CFP — Studia hoelderliniana III

2000px-Hoelderlin_Unterschrift.svgDopo il primo (2014) e il secondo volume (2016), gli Studia hölderliniana usciranno nel 2018 con un terzo volume, sempre come numero speciale della rivista internazionale open-access “Studia theodisca” (p-ISSN 1593-2478, e-ISSN 2385-2917 | piattaforma open-access Plattform dell’Università degli Studi di Milano).

Per il terzo numero 2018 i curatori propongono qui di seguito un Call for papers tematico.

Dopo che il primo volume si è concentrato sul tema “Friedrich Hölderlin in Italia: poesia, pensiero, ricerca” e nel secondo si sono approfondite “Le lettere di Friedrich Hölderlin: filosofia e poesia”, il terzo volume sarà dedicato al tema “Friedrich Hölderlin e la traduzione” –”Hölderlins Übersetzungen / Hölderlin-Übersetzungen“Continue reading

Posted in Appunti | Leave a comment

Arthur Schnitzler, La signorina Else

Number_12_PollockLuana Petrella

Sorrisi e riverenze in saluti accompagnati dall’ossessione dell’apparenza e da appellativi il cui uso mancato non annuncia nulla di buono. «Stupida ricercatezza», quella di pronunciare la parola dinner, ma guai se non si infila un po’ di francese tra una domanda e una risposta. Sono contatti  la cui ipocrisia esalta incomunicabilità e solitudine. Gli schizzi di ironia e perspicacia che irrompono nelle lacune di questo groviglio asfissiante costituiscono il flusso di coscienza che, oltre a essere il punto di vista principale del racconto, trasporta la protagonista di questa tragedia sociale oltre le apparenze, i gesti e le scelte che servono solo a darsi un tono: al di sopra della gretta borghesia di cui, nolente, è figlia, Else si lascia abbracciare dai due veri sensi della vita, il sesso caldo e rossiccio e la morte nera e confortante.

«Si deve provar tutto, anche l’hashish. […] Immagino si abbiano delle magnifiche visioni», pensa come consolazione dai dolori del ciclo. Basta l’unione tra l’allucinazione della droga e la carnalità delle mestruazioni ad allontanare Else dalla mollezza di carattere dei «poveri cristi» che le «fanno tutti pena», ospiti, come lei, del Frattazza, un albergo a San Martino di Castrozza, dove sta trascorrendo una vacanza insieme alla zia e al cugino Paul, che di mestiere fa il ginecologo e dal quale lei, non a caso, è attratta. La breve cronaca dell’intimità di cui ci rende partecipi è brama della sessualità che Paul saprebbe farle esplorare, ma alla piacevole immersione nel suo flusso di coscienza si contrappone, bruscamente, la lettera della madre: prima ancora di riceverla, Else sa che non annuncia buone notizie – «Perché vado così piano? Avrò mica paura della lettera della mamma? Certo, non ci sarà scritto niente di piacevole.» –, ma il suo contenuto le offre l’occasione per salvarsi. Continue reading

Posted in Luana Petrella, Recensioni | Tagged , , | Leave a comment

Clemens Meyer, Eravamo dei grandissimi

Meyer

Luana Petrella

Furti di automobili, ma anche di alcolici, cibo e riviste porno, pestaggi e messa in mostra di tatuaggi per farsi rispettare come i componenti delle bande avversarie, testimonianza del labile confine tra rivalità e omologazione. Fugaci scintille di trasgressione che fanno brillare una giovane generazione spezzata, come l’Est in cui vivono, nel quale non riescono ad attecchire le radici dell’appartenenza. Non le inchioda nemmeno lo sbattere dei corpi a ritmo di techno e strobo nell’Eastside e così, prima ancora che il Muro venga abbattuto, è l’Est a cadere, sotterrando sogni, e anche primi amori: aprendo la serie delle perdite di Daniel, Katja si trasferisce con la famiglia nell’Ovest, seduttore grazie a un benessere che, a Germania riunificata, stordisce l’altra metà del Paese.

