Terry Pinkard, Hegel

È uscito il numero 80 di Allegoria. Tra le diverse recensioni di cose tedesche segnaliamo intanto questa.

Michele Sisto

A partire dagli anni ’70 la critica che non ha voluto rinunciare al paradigma marxista lo ha in genere sottoposto a revisioni a base di psicanalisi, antropologia, sociologia o persino teologia; un’altra costellazione, che va da Kosellek a Moretti passando per il Berman di Tutto ciò che solido si dissolve nell’aria, ha invece tentato la strada di un ampliamento prospettico: anziché affinare il pensiero di Marx è risalita più indietro, all’epoca che precede la polarizzazione tra opzione comunista e capitalista e pone, di fatto, le fondamenta della modernità. Un reculer pour mieux sauter che, per quanto meno organico e riconoscibile del marxismo rivisitato di Foucault, Bourdieu, Jameson o Žižek, ha aperto prospettive almeno altrettanto feconde. Pubblicato nel 2000, Hegel: A Biography, ora pubblicato in italiano col titolo Hegel. Il filosofo della ragione dialettica e della storia (trad. it. di S. Della Bella, Hoepli, Milano 2018), è un classico di questa tradizione: Pinkard, autorevole interprete e traduttore americano della Fenomenologia dello Spirito, vi ricostruisce uno squarcio ampissimo dell’orizzonte storico, ideologico e filosofico di quella Sattelzeit (‘epoca sella’) con la quale la vita di Hegel (1770-1831) in larga misura coincide.

A ogni tappa della sua traiettoria il filosofo vi appare incalzato da un terremoto storico: seminarista a Tubinga, celebra con Schelling e Hölderlin la «splendida aurora» della rivoluzione francese; precettore a Berna e a Francoforte mentre infuriano le guerre napoleoniche (1795-1800) abbozza costituzioni democratiche a spregio dei suoi aristocratici datori di lavoro; libero docente a Jena (1801-07) scrive l’ultima pagina della Fenomenologia nei giorni in cui il Sacro romano impero viene cancellato dalla carta d’Europa; direttore di giornale a Bamberga e poi preside del ginnasio a Norimberga (1807-16) si batte per modernizzare le istituzioni dei vecchi stati feudali tedeschi passati sotto il controllo francese; professore di filosofia a Heidelberg (1816-18) e finalmente a Berlino (1818-31) difende in una Prussia sempre più paralizzata dalla Restaurazione metternichiana l’autonomia dell’università “critica” voluta da Humboldt. Di fronte a questi continui mutamenti di scena Hegel rifiuta le alternative di un radicalismo rivoluzionario che considera autodissolutorio (anche se per tutta la vita brinderà coi suoi studenti alla presa della Bastiglia), dell’idealizzazione regressiva di una comunità organica mai esistita (la Chiesa di Schlegel, la Nazione di Fichte, la Razza di J.F. Fries), e ancor più del nichilismo (stigmatizzato da Jacobi come esito inevitabile dell’idealismo kantiano): invece di rinnegare la modernità o lasciarsene travolgere, elabora strumenti per governarla.

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«Come fai a sapere chi sei, se non capisci da dove vieni?» Heimat di Nora Krug

Francesca Di Tonno

Nel 2018 il titolo di miglior graphic novel dell’anno per il NY Times viene assegnato a Heimat, a firma di Nora Krug, autrice ed illustratrice tedesco-americana, classe 1977, e una esistenza già trascorsa tra vecchia Europa e Stati Uniti. Fino a 19 anni vive infatti in Germania per poi trasferirsi in Inghilterra e successivamente a New York, e da questo momento le sue storie illustrate iniziano ad apparire periodicamente sul New York Times, The Guardian, Le Monde e altre testate internazionali.

