborg Bachmanns “ganze Gerechtigkeit”

[Dall'ultimo numero dell'Osservatorio critico della germanistica. M.S.]

 Camilla Miglio

Ingeborg Bachmanns “ganze Gerechtigkeit” (Wien, 2011) di Maria Luisa Wandruszka è un libro importante e nuovo sotto diversi aspetti, per la nuova luce che gettano soprattutto sull’ultima produzione bachmanniana che, come scrive l’autrice proprio nelle conclusioni, fa rimpiangere una volta di più la fine precoce di una scrittrice che stava probabilmente imboccando una strada estetica veramente nuova.

Questo libro si potrebbe anche rinominare Estetica del paria. Altre donne, donne altre.

Wandruszka – in un serrato dialogo non solo con i testi di Bachmann ma anche con quelli di molte autrici del pensiero e della scrittura femminile del Novecento (Hannah Arendt, Marguerite Duras, Virginia Woolf, Simone Weil) – cerca di determinare un perimetro estetico che Bachmann traccia proprio misurandosi con questi modelli, indicando un percorso di etica e dello scrivere che la porterà a rivisitare un autore come Hofmannsthal, lo Hofmannsthal capace di ritrarre le voci e gli aspetti più autentici della società viennese, con una forma di ironico “affetto”. Continue reading

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Intervista a Uwe Johnson (1961)

[Nel 1961 Feltrinelli pubblica Congetture su Jakob di Uwe Johnson nella traduzione di Enrico Filippini, allora editor per la letteratura straniera della casa editrice milanese. Per l'occasione Filippini pubblica sulla rivista Quaderni milanesi una Guida alle Congetture su Jakob e realizza un'intervista a Johnson che Alessandro Bosco, curatore per Castelvecchi di una raccolta delle opere di Filippini, ha ritrovato tra le sue carte d'archivio. L'intervista è ora pubblicata su Alfabeta2 insieme ad altri materiali johnsonianiM.S.]

Enrico Filippini

Johnson, quando uscirono, due anni fa, le Congetture su Jakob in Germania1 la critica disse: questo libro è la grande eccezione, la sua pubblicazione viene a riempire il vuoto letterario della Germania, a colmare un silenzio. Lei, di questo vuoto, ha sentito gli effetti negli anni della sua preparazione?

«No. E nemmeno ho cercato di introdurre qualche cosa in questo vuoto, di colmarlo. Quando scrissi le Congetture m’importava semplicemente di raccontare nel modo migliore una storia che conoscevo».

 Già. Secondo lei esiste qualche rapporto tra la sua opera e il programma del realismo socialista?

«No, non direttamente. Ho usato il realismo socialista e i suoi risultati, i suoi prodotti, come un criterio di comparazione, perché ho visto quali possono essere i frutti di questo metodo. Per me si trattava di un metodo tra tanti altri, e ne ho messo a confronto parecchi».

Lei viene dall’Est. Ha voglia di parlare dei suoi colleghi dell’Est?

«No».

La sua formazione: chi ha esercitato su di lei un influsso di cui lei sia cosciente, o meglio: quali autori ha letto con un particolare interesse?

«Alla prima domanda posso rispondere dicendo che durante gli studi di letteratura e di filologia si acquista una specie di indifferenza nei confronti delle opere e dei metodi letterari. Si conoscono tutte le opere, si studiano, e per finire si possono utilizzare del tutto indipendentemente dai loro autori e dai loro scopi perché entrano a far parte dell’arsenale letterario. Ho letto con interesse Brecht, Faulkner, Proust. Ma non sono ben sicuro che questo interesse fosse autentico, di ordine personale. Può darsi che questo dipenda dal fatto che certe opere non erano accessibili; tutt’a un tratto comparivano, me le trovavo tra le mani, e allora le leggevo al di fuori dello studio, prima, dopo lo studio».

Già, in un articolo ho letto (questa domanda non era prevista): «Johnson conosce il suo Joyce, conosce il suo Döblin».

«Sì, anzi, come potrebbe uno mettersi a scrivere se non conoscesse questi autori? Dopo che Döblin ha scritto l’Alexanderplatz e Thomas Mann il Dottor Faustus e Brecht il Galileo Galilei e certe poesie, e Joyce l’Ulisse, eccetera, uno non può mettersi al tavolino e scrivere come se queste opere non esistessero. Queste opere hanno posto determinati criteri».