Non possiamo non provare tristezza per l’eccitazione che trapela dalla voce di Mark nel parlare con Daniel di un semplice microonde, e siamo ancora più tristi quando i due, come in una gara a chi ce l’ha più grosso, si contendono la Vittoria Della Marca Migliore tra Siemens e Grundig. In realtà non c’è marchio che tenga nel vortice del consumismo, tutto travolge la popolazione dell’Est in un progresso che la riscatta dal comunismo spersonalizzante, diventando più allettante di altro, anche del sesso: sfogliano delle riviste porno solo a performance conclusa del microonde, il cui risultato è «una fetta di pane molle», e neanche il piccolo viaggio al centro di curve e nudità riesce a imporsi contro quella scatola, resa inquietante dall’occhio di bue della fissazione di Mark: rubano dal supermercato due pizze e l’ulteriore tentativo di familiarizzare con le «radiazioni» si riduce a una pizza molle, come la fetta di pane-cavia della prima prova. Tradizionalismo e rivolta ormonale della pubertà garantiscono il lieto fine di questo episodio: Dani e Mark infornano la seconda e continuano a sfogliare le riviste.

Questa breve avventura nella modernità dagli esiti disastrosi rivela come l’Ovest sia stato ridotto a un mito, sfatato al momento della caduta del Muro di Berlino, la quale ha permesso la diffusione di tendenze distruttive che estendono il degrado del singolo a un’intera nazione: «Aiuto! Morte in Germania!», grida una donna dalla finestra per poter essere salvata dalla violenza del marito alcolizzato. La fetta orientale del Paese è devastata da beni di consumo più pericolosi – e più attraenti – di un microonde, che risucchiano affetti e complici necessari per continuare a ribellarsi contro un Est che ha tradito Daniel e i suoi amici, dove persino nella comunicazione si presenta la difficoltà nell’adeguarsi alla cultura post-riunificazione: Rico non comprende il «cazzo di inglese» del cronista di un match di pugilato. Continue reading

Posted in Luana Petrella, Recensioni | Tagged , , | Leave a comment

Summer School Bicocca – Morfologie famigliari: Leone e Natalia Ginzburg

Segnaliamo la Summer School ” Morfologie famigliari: Leone e Natalia Ginzburg nella letteratura e cultura italiana e europea”.

Le candidature potranno essere presentate fino al 30 aprile attraverso il portale http://summerschoolbicocca.com.

p01

Scopo di questo progetto didattico e di ricerca è esaminare l’opera di Leone (1909-1944) e Natalia Ginzburg (1916-1991) alla luce dell’indissolubile intreccio fra attività intellettuale e creativa e impegno civile che caratterizza il loro contributo alla storia italiana ed europea del XX secolo.

Muovendo dalla presentazione delle biografie e dei contesti in cui si collocano, procederemmo alla lettura e commento di alcuni loro scritti, ad un confronto sul ruolo svolto da entrambi nella casa editrice Einaudi, e alla sperimentazione di metodologie didattiche per la promozione della letteratura.

Il programma include 5 seminari, le lezioni magistrali di Mario Barenghi – teorico, critico letterario e specialista di letteratura italiana moderna e contemporanea – e di Domenico Scarpa – curatore delle opere di Natalia per Einaudi – nonché la conclusione dei lavori affidata a Carlo Ginzburg. I partecipanti saranno coinvolti in un’esperienza di ascolto, analisi, riflessione, in costante dialogo con studiosi di differenti ambiti disciplinari e teorici. Inoltre, lavoreranno a dei progetti personali sotto la supervisione di un docente, i quali saranno presentati e discussi durante sessioni plenarie dedicate.