Heimat, il cui sottotitolo è «L’album di una famiglia tedesca», si apre e si chiude con le controguardie anteriori e posteriori che ospitano gli alberi genealogici delle famiglie dei genitori dell’autrice. In queste genealogie, che sono per metà illustrazioni e per metà collage (i volti dei familiari sono infatti ritagli in bianco e nero di foto reali) il lettore può ritrovare sin da subito le coordinate storiche, sociali e geografiche della storia nella sua interezza. Apprende infatti che la madre di Nora proviene da Karlsruhe, il padre da Külsheim, entrambi sono di estrazione medio-borghese, entrambi nati nel 1946 e di professione insegnanti. Per ogni familiare è riportato il nome di battesimo, le date di nascita e morte, il grado di parentela e la professione: l’unico commento è riservato a Luise Anna, bisnonna dell’autrice e «ebrea si vociferava», come si legge sotto la sua immagine per metà foto e per metà fumetto.

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Enrico Ganni (1950-2020)

Venerdì scorso, a settant’anni da poco compiuti, è scomparso Enrico Ganni. Sul Manifesto di martedì 21 luglio è uscito questo ricordo di Luca Crescenzi.

Luca Crescenzi

La cultura italiana, che volentieri trascura chi la fa crescere senza clamore, deve molto a Enrico Ganni e al lavoro che ha portato avanti per quarant’anni, prima come docente di traduzione dal tedesco alla Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori, come curatore di tante opere fondamentali e in parte sconosciute della letteratura tedesca e infine come editor della narrativa straniera all’Einaudi. Gli deve molto perché senza la sua dedizione discreta e assidua non avremmo oggi l’edizione completa delle opere di Walter Benjamin concepita e poi lasciata da Giorgio Agamben che è, a oggi, la migliore edizione degli scritti completi del filosofo esistente fuori dalla Germania: solo la pazienza, il sapere e la passione di Ganni permisero di portare a compimento un’impresa che pareva impossibile per i tanti intralci che l’avevano ostacolata. Non avremmo neppure le sue traduzioni, sempre perfette, dei più grandi classici della letteratura e della cultura tedesca: da Kafka a Freud, da Musil a Stefan Zweig (magnifica la sua traduzione della Novella degli scacchi), da Brecht a Josef Roth.

Ganni aveva per vocazione e scienza l’idea, mille volte ripetuta agli studenti che affollavano sempre le sue lezioni, che un traduttore, soprattutto quando si confronta con i classici di una cultura, non deve essere semplicemente un tecnico della lingua, ma un uomo di cultura universale, capace di riversare nella lingua le conseguenze di una volontà di conoscenza inesauribile. Amava citare, come esempio, le opere di Adorno: non era possibile, diceva, tradurre Adorno senza sapere non solo di filosofia, sociologia e letteratura, ma anche e forse soprattutto di musica. Il suo punto di riferimento costante era stato, però, l’universalismo di Goethe, l’autore a cui forse più e meglio ha dedicato le sue energie e la sua passione intellettuale. Cresciuto anche lui a Francoforte, dove aveva frequentato le scuole inferiori e superiori, era entrato in contatto fin da bambino con lo spirito della cultura goethiana e, tornato in Italia, dopo essersi laureato con Roberto Fertonani, aveva portato quello spirito dentro il suo lavoro, prima come editor delle traduzioni alla Mondadori, poi nei lunghi anni trascorsi all’Einaudi. Non per nulla sono le traduzioni da Goethe l’esito più grande della sua acribia. Aveva collaborato alla grande edizione completa delle poesie curata dal suo maestro, Fertonani, per i Meridiani, ma solo due anni fa aveva portato a termine l’impresa di ritradurre Poesia e verità, la monumentale autobiografia della gioventù che meglio di qualsiasi altro testo restituisce l’idea dell’origine dell’universalismo goethiano. Avrebbe voluto tradurre nuovamente il Werther e di sicuro, se il destino non si fosse messo di mezzo, sarebbe stata finalmente, la sua, la traduzione che quel capolavoro merita e non ha ancora avuto.

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Tradurre Paul Celan

Dario Borso

Appartiene ai tratti essenziali del poetare sapersi
esposto al malinteso. Con ciò esso si sa in cammino
verso quanti sono ancora disposti a mettersi in gioco.
P. C.

