Per il bicentenario di Theodor Fontane (1819-2019), a Siena

FontaneIl programma del convegno che si terrà a Siena il 18-19 novembre 2019
si può leggere qui.

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Tedeschi contro il nazismo, a Pisa

Tedeschi contro il nazismo
La mostra (11 nov. – 1 dic.), i film (20 nov.), l’approfondimento (28 nov.)

Le Biblioteche di Antichistica Linguistica Germanistica Slavistica e Filosofia e Storia dell’Università di Pisa, in collaborazione col Centro Filippo Buonarroti, hanno organizzato una serie di iniziative dedicate alla resistenza tedesca al nazismo. Continue reading

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Johann Wolfgang Goethe, Dalla mia vita. Poesia e verità

Michele Sisto

Poesia e verità era fuori catalogo da decenni, irreperibili le vecchie traduzioni di Adolfo Courtheoux (Sonzogno 1886), Emma Sola (Alpes 1929) e Alba Cori (Utet 1957). La nuova, eccellente edizione curata da Enrico Ganni per i Millenni Einaudi (2018), ora coraggiosamente riporposta in edizione economica (Einaudi Tascabili, 2019), lo ripresenta in veste più schietta e aderente, consentendoci di leggerlo finalmente per quello che è: non tanto un’autobiografia, peraltro ben poco attendibile, quanto, a tutti gli effetti, il quarto romanzo di Goethe, dopo il Werther (1774), il Wilhelm Meister (1795) e Le affinità elettive (1809), e prima dei Wanderjahre (1821).

«Desidero informarti che sono sul punto di scrivere le mie memorie», scrive Goethe all’amica Bettina Brentano nel 1810: «potrebbe venirne fuori un romanzo o un resoconto, impossibile prevederlo adesso». Poesia e verità (1811-14) – o all’inverso Wahrheit und Dichtung, come suonava in un primo momento un titolo che oggi potremmo tradurre con realtà e letteratura o realtà e finzione – è in effetti il primo tassello di un vasto esperimento romanzesco per il quale Goethe si serve di materiale autobiografico, trattando, dopo gli anni della giovinezza 1749-75, il decisivo soggiorno in Italia del 1786-88 (Viaggio in Italia, 1816-17) e il suo tête-à-tête con la Rivoluzione francese nel 1792-93 (Campagna di Francia e Assedio di Magonza, 1822).

Fin dall’introduzione, in cui la lettera fittizia di un amico fittizio invita lo scrittore ultrasessantenne a raccontare la sua vita e la genesi delle sue opere, tutto è fiction: spesso l’io narrante parla del se stesso di un tempo in terza persona («il bambino»), e perfino il cosiddetto idillio di Sesenheim, l’esperienza ‘reale’ su cui si baserebbe il Werther, è costruito come scoperta parodia del Vicario di Wakefield di Oliver Goldsmith, romanzo molto amato dal giovane Goethe. La libertà con cui lo scrittore usa gli artifici della letteratura è assoluta, quasi vertiginosa: con la sola forza dell’affabulazione può trascinare il lettore per pagine e pagine di annotazioni sulle miniere di alunite di Dutweil o in un saggio di riscrittura romanzesca della storia biblica di Giuseppe e i suoi fratelli (spunto più tardi messo a frutto da Thomas Mann).

Lontanissimo dall’intenzione di erigere un monumento a se stesso, Goethe si inventa un romanzo di formazione che tiene insieme l’idealismo dell’Agatone di Wieland e la comicità dell’amato Tristram Shandy, più vicino alle stramberie del Nipote di Rameau (che peraltro aveva da poco tradotto e pubblicato, precedendo lo stesso Diderot) che alle tormentate Confessioni di Rousseau. L’eroe è, sì, il più grande poeta della Germania, protagonista di una Bildung eccezionale ed esemplare; ma ci viene presentato di volta in volta come un bambino dispettoso, uno studente perdigiorno con un debole per gli scherzi e i travestimenti, e, in amore, un assai poco olimpico gaffeur.