Naturale. Ora: la sua lingua, il linguaggio delle Congetture. Cresspahl parla dialetto, anzi due dialetti: il Platt e il Missingsch (nota per il lettore italiano: il Missingsch è una lingua mista, lessico e forme grammaticali prevalentemente del buon tedesco, l’articolazione platt, sintassi prevalentemente platt o meglio niederdeutsch). Questo fatto mira soltanto a conferire a questo personaggio una certa distanza oppure implica altre cose? Per esempio che, analogamente a quanto avviene da noi, esiste un problema della lingua, della lingua letteraria e del linguaggio ordinario. In questo caso, che cosa intende fare utilizzando il dialetto, e questa utilizzazione ha una portata ideologica?

«Innanzitutto c’è questo, che Cresspahl è una persona poco istruita, viene dalla Germania del nord e ne utilizza la lingua. D’altra parte esistono in Germania moltissimi dialetti, gerghi, pronunce, e spesso coloro che li utilizzano non riescono a intendersi, per cui devono ricorrere alla lingua diciamo letteraria. Per quanto riguarda la lingua non avevo altri problemi». Continua a leggere su Alfabeta2

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qui conna[î]t suffisamment bien l’allemand

[Da Paul Celan e Vittorio Sereni, Carteggio (1962-1967), a cura di Giovanna Cordibella, Brescia, L'Obliquo, 2013. M.S.]

Milan, le 28 février 1962

Cher M. Celan,

Je vous remercie de votre lettre du 22 février. Je suis tout à fait d’accord sur l’orientation que vous donnez. C’est particulièrement pour ça que je me suis adressé à un poète de la nouvelle génération, Andrea Zanzotto, qui conna[î]t suffisamment bien l’allemand pour essayer de faire ce travail.

Je vous prie donc de bien vouloir attendre de mes nouvelles le plus tôt possible.
Bien sincèrement à vous

Vittorio Sereni

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Camilla Miglio, La terra del morso

[Dall'ultimo numero dell'Osservatorio critico della germanistica. M.S.]

 Fabrizio Cambi

Dal soggiorno in Italia, paese d’elezione scoperto in una sorta di preliminare ricognizione già nel 1952 con la sorella Isolde, Ingeborg Bachmann, che vive a Roma dal 1954 al ’57 e pressoché definitivamente dalla fine del 1965 alla morte, trae ispirazione e sollecitazioni per la sua opera, ma anche indicazioni e chiarificazioni poetologiche. In un’intervista del 1963, alla domanda di Kuno Raeber sui motivi della sua attrazione per l’Italia, Bachmann rispondeva: «Proviamo allora con una delle tante spiegazioni dubbie. In Italia, potrei dire, sono diventata più felice; qui ho imparato a far uso dei miei occhi, ho imparato a guardare. […] Ma dopo che si conosce un paese da tanti anni, questo non basta più a trattenere una persona; sentire e pensare in consonanza con ciò che succede e si muove qui, nella politica, nella letteratura, diventa sempre più importante del sentirsi bene».

Nel suo recente studio Camilla Miglio ha condotto un’esplorazione per molti versi innovativa e una convincente lettura critica di quei testi lirici emblematici della ricezione di Bachmann dell’esperienza italiana, chiarendo e interpretando il “mistero” della sua attrazione per il sud. In Italia la scrittrice in realtà non impara solo «a fare uso dei suoi occhi», ma apprende, come osserva Miglio, «un modo-altro del “vedere”», unito a un percepire e sentire nuovi, animati e mossi da una dimensione sonora e acustica resa possibile anche dal sodalizio con il compositore Hans Werner Henze. Già il titolo del libro scelto da Miglio introduce il lettore a un percorso alternativo alla tradizione canonica dell’immersione nel paesaggio italiano inscritto nella solare e armonica cornice di consonanze classiche. Bachmann sente e vive il sud, fra Napoli, Ischia, la Puglia e Roma, come terra primigenia e primordiale, inospitale e ostile, che reca i segni di un’Italia ctonia in cui si rifrangono le «zone infere del sé». Continue reading

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Karl Kraus a Bologna

Kraus a Bologna

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Gabriella Pelloni, Genealogia della cultura

Nietzsche
Gabriella Pelloni

Genealogia della cultura.
Costruzione poetica del sé
nello
Zarathustra di Nietzsche

Milano, Mimesis, 2014

leggi l’introduzione

Dalla quarta di copertina: “Così parlò Zarathustra è un’opera nata da una crisi esistenziale profonda. Impresa filosofica e psicologica ad un tempo, essa trova la sua forma espressiva esemplare in una trama finemente elaborata di parabole, metafore e simboli. In questo tessuto immaginario il pensiero trascende la dimensione puramente intellettuale per coinvolgere la totalità della persona in un tentativo originale di cura di sé. Con questo lavoro si è cercato di indagare lo Zarathustra come luogo simbolico di una costruzione del sé intesa come alternativa storica rispetto ai gesti dominanti di un’epoca di cui il suo autore aveva già acutamente diagnosticato la crisi. Continue reading