Continue reading

Posted in Appunti | Leave a comment

Convegno: Traduzione letteraria e transfer italiano ↔ tedesco. Pisa, 9-10 marzo 2017

Traduzione letteraria e transfer  italiano ↔ tedesco

L’obiettivo delle giornate di studio “Traduzione letteraria e transfer italiano ↔ tedesco” è approfondire diversi aspetti (stilistici, culturali e legati alla Werkpolitik) relativi alla traduzione letteraria e al transfer italo-tedesco seguendo il modello dei Descriptive Translation Studies (Theo Hermans), che configurano il tradurre come un processo di produzione testuale transculturale definibile, prima ancora che sulla base di norme prestabilite, attraverso l’esame delle poetiche traduttive individuali. Ci si propone di mettere in luce le peculiarità che contraddistinguono l’attività traduttiva di singoli autori sul piano storico, stilistico e poetologico, muovendo da precisi casi di studio. I contributi verteranno su esempi di traduzione eccellenti o particolarmente significativi dal punto di vista letterario, senza limiti cronologici o di genere, da sottoporsi a vaglio critico e metodologico. Durante i lavori sono previste relazioni alternate a momenti di discussione e confronto. La partecipazione al convegno è aperta a tutti.

Di seguito il programma  Continue reading

Posted in Appunti | Leave a comment

Romanzo e formazione

Enrico De Vivo: Il capitolo Romanzo e formazione è interessante perché vi si trova sia una piccola storia del romanzo e delle sue condanne da parte delle istituzioni, sia una microfenomenologia della lettura. In questo saggio parli esplicitamente dell’opposizione tra la formazione ufficiale e scolastica e quella postulata invece dai romanzi. L’individuo (sempre più raro) che si forma leggendo romanzi si trova sul versante opposto a quello di chi si forma soltanto con concetti e nozioni. Eppure, nella conclusione del saggio, quando fai riferimento alla necessità della lettura dei romanzi per imparare ad affrontare «l’irripetibilità della vita», mi è sembrato di leggere la possibilità di un incontro tra cultura istituzionale e cultura romanzesca (se così posso definirla).

Walter Nardon: Che per secoli la lettura di romanzi non sia stata compresa nel curriculum ufficiale dei migliori corsi di studio è una cosa nota: la possiamo ancora verificare. In effetti, fino ad anni recenti in ambito scolastico i romanzi sono stati promossi con molta cautela nel timore che queste letture potessero togliere tempo e risorse allo studio concettuale. Il richiamo comune era: «Smettila di leggere romanzi e mettiti a studiare». Penso che questo atteggiamento sia ancora presente, sia pure in minima parte. Il rapporto difficile, perfino antagonistico, fra lettura del romanzo e insegnamento ha raggiunto nel corso della storia dimensioni clamorose: alcuni dei maggiori personaggi di questo genere, Don Chisciotte e Madame Bovary su tutti, sono caratterizzati proprio come vittime della passione romanzesca che li ha perduti dentro libri che non avrebbero dovuto leggere; ma com’è noto si può risalire più indietro, fino a Paolo e Francesca, che si perdono a causa della lettura di un romanzo che funge da mediatore e li spinge a rivelarsi l’uno all’altra. Il romanzo si è trovato ad affrontare accuse di ogni tipo. Su questi temi ci sono alcuni saggi molto efficaci, penso a quelli di Walter Siti e di Adriano Prosperi, come quello di Antonio Faeti (quest’ultimo su romanzo e scuola), compresi ne La cultura del romanzo curato da Franco Moretti. Ad ogni modo, a me interessa il romanzo come avventura e conoscenza. Credo che leggendo il racconto di una vicenda particolare si diventi più sensibili all’irripetibilità della vita. Seguiamo con tanta partecipazione le peripezie del cane Buck nel Richiamo della foresta perché sappiamo che ogni momento è prezioso e irripetibile, che appunto la sua esistenza, come del resto la nostra, è preziosa e irripetibile. Per questo soffriamo per le ingiustizie che subisce: perché sono ostacoli posti alla realizzazione di sé, gli stessi che anche noi dobbiamo affrontare. Così soffriamo per i molti diversivi che tengono lontano Tom Jones da Sophia nel Tom Jones di Fielding, perché, per quanto bene possano andare le cose, non vediamo l’ora che comincino ad andare meglio. Credo che la promozione di questa sensibilità per il carattere irripetibile della vita dovrebbe far parte di qualsiasi corredo formativo.