L’io biografico è sempre dialettizzato, trattato cioè come un personaggio tra gli altri, il punto di vista dei quali non è meno importante: «Quando venni al mondo fui considerato morto», recita una delle prime frasi, «e solo con reiterati sforzi riuscirono a farmi vedere la luce. Questa circostanza, se procurò grande pena ai miei, risultò vantaggiosa per i concittadini, perché il nonno, il podestà Johann Wolfgang Textor, colse l’occasione per assumere un ostetrico e per introdurre o rinnovare la formazione delle levatrici; il che andò, in seguito, a vantaggio di molti nascituri». Anche la sua morte prematura, lascia intendere Goethe, non sarebbe stata una perdita irreparabile, anzi avrebbe comunque portato un piccolo contributo al perpetuo mutamento del mondo.

Tale resta, per 750 pagine, il tono dominante di una narrazione in cui lo Streben faustiano non teme mai di impantanarsi nella prosa del mondo. Anzi, quasi a rispondere alla critica di Novalis, il nuovo romanzo è ancora più «prosaico e moderno» del Meister, sebbene non perda mai di vista l’innalzarsi dell’individuo verso «sfere di attività sempre più ampie». Illuminato dall’interesse di tale narratore, tutto prende vita, al punto che il mondo di un giovane borghese del tardo settecento appare così ricco di occasioni e di potenzialità da far impallidire al confronto la nostra modernità globalizzata.

Michele Sisto

da: Allegoria, n. 79 (con qualche piccola modifica).

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Terra di nessuno. Poesia intorno al Muro

Radio3 Suite per l’anniversario della caduta del muro di Berlino

Da lunedì 4 a sabato 9 novembre sei brevi appuntamenti con “Terra di nessuno. Poesia intorno al Muro”.

Grandi e piccole storie nelle parole dei protagonisti della poesia tedesca contemporanea a cura di Massimo Bonifazio.

Ascolta qui tutti gli appuntamenti >>

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Cesare Cases, Laboratorio Faust

LabFaust[È uscito Laboratorio Faust. Saggi e commenti di Cesare Cases, a cura di Roberto Venuti e Michele Sisto (Quodlibet, Macerata 2019, pp. XLIV-574). Il volume è stato presentato dai curatori a Fahrenheit. Qui la recensone di Andrea Casalegno, apparsa sull’Indice dei libri del mese.]

Andrea Casalegno

Wolfgang Goethe visse l’intera vita con Faust: dal primo incontro con lui, nell’infanzia, al teatro dei burattini, alle ultime correzioni al Faust, pochi giorni prima di morire, nel marzo 1832. Il 17 marzo scriveva all’amico Wilhelm von Humboldt, il fondatore dell’Università di Berlino: “Sono più di sessant’anni che avevo in me la concezione del Faust, in gioventù chiara fin dal principio, meno precisa quanto all’ordinamento”. Qualcosa di analogo può dirsi di Cesare Cases, intellettuale europeo e militante culturale della sinistra prima e più che germanista, cofondatore e direttore dell’“Indice dei libri del mese”: dall’entusiasmo giovanile alla decisione di raccogliere in volume tutti i suoi interventi, editi e inediti, sul capolavoro della letteratura tedesca. Nasce così, sia pure con ritardo, Laboratorio Faust, a cura e con la doppia introduzione di Michele Sisto e Roberto Venuti: la miglior introduzione al Faust oggi disponibile in italiano. Michele Sisto è anche l’autore di un libro importante e originale, Traiettorie. Studi sulla letteratura tradotta in Italia (pp. 320, Quodlibet, Macerata 2019): sette ampi saggi in cui esplora il rapporto tra “letteratura tradotta e storia letteraria nazionale” attraverso lo scambio culturale tedesco-italiano. Nel primo, notevole saggio sui “primi mediatori italiani del Faust di Goethe (1814-1835)”, si mette tra l’altro in luce l’importanza della recensione pubblicata nel 1827 da Giuseppe Mazzini.

Ma torniamo a Laboratorio Faust. Le prime 200 pagine comprendono gli scritti editi, intorno alla grande Introduzione del 1965 per la traduzione di Barbara Allason (rilevata dalla De Silva di Franco Antonicelli) per la “Nuova Universale” Einaudi. Precedono e seguono interventi più brevi, scritti tra il 1957 e il 1989, scintillanti di verve, intelligenza, erudizione. La sua interpretazione prende le mosse dagli Studi sul Faust di György Lukács, il quale a sua volta partiva da un passo geniale dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, in cui Karl Marx rileva come il potere della magia che Mefistofele mette al servizio di Faust sia un equivalente del potere del denaro nella società capitalistica. Marx cita i versi in cui Mefistofele reagisce alla disperazione di Faust, che riassumo così: “Ma fatti furbo! Se mi compro sei cavalli non è mia la loro forza? Via di galoppo, come se avessi ventiquattro gambe!”
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L’importanza di capire Kafka e Il Processo

Matteo Moca

Certo stupirà scoprire, per chi non è avvezzo alla storia editoriale di Kafka, che dopo la prima traduzione in italiano del 1933 del Processo, pubblicata nella collana “Biblioteca europea” dell’editore Frassinelli diretta da Franco Antonicelli, dovettero passare quarant’anni prima di vederne una seconda.