Una breve stroncatura di Luca Crescenzi alla mia recente edizione dei Microliti su Alias del 30 giugno e una mia brevissima replica sempre lì la settimana dopo hanno lasciata inevasa una domanda che andrebbe preliminarmente posta, soprattutto nel caso di Celan: cosa significa tradurre? Parrebbe il gioco dell’oca, non fosse che la stroncatura, articolata in quattro esempi, mi dà l’opportunità di rispondere coi fatti, ossia facendo, o meglio rifacendo in accelerata il percorso che mi aveva condotto alle scelte contestate. Gli esempi della mia insensibilità “nel rendere gli scambi, i giochi, le sostituzioni, le deformazioni che danno forma all’antilingua di Celan”, sono nell’ordine:

1. Il primo proviene dalla Storia dello scoiattolo che desiderava un guscio di vetro e da ultimo l’ottenne, del 1949. “Scoiattolo” si dice in tedesco Eichhörnchen, cioè letteralmente “cornetto della quercia”. Celan popola la sua storia anche di inesistenti e fiabeschi Erlhörnchen, Eibhörnchen, Haselhörnchen, cioè cornetti dell’ontano, del tasso e del leucisco[1]. Forse per mantenere l’unità della parola, Borso procede per sottrazione, facendo dei tre scoiattoli rispettivamente un “coiattolo”, uno “iattolo” e un “attolo”. Non sarebbe stato più semplice e rispondente allo stilema fiabesco chiamare questi strani esseri “scoiattolo della quercia, dell’ontano, del tasso” e così via?

Il titolo del microlito annuncia una fiaba a lieto fine, sennonché già l’incipit delude parzialmente l’attesa: “Però era vecchio e cieco, quando infine l’ottenne”. C’è un doch, un piccolo particolare minaccioso, in grado cioè di destabilizzare il tutto[2]. E infatti: il vecchio cieco non crede sia di vetro, vuole una prova sonora i.e. che sia fatta cadere, ma i tre consimili si negano e lui muore d’incredulità. Lieto fine tristissimo quindi, non fosse sopravanzato da un ulteriore, definitivo ribaltamento: il guscio di noce “desiderava uno scoiattolo. Ma non l’ottenne” – con finalissimo commento dell’autore: “Meno male!”, che attenua solo un poco la tristezza.

Un’antifiaba, dunque, sorretta da una logica iperdialettica, iperparadossale del ribaltamento continuo che ha radici profonde nella bucarestina belle saison des calembours[3].

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Passo la parola – Letture in lingua tedesca

Programma

A giugno vi aspetta il meglio della letteratura in lingua tedesca! Otto rinomati autori austriaci e tedeschi leggono per voi dalle pagine di un loro romanzo, recentemente uscito in traduzione italiana. Gli autori leggono in tedesco, con sottotitoli in italiano, direttamente dalle loro abitazioni, i loro studi, o da dove preferiscono loro. Ogni lettura è preceduta da una breve introduzione, una presentazione dell’autore e della sua opera, a cura di giornalisti, critici e da chi, semplicemente, ama la letteratura.

#PassoLaParola è una cooperazione fra il Goethe-Institut e il Forum Austriaco di Cultura Roma. Un nuovo percorso nella letteratura in lingua tedesca contemporanea. Il ciclo di letture è online sui siti web e sui canali social del Forum Austriaco di Cultura Roma e del Goethe-Institut.

Buon divertimento!

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Premio Claudio Groff: proroga della scadenza

È stato prorogato il bando della prima edizione del Premio Claudio Groff, riservato a traduttori dal tedesco (narrativa, poesia e teatro) nati dopo il 1 gennaio 1975. Il Premio ha cadenza biennale. Della Giuria del Premio, presieduta da Michele Sisto, fanno parte Ada Vigliani ed Enrico Ganni. Le opere devono ora pervenire entro il 31 luglio 2020. Informazioni e bando completo disponibili a questo link.

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Il vizio dell’esterofilia. Vent’anni di studi sulla storia delle traduzioni in Italia

Questo pezzo è uscito sull’Indice dei libri del mese di aprile 2020.