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La scuola in Ingrid Babendererde di Uwe Johnson

[Paola Quadrelli ha risposto all'appello a inviare materiali su Uwe Johnson con lo studio «Educare l’uomo nuovo»: la scuola negli anni dello stalinismo, secondo capitolo del suo volume Il partito è il nostro sole. La scuola socialista nella letteratura della DDR, Aracne, Roma 2011, pp. 53-107. Lo pubblichiamo con grande piacere. L'immagine viene, naturalmente, dalla Bundeszentrale für politische Bildung. M.S.]

Paola Quadrelli

L’opera prima di Uwe Johnson[1], rimasta inedita per decenni e pubblicata postuma nel 1985, costituisce il punto di partenza ideale per la nostra ricognizione sulla raffigurazione della scuola nella letteratura della DDR. Il romanzo, definito dal filologo johnsoniano Bernd Neumann, «il fiore all’occhiello dello specifico Schulroman della DDR»[2], costituisce un’opera significativa sotto molti aspetti: sotto il profilo artistico, innanzitutto, come prima e notevole prova letteraria di un futuro grande scrittore; sotto il profilo storico e autobiografico, come documento di una precisa situazione politica – la campagna antireligiosa nella DDR degli anni 1952-53, di cui Johnson fu testimone diretto – sotto l’aspetto educativo-morale, come monito alla resistenza contro il sopruso del potere e favore della tolleranza e della libertà individuale e sotto il profilo storico-letterario, in quanto esempio di Schulroman che si inserisce nella tradizione specificamente tedesca di questo genere. Continue reading

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Arno Schmidt, I migranti… in cerca di editore

[Sul domenicale del Sole24Ore del 9 febbraio scorso veniva presentata un'anteprima di Die Umsiedler di Arno Schmidt, nella traduzione di Dario Borso, col seguente commento: "Nonostante traduzione e curatela siano state finanziate dalla Arno-Schmidt-Stiftung, il breve romanzo, composto di 24 capitoletti, non ha ancora trovato un editore in Italia". La ripubblichiamo anche qui, sperando sia di buon auspicio. M.S.]

Arno Schmidt

I

La luna precoce scivolò via, rachiticamente curva, oltre il terrapieno della ferrovia; ancora una volta sazia di carne. Cespugli agghindati con un resto di pioggia fresca; e poter ricominciare a fumare. Una grassa nuvola puttana stiracchiò grigie spalle dietro i boschi serali; maccheroni e la crosta di svizzero grattugiata dentro. Due girandole d’aria mi corsero incontro, con fini criniere polverose, corpi gialli trasparenti; vagarono imbarazzate più vicino, agguantarono tremando lo strascico, si girarono e sospirarono incantevoli (poi subito però arrivò il furgone di Trempenau, e dovettero seguirlo, al traino, con lungo fondoschiena da menadi : uno col mezzo ha sempre più possibilità !) Continue reading

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Il Faust tradotto e commentato da Vittorio Santoli

FaustFauust-quarta

 

 

 

 

Johann Wolfgang Goethe

Faust

testo tedesco, traduzione a fronte e commento di Vittorio Santoli
curato da Bianca Maria Bornmann e Barbara Di Noi
prefazione di Fabrizio Cambi
Castrovillari, Edizioni dell’Associazione italiana di Cultura Classica, 2014

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Uwe Johnson, I giorni e gli anni, vol. 3

[Riprendiamo da Le parole e le cose: "In questi giorni L’orma ha pubblicato il terzo volume di I giorni e gli anni [Jahrestage] di Uwe Johnson, nella traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini. I primi due volumi erano usciti da Feltrinelli nel 2002 e nel 2005; poi Feltrinelli ha interrotto la pubblicazione.

I giorni e gli anni è, senza discussione, uno dei romanzi più importanti della letteratura tedesca del Novecento. Nasce dalla sovrapposizione e dall’intreccio di tre piani narrativi: il primo racconta giorno per giorno, fra il 21 agosto 1967 e il 20 agosto 1968, un anno della vita di Gesine Cresspahl, una giovane donna di trentaquattro anni, nata in Meclemburgo, che vive con la figlia Marie a New York, in un appartamento dell’Upper West Side; il secondo è costruito mettendo insieme e commentando gli articoli del New York Times usciti in quei giorni (si parla di Vietnam, di politica interna americana, dei rapporti fra USA e URSS, della contestazione giovanile, di cronaca quotidiana, di sport); il terzo racconta le vicende della famiglia Cresspahl e ripercorre la storia del Meclemburgo e la storia della Germania fra la seconda metà dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento.