Un dato accessorio se si trattasse di un altro scrittore, ma importante se si parla di Kafka perché permette di comprendere le letture italiane dello scrittore praghese di critici e scrittori come Tommaso Landolfi o Italo Calvino, Elio Vittorini o Franco Fortini, Federico Fellini o Elio Petri. A tradurlo fu Alberto Spaini, giornalista e scrittore, che aveva già dato alle stampe negli anni precedenti traduzioni epocali, come quella delle Esperienze di Wilhelm Meister di Goethe, le Opere complete di Georg Buchner o l’Opera da tre soldi di Brecht. Continue reading

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Klassiker und Spitzentitel. Zeitgenössische deutsche Literatur in Italien

[In occasione della Fiera del libro di Francoforte il Goethe-Institut fa una ricognizione sull’interesse degli italiani nei confronti della letteratura tedesca.]

Bettina Gabbe

Das Interesse an deutscher Literatur ist in Italien in den vergangenen Jahren gesunken, vor allem für zeitgenössische Literatur. Gleichzeitig setzen Klassikerausgaben wie die soeben erschienene Hölderlin-Übersetzung auch Maßstäbe für deutsche Wissenschaftler.

Wenn Luigi Reitani Friedrich Hölderlin gegen mangelnde Achtung in Deutschland vor dessen Werk als Autor von Briefen verteidigt, entsteht der Eindruck, nirgends herrsche größeres Interesse für dessen Werk als ausgerechnet in Italien. Der bisherige Leiter des Istituto Italiano di Cultura in Berlin verfügt in seiner eigenen Bibliothek nicht nur über eine liebevoll gehütete große Sonderabteilung zu dem Dichter. Er hat vor Kurzem auch eine viel beachtete Neuübersetzung von Hölderlins Werken ins Italienische herausgegeben.

Continua a leggere sul sito del Goethe-Institut

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Un nuovo Hölderlin

COF_holderlin_cof_meridiani.indd 8 ottobre 2019
Università degli Studi di Milano
Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere
16:30 c.t.
A1 – P.zza S. Alessandro 1

Nella cornice della settimana tedesca in Italia

Presentazione e discussione del nuovo “Meridiano” dedicato a Friedrich Hölderlin e curato da Luigi Reitani e dedicato a Prose, teatro e lettere

 

PROGRAMMA
Saluto del Magnifico Rettore, Elio Franzini
Intervengono Cesare Lievi, Adele Netti e Luigi Reitani
Moderano Marco Castellari e Lucia Mor

dalla presentazione editoriale

Questo volume raccoglie, per la prima volta in Italia: il romanzo Hyperion, che per trent’anni accompagnò la tormentata vicenda esistenziale di Hölderlin; le tre stesure del dramma La morte di Empedocle; gli scritti in prosa in larga parte pubblicati postumi; infine, l’intero epistolario, 313 lettere dell’inestimabile valore. La curatela è firmata da Luigi Reitani, studioso eccellento dell’opera di Hölderin, già curatore del Meridiano di Tutte le liriche.

www. lingue unimi.it

www.oscarmondadori.it/collana/meridiani-mondadori

www.italien.diplo.de/it-it/Nonfarmimuro

 

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DDR trent’anni dopo: la ricerca della stabilità di un popolo nel suo passato, presente e futuro attraverso le opere di Tellkamp, Zeh e Urban

Muro-di-Berlino-trenta-anni-dopo

Simone Caforio

Il 2019 è l’anno in cui si celebra l’anniversario dei trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino avvenuta nella notte del 9 novembre 1989. Durante questi trent’anni numerosi sono gli autori, che si sono cimentati nella narrazione di eventi che, in un modo o nell’altro, fossero legati al non più esistente Stato costituito dalla DDR. In Ein weites Feld (1995) Günter Grass è riuscito a riprodurre l’atmosfera di una passeggiata verso la porta di Brandeburgo di due personaggi, Fonty e Hoftaller, allegorie dei due stati tedeschi ormai riunificati. E ancora, solo per fare qualche esempio, Der geteilte Himmel (1963) di Christa Wolf, Simple Storys. Ein Roman aus der ostdeutschen Provinz (1998), una raccolta di racconti di Ingo Schulze, così come Helden Wie Wir (1995) di Thomas Brussig, un romanzo incentrato sulla vita di un ragazzo, Klaus, sulla sua giovinezza e sulla sua formazione fino alla fatidica notte della caduta del muro.