Michele Sisto

Le traduzioni, si sa, sono un oggetto sfuggente, privo di cittadinanza o, che è lo stesso, con doppia o plurima cittadinanza nei tradizionali domini disciplinari. Tanto più notevole è dunque lo sviluppo che hanno conosciuto ultimamente gli studi sulla storia delle traduzioni in Italia, dovuto proprio al concorso di diverse discipline, dalla storia all’anglistica e all’italianistica. A partire dai primi anni duemila le indagini di Ruth Ben-Ghiat, Mario Rubino, Valerio Ferme, Edoardo Esposito, Francesca Billiani e Guido Bonsaver hanno dissodato un campo ancora in gran parte inesplorato, concentrandosi in particolare sul ventennio fascista. Nel 2010 Chris Rundle tirava le fila di questa prima stagione con due volumi, Publishing Translations in Fascist Italy, che indaga il discorso sulle traduzioni sotto il regime mussoliniano,e Translation under Fascism, che confronta il caso italiano con quelli della Germania di Hitler, della Spagna di Franco e del Portogallo di Salazar. Il primo di questi due volumi appare ora, aggiornato e ampliato, in traduzione italiana, col titolo Il vizio dell’esterofilia.

Che la sua uscita coincida con quella di numerosi altri studi non è un caso: negli ultimi dieci anni le indagini si sono allargate e differenziate, anche grazie all’impulso di nuovi studiosi e istituzioni. Oltre alla Fondazione Mondadori di Milano, punto di riferimento irrinunciabile, vanno ricordati almeno la rivista Tradurre. Pratiche teorie strumenti fondata nel 2011, il progetto LTit – Letteratura tradotta in Italia avviato nel 2013, e alcune iniziative promosse dallo stesso Rundle che fanno da anello di trasmissione fra la ricerca italiana e quella internazionale. Curatore del Routledge Handbook of Translation History in uscita quest’anno, co-curatore del Routledge Handbook of the History of Translation Studies e del volume Translation under Communism (Palgrave), entrambi in corso di pubblicazione, Rundle ha recentemente avviato il network History and Translation, che promuove gli studi all’intersezione fra storia e traduzione.

Il vizio dell’esterofilia è dunque un buon punto di partenza per fare un rapido bilancio degli sviluppi più recenti di questo filone di studi, che ha tra i principali meriti quello di correggere un certo manicheismo nel descrivere i rapporti fra politica e traduzioni nel ventennio fascista: nel discorso pubblico il luogo comune di un’autarchia culturale che avrebbe isolato l’Italia dal mondo convive ancora, infatti, con la celebrazione del mito pavesiano del “decennio delle traduzioni”. O l’una o l’altra: durante il fascismo si traduceva o no? Più o meno di prima? E quanto, rispetto agli altri paesi? L’interesse di Rundle si concentra su questo punto, accertando il numero effettivo delle traduzioni, che diventa tema di dibattito politico da quando nel 1932 la Società delle nazioni comincia a diffondere i dati dell’Index Translationum. Gli schieramenti sono sostanzialmente tre: alcuni scrittori italiani che si sentono minacciati dalla concorrenza dei colleghi stranieri e premono per imporre quote annuali alle traduzioni e controllarne politicamente la selezione; alcuni editori per i quali le traduzioni costituiscono invece una rilevante fetta di mercato e che recalcitrano a ogni forma di limitazione o controllo; e infine il governo che, vittima della propria retorica nazionalistica, finisce per applicare anche alla letteratura la logica commerciale per cui le importazioni non possono superare le esportazioni: l’Italia non deve diventare «tributaria» di altre culture ma «irradiare» la propria nel mondo. Sulla base di dati statistici e ricerche d’archivio Rundle ripercorre lo sviluppo di questa discussione e le sue ricadute sulla strutturazione di un apparato di censura capillare, facendo chiarezza su almeno tre punti fondamentali.

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Premio per la traduzione Claudio Groff

È disponibile il bando della prima edizione del Premio Claudio Groff, riservato a traduttori dal tedesco (narrativa, poesia e teatro) nati dopo il 1 gennaio 1975. Il Premio ha cadenza biennale. Della Giuria del Premio, presieduta da Michele Sisto, fanno parte Ada Vigliani ed Enrico Ganni. Le opere devono pervenire entro il 29 maggio 2020. Informazioni e bando completo disponibili a questo link.