Continua a leggere l’intervista su Zibaldoni e altre meraviglie

Posted in Appunti, Interventi | Tagged , , , , , | Leave a comment

Leggere i Notturni a Campobasso

Luana Petrella

Salite e discese che quasi si intrecciano e si scontrano. Solo il freddo fa loro compagnia. Ci si ritrova nei locali a bere birra o a risparmiare momentaneamente l’ustione di un tè a lingue intente a far rotolare fuori dalle bocche parole divertenti, riflessive, o che ricordano quanto i giorni possano essere piatti. Oppure ci si avvolge nel caldo abbraccio di un letto, forse più confortante di quello proveniente da due braccia di carne e di sangue. Sembra l’atmosfera di una località riprodotta in miniatura dentro una palla di vetro, quando, invece, è la descrizione di una tipica sera invernale nella città in cui abito. Capoluogo della Regione Che Non C’è –  unico carattere fiabesco –, del tipo di souvenir più collezionato conserva solo la capacità contenitiva claustrofobizzante e la neve, che è stata molto impegnata a soffocare i tetti, le strade, i cuori, anche il mio. Pazienza! Me lo spolvero con la mano e continuo a vivere come gli altri, di varie cose, ad esempio di letteratura: inciampo in un libro e ci cado rovinosamente dentro, ed è difficile rialzarsi e uscirne fuori, perché è un dolce stupro di ispirazioni, consolazioni, incazzature, ribellioni, stupori e celebrazioni, tanto dei paradossi e delle irrealtà assurde quanto delle piccole grandi cose della quotidianità.

Effetti amplificati dalla cupezza asfissiante dell’inverno in una città angusta. Ma per ardere così tanto, il fuoco deve essere alimentato da un libro che riesca davvero a smuoverci dentro, come i Notturni di E.T.A. Hoffmann, quelli pubblicati da L’Orma nella collana Hoffmanniana.

Notturni_copertina Continue reading

Posted in Luana Petrella, Recensioni | Tagged , , , | Leave a comment

Johann Nepomuk Nestroy, Il talismano

Johann Nepomuk Nestroy

Il talismano
Farsa cantata in tre atti

 a cura di Federica Rocchi

Testo originale a fronte

Perugia, Morlacchi, 2016, 274 p.

Definito l’“Aristofane” e lo “Shakespeare” viennese, Johann Nestroy (1801-1862) è forse la voce più rappresentativa del teatro popolare austriaco. Con più di ottanta commedie calcò le scene dei maggiori teatri periferici di Vienna, dove operò nei più vari e molteplici ruoli, da commediografo, attore e, non ultimo, direttore di teatro. Eclissatasi la sua fama dopo la morte, essa tornò a brillare quando Karl Kraus lo riportò in auge all’inizio del Novecento ribadendo il valore del suo lascito e la sua importanza non solo per il teatro, ma più in generale per la cultura dell’epoca. Armato dell’unico strumento della lingua, Nestroy si fece portavoce di una satira che prima e dopo i Moti del 1848 prese di mira società, politica e costumi, mettendo alla berlina ogni aspetto della vita umana.

Con Il talismano (1840), brillante farsa sugli effetti del pregiudizio, inaugurò una fortunatissima stagione di commedie, considerate “classiche” e che tuttora, anno dopo anno, dimostrano la loro vitalità sui palcoscenici di lingua tedesca.

Posted in In vetrina | Tagged , | Leave a comment

STUDIA HÖLDERLINIANA II

SH_2 Disponibile online sulla piattaforma open access dell’Università degli Studi di Milano Studia Hölderliniana II, numero speciale 2016 di “Studia theodisca”.