Così come tre sono i decenni ormai trascorsi dalla notte della Wende, tre sono i romanzi, che vengono presi in analisi in quest’articolo, per descrivere l’esperienza della DDR in tre diversi lassi temporali: il passato, il presente e il futuro. Continue reading

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Call for Papers: Forms, History, Narrations, Big Data: Morphology and Historical Seqeuence. Torino, 21-22 novembre 2019

Pubblichiamo di seguito la Call for Papers del Convegno Forms, History, Narrations, Big Data: Morphology and Historical Seqeuence, organizzato dal Centro Studi Arti della Modernità, che si svolgerà a Torino il 21 e il 22 novembre 2019.

INTERNATIONAL CONFERENCE

FORMS, HISTORY, NARRATIONS, BIG DATA:
MORPHOLOGY AND HISTORICAL SEQUENCE

FORME, STORIA, NARRAZIONI, BIG DATA:
MORFOLOGIA E DIACRONIA

Centro Studi “Arti della Modernità”

November 21-22, 2019 – Torino (Italy)

CALL FOR PAPERS

PDF VERSION: CSAM – Morphology and Historical Sequence – CFP

Historical explanation, explanation seen as a linear hypothesis, is just one way of gathering data – their schema. One can equally well consider data in their reciprocal relation and summarize them in a general image regardless of the form of a chronological development. Wittgenstein’s remarks on Sir James Frazer’s The Golden Bough, echoes similar stances coming from different fields of enquiry, such as Propp’s Morphology of the Folktale (1928) and André Jolles’ Einfache Formen (1930). They open up an on-going critical debate about how to study historical phenomena.  Continue reading

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Ladri di identità. Il nuovo libro di Alessandro Costazza sulla letteratura tedesca della Shoah

Attorno alla Giornata della memoria 2019 esce il corposo volume monografico di Alessandro Costazza sui Ladri di identità, dedicato al delicato e complesso rapporto tra la finzionalità della testimonianza e la testimonialità della finzione letteraria e centrato su quattro esempi paradigmatici della letteratura tedesca contemporanea. “il quadrifoglio tedesco” si arricchisce così di un ulteriore contributo alla riflessione su identità, testimonianza e memoria, filo rosso di molti dei volumi pubblicati a partire dall’esordio della collana con Mia sorella Antigone di Grete Weil.

QT38_Costazza_copertinaLe opere prese in considerazione sono in due casi testimonianze – vere o false – della Shoah, e in altri tre casi romanzi, vale a dire finzioni dichiarate sulla Shoah. Quattro di queste opere furono al centro di veri e propri scandali letterari, che fecero molto scalpore e occuparono a lungo le pagine culturali dei giornali e la critica internazionale. Il filo rosso che unisce queste opere è rappresentato dal furto d’identità e quindi dalla falsa testimonianza: in due casi l’argomento è oggetto della rappresentazione letteraria (La tela, di Benjamin Stein e Il nazista e il barbiere, di Edgar Hilsenrath), mentre in altre due occasioni è l’autore stesso a essersi appropriato attraverso la scrittura di un’identità non sua (Frantumi, di Binjamin Wilkomirski e La tana di fango, di Wolfgang Koeppen).

L’immagine di copertina obbedisce ironicamente al titolo del celebre quadro di René Magritte Riproduzione vietata (1937) e lo adatta alle riflessioni del volume. L’immagine mostra, scrive l’autore nella PremessaContinue reading

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Un companion italiano su Durs Grünbein

Esce ne “il quadrifoglio tedesco” la prima raccolta di studi in lingua italiana su Durs Grünbein, nato a Dresda nel 1962 e voce più nota della poesia tedesca contemporanea. Ad aprire il volume, curato da Daniele Vecchiato, è la Ouverture a posteriori, un testo dello stesso Grünbein qui per la prima volta versato in italiano.