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Lavinia Mazzucchetti. Impegno civile e mediazione culturale nell’Europa del Novecento

Fabrizio Cambi

Passando di recente in Piazza Strozzi a Firenze davanti a una storica bancarella di libri di antiquariato mi è caduto l’occhio su un volume ingiallito, avvolto dal venditore in un cellophane evidentemente per preservarlo dall’incuria del tempo nell’attesa di un possibile acquirente bibliofilo. Si trattava della Vita di Goethe seguita nell’epistolario di Lavinia Mazzucchetti, edito da Sperling & Kupfer nel 1932, un libro che Thomas Mann accolse con grande favore, considerandolo «la biografia più intima, più viva e più personale che sia apparsa in occasione del centenario goethiano» (lettera del 2 aprile 1932) e che Ernesto Rossi, cui l’autrice era legata dalla comune lotta antifascista, poté leggere nel carcere di Piacenza. Mi mancava questa edizione, corredata di 24 tavole, alcune rare, per averla sempre consultata in prestito nell’Istituto di Letteratura tedesca dell’Università di Pisa, fondato pochi anni dopo, nel 1936, da Giovanni Vittorio Amoretti. Adesso ce l’ho davanti, insieme alla raccolta di saggi di Mazzucchetti Novecento in Germania (Mondadori 1959), con accanto il volume Lavinia Mazzucchetti. Impegno civile e mediazione culturale nell’Europa del Novecento, oggetto di questa recensione nella speranza di rafforzarne la diffusione e contribuire alla discussione sul transfer culturale fra Italia e Germania, cui Mazzucchetti, oggi nota spesso solo come traduttrice e consulente editoriale, diede in particolare nella prima metà del Novecento un apporto e un impulso fondamentali.

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Wolfgang Hilbig, Le femmine. Vecchio scorticatoio

Michele Sisto

A trent’anni dalla caduta del muro di Berlino la DDR-Literatur invecchia bene: via via che la memoria della Repubblica Democratica Tedesca impallidisce, le strade tracciate dalla sua letteratura migliore si distinguono sempre più nitide, e non di rado gli scrittori più interessanti del nuovo secolo – non solo tedeschi – si trovano a percorrerne significativi tratti. A rileggerli oggi, in effetti, autori legati a doppio filo ai destini del comunismo in Germania, come Christa Wolf, Heiner Müller, Uwe Johnson – per non dire di Brecht – si rivelano sorprendenti, e spesso più audaci e meno provinciali dei loro colleghi dell’ovest. È il caso anche di Wolfgang Hilbig, uno dei nomi più auratici dell’underground poetico tedesco-orientale, che ora l’editore Keller presenta ai lettori italiani iniziando da questo dittico di racconti. Col suo naso da boxeur, i capelli scarmigliati e la cronica dipendenza dall’alcool, sempre alle prese con la bancarotta economica ed esistenziale come il suo pressoché coetaneo Venedikt Erofeev in Unione sovietica, Hilbig (1941-2007), che è stato montatore in una miniera di lignite a Meuselwitz, vicino a Lipsia, e si è accostato alla letteratura nei Circoli di scrittori operai dell’era Ulbricht, ha sempre praticato una scrittura raffinatissima, ipercolta, nella quale Voltaire dialoga con Schiller, Eliot con Brecht, Heidegger con la Bibbia e il Capitale. Un maudit, sì, ma della specie dei Rimbaud.