Il terzo volume dell’opera copre il periodo compreso fra il 20 aprile e il 16 giugno 1968. Quella che segue è la pagina di giovedì 9 maggio 1968. Su germanistica.net si possono leggere l’inizio del romanzo e, fra le altre cose, le recensioni di Massimo Raffaeli e di Roberto Saviano al primo volume. (gm)”]

Uwe Johnson

9 maggio 1968, giovedì

è il giorno della lezione di lingua ceca, puntualmente alle due il professor Kreslil s’intrufola nell’ufficio della Cresspahl, si tira dietro la porta con circospezione e solo a questo punto si distende un pochino. Forse lo mette a disagio il lungo percorso nell’edificio verticale, per portieri e facce estranee innumerabili, magari è la smaccata opulenza di questo sedicesimo piano a intimidirlo, e solo oggi le è venuto in mente che forse potrebbe andare ad aspettare questo signore anziano al marciapiede, per poi scortarlo fin quassù. Ma scusarsi e proporre l’alternativa non può farlo, all’offerta d’aiuto lui opporrebbe un reciso diniego, nondimeno il contrario di quel che veramente vorrebbe. Čeština je těžká. Continue reading

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I limiti dei cultural studies e i problemi della critica letteraria

Michele Sisto

«La fine della galassia Gutenberg ha trasformato profondamente lo status della letteratura, e per chi si occupa di studiarla non sembra che esserci una strada da seguire: quella che porta “al di là del testo”»: così si legge sulla quarta di copertina di questo volume [Al di là del testo. Critica letteraria e studio della cultura, a cura di Francesco Fiorentino, Macerata, Quodlibet, 2011, 302 p.] che attraverso quattordici contributi documenta un percorso di studio e confronto culminato in due convegni all’Università di Roma Tre nel 2003 e nel 2008, ai quali hanno partecipato studiosi internazionali di diverse discipline, da Terry Eagleton a Cesare Segre, da Friedrich Kittler a Remo Ceserani e Hans-Thies Lehmann. E non poteva esser detto meglio: la discussione, squisitamente accademica, sui rapporti tra studi letterari e cultural studies ha infatti la sua più profonda ragion d’essere in una questione di «status». In un momento storico in cui la letteratura vede ridursi il suo prestigio sociale fin quasi all’irrilevanza, coloro che la producono e amministrano (scrittori, critici, editori, professori) sono indotti a esplorare nuove vie per rilegittimarla e rilegittimarsi, portando lo sguardo «al di là del testo» e volgendo la propria attenzione al mondo intorno.

Che questa sia un’esigenza diffusa è testimoniato, anche in Italia, dal cosiddetto “ritorno alla realtà” della letteratura degli anni zero (v. il n. 57 di «Allegoria» e il successivo dibattito), il cui esito più sintomatico è Gomorra di Saviano. Anche la critica letteraria si sente chiamata a rinegoziare la propria posizione nell’ordinamento dei saperi e dei poteri: e dal momento che per condurre qualsiasi negoziato bisogna avere qualcosa in mano, non può esimersi dal fare i conti con il proprio sapere delegittimato e tornare a chiedersi che cosa sia e a qual fine si studi la letteratura (per riprendere l’ironico titolo dato da Cesare Cases nel 1990 alla sua ultima lezione).

Naturalmente ci sono svariati modi di farlo, come mostra una piccola ma significativa pattuglia di libri apparsi, insieme a questo, nel solo 2011. Carla Benedetti, in Disumane lettere, pone la questione nei termini estremi di un’«emergenza di specie»: «In pochi decenni il pianeta andrà incontro a un collasso – a meno che non si inverta la rotta, avvertono gli scienziati. E la cultura umanistica? Che cosa ha da proporre al genere umano in una situazione simile?». Nella sua notevole Teoria del romanzo Guido Mazzoni punta invece sull’imprescindibilità sociale di un genere letterario che si offre come luogo privilegiato dell’auerbachiana «mimesi seria del quotidiano»: «Il romanzo è la più importante tra le arti occidentali, quella che raffigura la totalità della vita o, come è stato detto, l’ammiraglia che la letteratura schiera contro il pensiero sistematico, contro la scienza e contro la filosofia». Continue reading

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Osservatorio critico della germanistica n. 36 (digitale)

http://www.germanistica.net/wp-content/uploads/2011/07/Osservatorio-Logo-cut.jpg

È uscito il n. 36 dell’Osservatorio critico della germanistica, un fascicolo eccezionalmente corposo, di quasi 120 pagine. Da questo numero l’Osservatorio viene pubblicato in versione digitale in appendice alla rivista Studi Germanici. Da oggi l’intera collezione della rivista è disponibile tra i materiali di germanistica.net.