I sQT39_Vecchiato_copertinaaggi di Anna Maria Carpi, Anne Fuchs, Matteo Galli, Joanna Jabłkowska, Fabian Lampart, Albert Meier, Ernst Osterkamp, Italo Testa, Amelia Valtolina, Michele Vangi e Daniele Vecchiato offrono attraverso percorsi di lettura tematici e per opere una panoramica sulla poesia e la saggistica di Grünbein, esplorando i nuclei essenziali della sua produzione: il corpo, la storia, la memoria, il dialogo con la filosofia e le arti. Al contempo, i nuovi contributi ampliano l’orizzonte su territori critici nuovi e su testi più recenti. Il volume si chiude con una sezione dedicata alle poesie “italiane” di Grünbein, alla sua ricezione nel nostro paese e al suo rapporto con la tradizione letteraria italiana.

Leggiamo dalle osservazioni conclusive di Anna Maria Carpi, che ci regala una nuova traduzione

Così pensavo di tanto in tanto stendendo questa mia riflessione di traduttrice, cui devo ora invece aggiungere, ancora non formulabili, il mio stupore e il mio plauso per la raccolta Zündkerzen (“Candele di accensione”, 2017) che contiene qualche testo già noto ma moltissimi nuovi: certo, è sempre più prosa che poesia, se poesia volesse dire canto, ma è uno squarcio grandioso sul mondo, aggiornato sul nostro ultimo oggi. Leggiamo per esempio il testo d’apertura, intitolato Aus einem Buch der Schwächen (“Da un libro delle debolezze”)

Agenda gigantesca questa vita –
ben diversa all’arrivo, poi così.
Se chiudiamo gli occhi ci vediamo
su un ascensore: conta gli anni come
i piani della casa. In mezzo smonta
qualcuno e va per l’andito al suo doppio.
Per metà inciampa e bussa a porte sbagliate
perché fuori c’era dipinto un cuore. E poi –
questo crollare dalla stanchezza, che fa così bene.
Ora di giorno in giorno cade un petalo
dal folle mazzo che ancor ieri enorme
quasi faceva esplodere il suo vaso.
Ortensia blu anemone selvaggio tulipano nero –
e come suona d’improvvisazione:
studi per un pianoforte-giocattolo – un verso senz’aggrappo.
Senz’aggrappo vuol dire: moriamo e non si nota
e a un tratto ci rallegra
di vivere come fossimo immortali,
intanto ad arginarci è la scrittura e ogni
parola singola è centrale. Su, mettiti,
scrivi il libro delle tue quotidiane debolezze.

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Simon Urban, Piano D

Simone Caforio

Simon Urban è un germanista e copywriter che nel 2011 concepisce il suo romanzo d’esordio Piano D. Si tratta di un romanzo pubblicato nel 2011 dalla casa editrice Schöffling & Co. che ha dovuto aspettare sei anni per vedere l’uscita della sua traduzione italiana a cura di Keller Editore del 2017.

Piano D è un thriller, che scorre lungo i binari di un’indagine della polizia impegnata in un caso di omicidio. Il cadavere di un uomo è stato rinvenuto impiccato ad un gasdotto nella periferia di Berlino a poche settimane da importanti consultazioni politiche, durante le quali si discuterà del futuro energetico della Germania. Tutto sommato si presenta come un classico giallo con tanto di omicidio, che fa subito pensare a implicazioni politiche. Piano D si limiterebbe a questo, se il futuro delle risorse energetiche non si riferisse al futuro dell’attuale Germania, bensì ad una Germania ancora divisa dal muro, dove l’omicidio riporta i segni dei servizi segreti della Stasi, stringhe legate fra loro e otto nodi sul cappio. Continue reading

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Juli Zeh, Turbine

Juli Zeh,

Simone Caforio

Turbine di Juli Zeh narra le vicende degli abitanti di Unterleuten, nome simbolico di un fittizio paese di campagna, poco distante da Berlino. Juli Zeh è la figlia dell’ex direttore del Bundestag Wolfgang Zeh e, nonostante questo suo forte background politico alle spalle, riesce a creare l’atmosfera di un paese che rifugge completamente la politica. Il distretto di Berlino sembra non occuparsi di Unterleuten, così come i cittadini di Unterleuten non si interessano minimamente alle decisioni prese in città.