Il tratto più affascinante e inquietante di questo geniale autodidatta è la sua marginalità radicale, estrema, che si traduce in una sostanziale estraneità alla cultura borghese e alle sue categorie di lettura del mondo: assente ogni filosofia della storia, in Hilbig non c’è distinzione sostanziale tra passato e futuro, progresso e reazione, comunismo e capitalismo. Se per un verso questa assenza di segnali d’orientamento rischia di portare al nichilismo, dall’altro apre alla sua scrittura imprevedibili spazi di esplorazione, potenti scorci visionari sui quali vale la pena soffermarsi. Prendiamo ad esempio Vecchio scorticatoio (Alte Abdeckerei,1991), novanta pagine di  vertiginosa tensione poetico-narrativa, il cui caratteristico accelerando è miracolosamente conservato dalla traduzione di Roberta Gado. A tutta prima è perfino difficile dire di cosa parli, dal momento che ha il passo cristallino ed enigmatico di certi racconti kafkiani, che lasciano intendere, sotto la superficie del significante, insondabili abissi di significato. Che cos’è il vecchio scorticatoio, la maleodorante fabbrica di detersivi “Germania II” dove operai disperati e reietti ricavano sapone da resti animali? A cosa allude il termine Abdeckerei, di cui Hilbig sfrutta virtuosisticamente la polisemia, ora giocando con gli opposti significati del verbo abdecken (scoprire, svelare, ma anche coprire, nascondere), ora usandolo ironicamente come un calco del greco apo-kalypsis (visione, rivelazione, apocalisse), per costruire un discorso che con tutta evidenza va oltre la mera fattualità di una fabbrica che “toglie la pelle” ad animali morti e “ricopre di scorie” il bosco e le acque circostanti? 

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Il nuovo numero dell’Osservatorio critico della germanistica

In appendice al n. 15/16 (2019) di Studi germanici è uscito il nuovo numero dell’Osservatorio critico della germanistica, a cura di Fabrizio Cambi. Si può leggere integralmente qui.

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Sempre nella tempesta: Peter Handke

Hermann Dorowin

Uno degli ultimi testi teatrali dell’autore carinziano, forse il suo capolavoro drammaturgico, è Ancora tempesta. Qui la celebre didascalia del terzo atto di Re Lear, “still storm”, assume una valenza universale, come il vento della storia che investe con la sua impetuosa violenza la tranquilla valle del Jaunfeld sul confine sloveno.  Ma, a ben guardare, “still storm” si presta benissimo anche come motto dell’intero percorso poetico ed esistenziale di Peter Handke, della sua inquieta, instancabile creatività, della sua indole provocatoria, delle sue rivoluzionarie innovazioni artistiche e delle sue prese di posizione capaci di suscitare le più violente reazioni. Dall’attacco del ventitreenne contro l’establishment letterario e contro la diffusa “impotenza descrittiva” del neorealismo, durante la riunione del Gruppo ‘47 a Princeton nel 1966, fino alle accese discussioni sull’Ex-Jugoslavia degli anni Novanta e oltre, osserviamo che intorno a Peter Handke c’è quasi sempre tempesta. E le reazioni al conferimento del Premio Nobel non sono altro che la conferma di questa regola. Eppure, considerando con maggiore distacco storico-critico il lungo percorso di questo autore, non possiamo che ammirare la coerenza con cui egli ha creato e continua a creare, a dispetto di tanti detrattori, la sua vasta e personalissima opera narrativa, saggistica, diaristica, poetica, cinematografica e teatrale.

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Letteratura tedesca – Un nuovo manuale

Il 12 dicembre a Milano presentazione in anteprima del nuovo manuale

LMU_Castellari_01_cop LMU_Castellari_02_cop

Chiara M. Buglioni, Marco Castellari, Alessandra Goggio, Moira Paleari

LETTERATURA TEDESCA
Epoche, generi, intersezioni

Vol. 1 – Dal Medioevo al Primo Novecento
Vol. 2 – Dal primo dopoguerra al nuovo millennio

Le Monnier Università 2019

Autrici e autore ne discutono con Alessandro Mongatti (Mondadori Education)

Aula A9 – h. 17:00
Università degli Studi di Milano
Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere
P.zza S. Alessandro 1 – 20123 Milano

Un viaggio nella letteratura di lingua tedesca dal Medioevo al nuovo millennio, attraverso le epoche, i generi e le figure chiave, alla scoperta dei testi più rappresentativi e delle loro intersezioni con la storia, le culture e le arti.