L’iniziativa  obbedisce allo stesso intendimento del primo numero e raccoglie testi, saggi e recensioni attorno a Friedrich Hölderlin.

Sono presenti i saggi frutto del convegno della sezione italiana della Hölderlin-Gesellschaft (Udine 2015, Le Lettere di Friedrich Hölderlin) unitamente ad altri selezionati per peer review, nonché una ricca sezione di recensioni e, per concessione dell’editrice Ariele, le traduzioni  delle lettere a Böhlendorff (4 dicembre 1801) e a Seckendorf (12 marzo 1804).

 


Contributi di Johann Kreuzer, Luigi Reitani, Barbara Santini, Laura Balbiani, Niketa Stefa, Chiara M. Buglioni e dei curatori Marco Castellari ed Elena Polledri.
Recensioni di Francesco Rossi, Vivetta Vivarelli, Michele Vangi, Daniele Goldoni, Lorenzo Leonardo Pizzichemi, Sara Bubola

Per leggere l’indice e scaricare i singoli saggi:
http://riviste.unimi.it/index.php/StudiaTheodisca/issue/view/947

Posted in Marco Castellari, Segnalazioni | Tagged , , , , , , , | Leave a comment

Convegno internazionale “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi”

Segnaliamo il Convegno internazionale “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi”:

26 gennaio 2017 , Palazzo Vecchio, Salone dei Cinquecento

27 gennaio 2017, Consiglio Regionale della Toscana, Auditorium;  Museo Archeologico Nazionale di Firenze

0001 0002

 

Posted in Appunti | Leave a comment

Walter Nardon,L’illusione e l’evidenza

Enrico De Vivo: «Illusione» ed «evidenza» sono i due termini che fanno da cornice, fin dal titolo, al tuo libro. Mi sembra che rappresentino un’opposizione visibile anche in altre coppie, come fantastico/realistico, immaginazione/ra-zionalità, e così via. Tuttavia la tua declinazione, per molti versi antichissima, mi sembra che provi a sfuggire a tutte le connotazioni di parte, positive e negative, compiendo uno sforzo verso una definizione di ciò che è oggettivo in quanto appartenente al mondo extralinguistico e di ciò che è oggettivo in quanto appartenente alla dimensione estetica o formale. In particolare, tu parli di «forma concreta di un’illusione» in riferimento a una storia, a un racconto o a un romanzo. Puoi illustrare meglio di come ho appena fatto io questa questione?