Indice

Maria Cristina Lombardi, Kenningor nelle Friὁpjófsrímur islandesi (Massimiliano Bampi)

Bernhard Arnold Kruse, Vivetta Vivarelli (a cura di), Il marmo, la fontana, il precipizio. Paesie tedesche sull’Italia (Diana Battisti)

Nicola Ribatti, Allegorie della memoria. Testo e immagine nella prosa di W.G. Sebald  (Massimo Bonifazio)

Camilla Miglio, La terra del morso. L’Italia ctonia di Ingeborg Bachmann (Fabrizio Cambi)

Lebensfluten, Tatensturm. Mostra del Goethe Museum di Weimar (Gabriella Catalano)

Ines Geipel, Zensiert, verschwiegen, vergessen. Autorinnen in Ostdeutschland 1945-1989
(Anna Chiarloni) Continue reading

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Martin Mittelmeier, Adorno in Neapel

Gabriele Guerra

“Tourist zu sein ist ein leidiges Geschäft”. Segnato da un motto che potrebbe scolpirsi a lettere dorate sull’architrave del tempio tedesco dedicato al turista (edificio che indubbiamente possiede una eleganza e una solidità rara in altre culture), questo libro, in realtà tesi di dottorato – sia pure sui generis – dell’attuale editor dell’Eichborn Verlag, si configura come un interessantissimo aperçu storico-filosofico sulla natura intimamente teoretica dello sguardo del turista alle prese con un panorama esotico. E cosa vi è di più esotico, ed allo stesso tempo di più filosofico, del paesaggio del golfo di Napoli per un intellettuale tedesco dei primi decenni del XX secolo? Beninteso, il “turista” di cui si parla in questo libro è tutt’altro che la figura cui siamo abituati ai giorni della società di massa. L’autore ricostruisce invece – sulla scorta più dei saggi e delle idee prodotte in quegli anni che su una effettiva ricerca biografica, che non è al centro delle intenzioni che muovono il libro – la costellazione di autori che diventa visibile proprio a Napoli e nei suoi dintorni nei primi anni ’20: non solo cioè l’Adorno del titolo, ma anche gli amici e colleghi Walter Benjamin e Siegfried Kracauer, Alfred Sohn-Rethel, Ernst Bloch – e poi ancora Gretel Karplus, più tardi signora Adorno, brillante intellettuale anche lei e grande amica di confessioni epistolari di Benjamin; la rivoluzionaria lettone Asja Lacis, oggetto dei desideri sentimentali e politici del filosofo berlinese; Gilbert Clavel, talentuoso artista che si rifugia in una torre a picco sul mare a Positano. Una costellazione, si diceva, dal momento che uno dei meriti maggiori di questo libro (una tesi di dottorato un po’ speciale, come detto, discussa nel corso di “uno stimolante ed eccitante pomeriggio”, come si esprime l’autore nei ringraziamenti finali, e scritta in gran parte ai tavolini del Café zum Kloster di Monaco di Baviera) è quello di tematizzare in maniera assai plastica le modalità in cui un concetto si offre alla rappresentazione. Letteralmente: per Mittelmeier si tratta cioè di vedere “come un paesaggio nostalgico si tramuti in filosofia”, come dice il sottotitolo del volume. La costellazione – l’insieme cioè di concetti tenuti insieme dialetticamente dalla vis imaginativa, se si può dir così, del pensatore-astrologo –  diventa essa stessa costellativa: allo stesso tempo un’istantanea di un momento cruciale di storia intellettuale europea (in particolare tedesca), un’allegoria di un paesaggio concettuale fascinoso e perturbante ad un tempo, un procedimento metodologico arrischiato ed elegante; ed è al contempo, infine, un modo molto elegante – e forse un po’ troppo à la page – per restituire al lettore odierno le prestazioni intellettuali di un gruppo di pensatori, filosofi e critici accomunati dall’idea che al pensiero, per pensare il reale, non sia più sufficiente l’ordinato squadernarsi dello Spirito o della Critica – ma occorrano armi nuove, ancora impensate e ancora non praticate; per le quali occorrano cioè nuove concezioni e nuove percezioni. Continue reading

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