Il manuale in due volumi si propone come strumento per lo studio della Letteratura tedesca a livello universitario e per la formazione specialistica. Cinque parti, corredate di materiali digitali, mappe e immagini, presentano contesti, tendenze, forme e tematiche della produzione letteraria nei Paesi di lingua tedesca dalle origini a oggi, con particolare attenzione alla fase moderna e contemporanea.
La trattazione è strutturata per epoche e suddivisa per generi, arricchita da panoramiche storiche, consolidata da schede biografiche e approfondimenti interdisciplinari, completata infine da tavole cronologiche e da un glossario. Un’ampia antologia online di testi in lingua originale, opportunamente richiamati nel volume e preceduti da una breve introduzione, accompagna e integra l’intera opera.
Un manuale aggiornato, funzionale e innovativo, che favorisce un approccio critico al testo su solide basi storico-culturali.

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Terra di nessuno. Poesia intorno al Muro

Radio3 Suite per l’anniversario della caduta del muro di Berlino

Da lunedì 4 a sabato 9 novembre sei brevi appuntamenti con “Terra di nessuno. Poesia intorno al Muro”.

Grandi e piccole storie nelle parole dei protagonisti della poesia tedesca contemporanea a cura di Massimo Bonifazio.

Ascolta qui tutti gli appuntamenti >>

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Cesare Cases, Laboratorio Faust

LabFaust[È uscito Laboratorio Faust. Saggi e commenti di Cesare Cases, a cura di Roberto Venuti e Michele Sisto (Quodlibet, Macerata 2019, pp. XLIV-574). Il volume è stato presentato dai curatori a Fahrenheit. Qui la recensone di Andrea Casalegno, apparsa sull’Indice dei libri del mese.]

Andrea Casalegno

Wolfgang Goethe visse l’intera vita con Faust: dal primo incontro con lui, nell’infanzia, al teatro dei burattini, alle ultime correzioni al Faust, pochi giorni prima di morire, nel marzo 1832. Il 17 marzo scriveva all’amico Wilhelm von Humboldt, il fondatore dell’Università di Berlino: “Sono più di sessant’anni che avevo in me la concezione del Faust, in gioventù chiara fin dal principio, meno precisa quanto all’ordinamento”. Qualcosa di analogo può dirsi di Cesare Cases, intellettuale europeo e militante culturale della sinistra prima e più che germanista, cofondatore e direttore dell’“Indice dei libri del mese”: dall’entusiasmo giovanile alla decisione di raccogliere in volume tutti i suoi interventi, editi e inediti, sul capolavoro della letteratura tedesca. Nasce così, sia pure con ritardo, Laboratorio Faust, a cura e con la doppia introduzione di Michele Sisto e Roberto Venuti: la miglior introduzione al Faust oggi disponibile in italiano. Michele Sisto è anche l’autore di un libro importante e originale, Traiettorie. Studi sulla letteratura tradotta in Italia (pp. 320, Quodlibet, Macerata 2019): sette ampi saggi in cui esplora il rapporto tra “letteratura tradotta e storia letteraria nazionale” attraverso lo scambio culturale tedesco-italiano. Nel primo, notevole saggio sui “primi mediatori italiani del Faust di Goethe (1814-1835)”, si mette tra l’altro in luce l’importanza della recensione pubblicata nel 1827 da Giuseppe Mazzini.

Ma torniamo a Laboratorio Faust. Le prime 200 pagine comprendono gli scritti editi, intorno alla grande Introduzione del 1965 per la traduzione di Barbara Allason (rilevata dalla De Silva di Franco Antonicelli) per la “Nuova Universale” Einaudi. Precedono e seguono interventi più brevi, scritti tra il 1957 e il 1989, scintillanti di verve, intelligenza, erudizione. La sua interpretazione prende le mosse dagli Studi sul Faust di György Lukács, il quale a sua volta partiva da un passo geniale dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, in cui Karl Marx rileva come il potere della magia che Mefistofele mette al servizio di Faust sia un equivalente del potere del denaro nella società capitalistica. Marx cita i versi in cui Mefistofele reagisce alla disperazione di Faust, che riassumo così: “Ma fatti furbo! Se mi compro sei cavalli non è mia la loro forza? Via di galoppo, come se avessi ventiquattro gambe!”
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