Walter Nardon: Cosa racconta un romanzo? Qual è la realtà che mette in gioco? L’illusione è data dall’avventura, dalla storia che viene raccontata sullo sfondo di una «realtà» riconoscibile, oppure illusoria è proprio questa realtà, mentre evidente è solo la volontà di chi racconta la storia? Insomma, per riprendere il libro, la realtà è chiara e distinta, cartesianamente evidente o non è invece confusa, in perenne divenire, mentre evidente è solo la forma narrativa che la mette in luce seguendo un personaggio? Sono interrogativi che si presentano sempre quando si racconta una storia e che costituiscono l’incanto di un romanzo, il sortilegio che ci spinge a seguirlo pagina dopo pagina. Certo, io credo che la cosa più evidente sia la forma narrativa, ma devo dire che a questo riguardo ho l’impressione di muovermi in un contesto paradossale: l’evidenza «tecnologica» della realtà, ossia quella della sua rappresentazione sui dispositivi digitali – che è sostanzialmente una rappresentazione ancora cinematografica – è tanta e tale che molti narratori, anche affermati, saltando a piè pari la rappresentazione la assumono come unica «realtà», la danno per scontata, dedicandosi poi alle vicende di questa evidenza. È un po’ come se dicessero, davanti a un pubblico che li sta filmando con lo smartphone: «Se è evidente per loro, perché non dovrebbe esserlo per noi?». Così il tanto inflazionato «ritorno alla realtà» non è altro che un ritorno alla dimensione della cronaca, al paradigma storico-giudiziario, dove le grandi scoperte letterarie, quelle che dovremmo celebrare, sono le inchieste sui lati oscuri o inediti della Storia, sui crimini impuniti, sulle ragioni sociali di un delitto. Tutte indagini lodevoli, ma che di per sé non producono una novità letteraria. Non solo, ma quando agli occhi di questi narratori la Storia sembra imboccare una svolta, alcuni di loro vi intravedono subito, con uno strabiliante rapporto di dipendenza, un mutamento parallelo nella narrazione. Qualche giorno fa su un quotidiano ho letto questa affermazione: «Dopo l’11 settembre il nostro modo di raccontare è cambiato», mi aspettavo un argomento a favore di questa posizione, ma nel testo non c’era. Anzi, si dava la cosa per scontata. Verrebbe da chiedere: «Come? Lo spazio del dialogo nella narrazione, l’alternanza dei tempi verbali sono cambiati? Dove sono queste novità, in testi che presentano descrizioni e storie che nel loro sviluppo sembrano prese da un romanzo dell’Ottocento?». Insomma, per chi scrive l’evidenza resta sempre un’ottima domanda. L’oggettività extralinguistica di cui parli è un argomento molto interessante: il rapporto di ciò che è oggettivo in termini extralinguistici con ciò che è oggettivo perché appartiene alla dimensione estetica è di fatto decisivo. Quando scriviamo, mentre seguiamo lo sviluppo di una storia, diamo forma a un mezzo per l’interpretazione della realtà, che resta in fondo oscura, inattingibile. Quando abbiamo finito, consegniamo il tutto in mano al lettore, perché produca la sua interpretazione. Per quel che riguarda «la forma concreta di un’illusione» mi riferivo al fallimento. I personaggi, ma in fondo tutti noi, conosciamo nel fallimento la forma concreta delle illusioni: è il nostro limite,ma va detto che la vicenda e il racconto di un fallimento possono essere memorabili. E bisogna poi aggiungere che fallire per non aver raggiunto l’ideale non significa fallire rispetto all’esistenza. Per questo bisogna ricominciare e fallire meglio, come diceva Beckett.

Continua a leggere l’intervista su Zibaldoni e altre meraviglie

Posted in Appunti | Tagged , , | Leave a comment

Reiner Stach, Questo è Kafka?

questoekafka_copertinaReiner Stach

Questo è Kafka?

traduzione di Silvia Dimarco, Roberto Cazzola

Milano, Adelphi, La collana dei casi, 2016, 360 pp.

Segnaliamo la pubblicazione da parte di Adelphi di Questo è Kafka? di Reiner Stach.

Di seguito, riportiamo il risvolto anteriore: «Nel corso del lavoro per la sua monumentale biografia di Kafka, Reiner Stach ha isolato novantanove «reperti» che corrispondono ad altrettanti momenti ed episodi, testimoniati dallo scrittore stesso o da suoi amici e contemporanei. Tale mosaico ci mostra un Kafka poco conosciuto: frequentatore di casinò e bordelli, o di un collezionista di foto osé, o in ufficio in preda al fou rire di fronte al sussiegoso superiore, o fra gli appassionati di nuoto e d’aeroplani, o seduto in giostra in mezzo a ragazzine vocianti, ma anche abile falsificatore della firma altrui – si tratti di Thomas Mann o di una sedicenne vagheggiata a Weimar… Fra le sorprese che ci riserva il libro vi è la prima Lettera al padre, rivolta ancora ai «Cari genitori», e la piantina dell’appartamento in cui Gregor Samsa si risveglia trasformato in un insetto. Se esilarante è la pubblica lettura della Colonia penale in una galleria di Monaco, dove gli astanti cadono in deliquio o fuggono, incapaci di reggere quell’«odore di sangue», mentre Kafka prosegue imperterrito, commovente è la storia delle lettere che lo scrittore attribuisce a una bambola persa in un parco di Berlino, per consolare una bambina in lacrime. Lettere perdute per sempre. Conservato è invece l’appello a Kafka di un infelice messo alle strette dalla cugina che non comprende il senso della Metamorfosi».