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Bertold Brecht, Il romanzo dei tui

Brecht- romanzo dei tui Salvatore Spampinato

Il romanzo dei tui, al quale Brecht lavorò tra il 1931 e il 1942, colma un vuoto importante nella produzione di un autore di cui in Italia è stato pubblicato quasi tutto. È un testo singolare, incompiuto e frammentario, del quale la bella introduzione di Marco Federici Solari restituisce la complessità stilistica, ideologica e filologica; un vero e proprio insieme di Versuche che ci proietta nella fucina dello scrittore tedesco e ce ne mostra gli attrezzi finissimi, le intemperanze, l’abrasivo umorismo.

Il tui, abbreviazione di «Tellekt-uell-in», è «l’intellettuale nell’epoca delle merci», emblema di una società capovolta che pone l’astratto spirito a base di ogni cosa, fino a trasformarlo in una seconda realtà che occulta i materiali rapporti produttivi di oppressione. L’umanesimo del tui, un «pensiero inefficace» fatto di generici «valori», è complementare alla «democrazia formale» delle moderne società liberali fondate sul diritto di stampo illuminista, come la Repubblica di Weimar. Ad accomunarli è l’idea, già derisa da Marx nella Questione ebraica, che il conflitto politico sia un conflitto tra visioni del mondo, svincolato dagli interessi privati. Dunque i tui «al momento pratico non sono altro che degli avvocati». Ma la pretesa di interpretare la società e la Storia a partire da istanze extrasociali ed extrastoriche si rivela estremamente pericolosa, al punto da condurre all’autosoppressione della democrazia. Anche Hitler è infatti un tui, «ma è un tui depravato»: mentre i tui istituzionali lo irridono per i suoi errori grammaticali, lui si muove da campione tra i discorsi, gioca con le frasi come si fa con un pallone, disputando «una partita di calcio straordinaria».

L’altra parola presente nel titolo oltre a tui è «romanzo». Ma il romanzo di cosa? Il protagonista qui non è più un individuo, ma la Storia, e la Storia vuole essere giudicata con estrema distanza. Per questo Brecht opera su questa materia per lui pure così calda (si pensi alla repressione della rivolta spartachista) una doppia operazione di straniamento.

Da un lato, tutta la vicenda è straniata attraverso la sua collocazione in una atemporale «Cima», impero di burocrati e funzionari, per cui tutti i nomi sono per così dire tradotti in «cimese»: abbiamo un Jü (Guglielmo II), un Ka-meh (Marx) e un Gogher Gogh (Hitler), tanto per citare i più noti. D’altro lato, rifiutato il modello del romanzo ottocentesco, la narrazione è spezzata attraverso il montaggio di capitoli quanto mai eterogenei in cui si recuperano le forme letterarie più svariate: così, oltre alla centrale Storia della repubblica dei tui, sono presenti una raccolta di versi, dei trattati, una serie di Storie di tui, barzellette, parabole, riflessioni. Data anche l’incompiutezza dell’opera, sembra di leggere un manoscritto dissepolto dalle profondità di un passato che ancora chiede risposta, proiettando il nostro presente nel suo orizzonte.

Brecht è quanto mai inattuale dopo che il tramonto delle ideologie è diventato l’unica ideologia accettabile. Ma forse proprio in questa inattualità risiede, oggi, la sua vera forza. Al di là della satira del tui radical chic, ogni pagina di questo libro mostra come tuismo e fascismo facciano parte dello stesso processo dialettico, siano due bocche dello stesso mostro. Ad essere paragonato a Denke, il contadino-killer che fabbricava utensili con i cadaveri delle sue vittime, non è Hitler, ma la classe dirigente della Germania degli anni ’10; a difendere «con l’artiglieria» la libertà d’espressione delle élite contro le manifestazioni operaie non sono i nazisti, ma i socialdemocratici. E allora, lette in maniera diversa, certe pagine del Romanzo dei tui porterebbero forse a diverse e più insidiose analogie: «Sostenevano che l’umanità si sarebbe ribellata all’ingiustizia non appena si fosse smesso di discorrere sulla giustizia. Ma in realtà di giustizia si era continuato a parlare. Solo, erano stati inventati nuovi discorsi per accompagnare le ingiustizie di sempre». L’ombra di Denke incombe ancora sulle nostre magnifiche sorti e progressive.

Bertolt Brecht, Il romanzo dei tui, trad. it. di M. Federici Solari, L’orma, Roma 2016. Questa recensione è uscita sul numero 76 di Allegoria.

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