Posted in In vetrina, Luana Petrella | Tagged , , , | Leave a comment

Si mangiano una minestra di cavolo e sentono Brahms

Michele Mari
intervistato da Carlo Mazza Galanti
su il Tascabile

Per fare grandi opere artistiche devi disprezzare il mondo?

Non lo so, devi essere uno straniero, devi essere un marziano. Io mi sento un marziano. Quando vedo un mondo fatto di telefonini, di iPhone, di iPad, di internet, di Facebook, impazzisco. Sono uno che cambia qualcosa solo quando è inevitabile, quando l’oggetto collassa fisicamente. Io sono uno che se va al supermercato a comprare uno shampoo o un detersivo per la lavatrice e vede scritto “nuova formula” non lo compra. Siamo andati avanti cinquant’anni col Dash, perché mi devi dire nuova formula, non compro più il Dash, compro il Dixan. La Volkswagen Polo aveva una bella forma rigorosa, l’hanno rifatta e introiata sette volte perché ogni sei mesi deve esserci un nuovo modello. Ma perché? Se dipendesse da me ci sarebbero ancora le Volvo anni Settanta. Anzi, dipendesse da me, probabilmente saremmo ancora all’età della ruota.

Con lo scrittore marziano che si pone fuori dalla società e la fustiga siamo di nuovo in piena estetica romantica-decadente. E la curiosità di questa società che però poi lo premia, l’artista arrabbiato.

Ma io non è che la fustighi per fare il byroniano. Io mi difendo, nel senso che vorrei vivere in una specie di bunker come nel racconto La casa di Gadda, quella fortezza col filo spinato… Sono molto a disagio sul piano politico-morale e infatti mi astengo da qualsiasi dibattito, da qualsiasi pronunciamento, perché in questo periodo in cui si parla di muri e non muri io istintivamente solo alla parola muro godo. Non perché penso al muro in Messico o nel canale di Sicilia, penso a The Wall intorno a me. Per me muro è tutto ciò che mi separa dagli altri. A me solo la parola “social” fa vomitare. Io sogno un mondo di gente silenziosa triste e implosa, un mondo autistico dove non ci siano happy hour, feste di laurea, feste di compleanno, feste aziendali, cazzeggi, risse, ubriachi. Fondamentalmente come modello di vita ho la DDR di Honecker, un mondo depresso dove tutti hanno la Trabant o la bici, dove non ci sono SUV, non ci sono stronzi, dove tutti i depressi tornano a casa la sera alle sei, si chiudono dentro col coprifuoco, si mangiano una minestra di cavolo e sentono Brahms. Mi sembra la cosa più vicina alla mia idea di paradiso.

Un paradiso recluso.

Sono fondamentalmente pessimista. La penso come Machiavelli, ovvero che l’uomo è una bestia e vada solo preso a sprangate. Allora preferisco che le sprangate arrivino dallo stato piuttosto che dalla mafia o dal privato col SUV che dice “Chi se ne frega posteggio nel posto dei disabili”. Quando è venuto giù il muro di Berlino io l’ho vissuta male, molto male, sono stato uno degli unici tra i miei coetanei ex sessantottini che anziché esultare ha detto mah, qui cominciano i veri problemi.

Leggi l’intervista Tutti gli scrittori di Michele Mari su il Tascabile

Posted in Appunti | Tagged , , , , | Leave a comment

Clemens Meyer, Eravamo dei grandissimi

Luca Crescenzi

«Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno in testa – scriveva Kafka, diciannovenne, all’amico Oskar Pollak – che lo leggiamo a fare?». Ogni letteratura dello choc, da Poe e Baudelaire fino ai loro ultimi eredi e diseredati, condivide esplicitamente o implicitamente questa domanda e la inalbera contro ogni compiaciuto ottimismo, contro ogni desiderio inappagabile di tregua, di pace, di serenità. Non per nulla gli scrittori dello choc offrono sempre, di sé, un’immagine selvaggia, barbarica, irriducibile. Sono ribelli della civilizzazione e tocca a loro il compito di preservare la coscienza dei pericoli che si annidano dietro le conquiste di quel fantasma che il secolo illuminista chiamava spirito d’umanità. Prima di chiunque altro, esplorano uno spazio elementare, avventuroso e sconosciuto di cui tracciano la mappa così che sia impossibile ignorarlo. Sono guardiani della nostra memoria e a loro non ci si rivolge volentieri, ma non si può fare a meno di interpellarli – per dirla con Nietzsche – quando «il deserto cresce» e si fa minacciosamente vicino.

Clemens Meyer, di cui Keller pubblica ora in italiano, nella traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero il gran romanzo d’esordio ribattezzandolo con il titolo fin troppo consolatorio e fuorviante Eravamo dei grandissimi, è oggi – insieme a Christian Kracht – il più spietato guardiano che la narrativa tedesca possa esibire. La sua scrittura è durissima, colpisce col ritmo incalzante di uno dei tanti boxeur e picchiatori da strada di cui racconta, e se di certo non è fatta per divertire possiede il merito, ben maggiore, di torturare il suo lettore costringendolo a entrare a occhi aperti in mondi a cui mai sognerebbe neppure di volersi avvicinare. Dieci anni fa, al momento della sua prima apparizione, il libro rivelò a una Germania ancora dedita a coltivare la sua immagine di terra unificata e florida, la vita violenta delle bande di adolescenti dell’est negli anni a cavallo della caduta del muro: illustrò la realtà criminale, tossica e indifferente a tutto di desperados che derubano vecchie inermi, distruggono a casaccio automobili, vetrine, appartamenti e locali, entrano e escono dal carcere minorile e, soprattutto, ingaggiano lotte all’ultimo sangue con ogni genere di rivali in prove di forza quasi sempre immotivate. E probabilmente fu giusto allora, come molti hanno fatto, accostare Meyer a Irvine Welsh e i suoi sbandati ai protagonisti di Trainspotting. Anche la narrazione per capitoli giustapposti e in apparenza indipendenti o slegati fra loro richiama quel modello. Ma le affinità, per quanto evidenti, sono semplificazioni e anche in questo caso nascondono molto più di quanto non dimostrino.  Continue reading

Posted in Recensioni | Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

Tradurre. Pratiche teorie strumenti. Un’antologia della rivista, 2011-2014

Segnaliamo l’uscita di “Tradurre. Pratiche teorie strumenti. Un’antologia della rivista, 2011-2014″, edito da Zanichelli.

Lettore per eccellenza, ancor più di altri scrittori il traduttore è costretto a contare sulla complicità del lettore perché passi sotto silenzio la sua pretesa di parlare per conto terzi.

Ma non è certradurreto un velo sottile quello che separa il lettore dal traduttore, né tanto meno immateriale. La vera cortina di ferro che nasconde il traduttore editoriale all’hypocrite lecteur di baudelairiana memoria è, molto prosaicamente e poco accademicamente, la complessa filiera del libro. Dall’individuazione del testo da tradurre alla trattativa con l’agente e poi con l’editore straniero, dalla scelta del traduttore o della traduttrice alla tariffa adottata o imposta, dalla collana al corredo promozionale, dalla presenza alla sempre più frequente assenza del revisore e dei suoi interventi, sempre preziosi, dal distributore all’ufficio stampa, l’opera imprenditoriale dell’editore ha riflessi decisivi sul risultato del lavoro del traduttore.

L’intento di questo volume è di rendere dignità culturale al mestiere del tradurre, svelandone, in tutti i suoi risvolti, la complessità e la ricchezza, la profondità e l’inventiva, la durezza e la leggerezza

Posted in Appunti | Leave a comment