Walter Benjamin, Breve storia della fotografia

Valentina Savietto

Walter Benjamin, Breve storia della fotografia, trad. e a cura di Sabrina Mori Carmignani, Bagno a Ripoli (Firenze), Passigli Editori, 2014, 96 p.

Benjamin FotografiaDalla seconda di copertina (estratto): «Può forse apparire singolare che uno studioso del calibro di Walter Benjamin si avventurasse nel 1931 a stilare la storia di una tecnica, quale quella fotografica, che non aveva allora che un centinaio d’anni o poco più, avendo Niépce e Daguerre fondato solo nel 1829 la prima società per lo sviluppo delle tecniche fotografiche. E ancora più singolare che il filosofo tedesco già parlasse in queste sue pagine di periodo d’oro e di declino dell’arte fotografica. Continue reading

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Hölderlin, l’Italia e la musica

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Domani ha inizio la trentaquattresima conferenza biennale della Hölderlin-Gesellschaft: fino a domenica 15 giugno esperti e appassionati discutono del tema Hölderlin und die Religion a Costanza.

Sempre più ampio è il contributo italiano agli studi sul poeta svevo — in quest’occasione, ad esempio, sono fra i relatori Luigi Reitani e Mariagrazia Portera. Sono ormai cent’anni che studiosi nostrani indagano Hölderlin, ancora più indietro datano le prime traduzioni e i primi casi di transfer interculturale. Proprio un anno fa, la fondazione della sezione italiana della Hölderlin-Gesellschaft (Roma, Istituto Italiano di Studi Germanici)  e il contestuale convegno internazionale “Friedrich Hölderlin in Italia: poesia, pensiero, ricerca” / “Friedrich Hölderlin in Italien: Dichtung, Denken, Forschung” hanno segnato un importante momento di riflessione sui vari rapporti fra il poeta e il nostro paese.

A documentazione del convegno è nato un numero speciale della rivista internazionale online open-access “Studia theodisca”, Hölderliniana I, curato da Elena Polledri e da me. Il volume, in due lingue, è uscito in questi giorni e raccoglie in tre sezioni testi, studi e recensioni (qui l’indice, qui la premessa; tutti i materiali sono scaricabili liberamente in .pdf).

Tra i vari contributi, riporto qui sotto il discorso inedito di Giorgio Vigolo Quali musiche suonò Hölderlin, che il poeta romano tenne proprio all’Istituto Italiano di Studi Germanici nel 1966. L’edizione è a cura di Giovanna Cordibella.

M.C.

 

Intendiamo qui proporre un problema, invitare a una ricerca su un aspetto abbastanza sibillino della vita di Hölderlin. A quanto almeno ci risulta, questo problema è stato poco indagato e forse nemmeno posto nei suoi termini più elementari ed empirici. Quali musiche suonò Hölderlin? Quali strumenti, quali autori, quali opere di musicisti?

Sul poeta, sulle sue liriche, sui suoi inni, sulla tragedia Empedokles, sul romanzo epistolare Hyperion, sui suoi frammenti estetici e filosofici si è scritto in questi ultimi cinquant’anni forse più che su qualunque altro poeta, biblioteche intere di letteratura critica ed esegetica, non solo in Germania, ma anche in Francia e in Italia. Hölderlin è stato in un certo senso il poeta prediletto e il più citato anche dai filosofi del Novecento, da esistenzialisti e fenomenologi, basti qui ricordare, con Jaspers, il solo nome di Martin Heidegger. Di Hölderlin sono stati studiati a fondo i rapporti con l’idealismo filosofico, con Hegel e Schelling, con i Romantici, con Schiller e Goethe, con la Grecia e col Cristianesimo e perfino con Ignazio da Loyola. Quando si apre l’Hyperion e si legge il motto in epigrafe «Non coerceri maximo, contineri minimo divinum est», si pensa piuttosto a una massima di estetica, di poetica, a un principio di stile; pochi ricordano che sono le parole scritte sulla tomba di Loyola.

Continua a leggere in .pdf

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Timur Vermes, Lui è tornato

Valentina Savietto

Timur Vermes, Lui è tornato, trad. di Francesca Gabelli, Milano, Bompiani, 2013, 448 p.

Lui è tornato

Dalla seconda di copertina (estratto): «È l’estate del 2011. Adolf Hitler si sveglia in uno di quei campi incolti e quasi abbandonati che ancora si possono incontrare nel centro di Berlino. Egli non può fare a meno di notare che la guerra sembra cessata; che intorno a lui non ci sono i suoi fedelissimi commilitoni; che non c’è traccia di Eva. Continue reading

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Berlino alla fine della storia

[Segnalo questo lungo saggio, sanamente ambizioso, uscito su Le parole e le cose. Interessanti anche i commenti che ha suscitato. M.S.]

Guido Mazzoni

1. La città allegorica

Berlino è la vera città allegorica del XX secolo, il luogo in cui si sono scontrate fisicamente le tre forme di vita che, nel corso del Novecento, hanno cercato di governare le enormi masse umane generate dalla rivoluzione industriale, dalla tecnica e dall’esplosione demografica moderna. A Berlino si sono combattuti il più grande conflitto palese e la più grande guerra latente della storia; a Berlino il fascismo, il comunismo e la Western way of life hanno lasciato una traccia di sé nella forma delle strade e delle case. Negli anni Trenta Hitler e Speer progettavano di distruggere e rifondare la capitale grande-borghese dopo averla conquistata politicamente; fra il 1943 e il 1945 gli inglesi, gli americani e i russi avrebbero raso al suolo l’architettura nazista e l’architettura grande-borghese, distruggendo una città che la Germania Est e la Germania Ovest avrebbero poi ricostruito secondo visioni del mondo contrapposte, ma unite dalla grammatica edilizia del modernismo povero, quella che ha edificato tutte le periferie europee nel secondo dopoguerra, mentre le periferie del Terzo mondo crescevano secondo la grammatica della baraccopoli, che dilagherà ovunque nel XXI secolo neoliberista. Poi, all’inizio degli anni Sessanta, il socialismo reale avrebbe sventrato la città pur di impedire ai propri cittadini di passare alla Western way of life, costruendo una delle più grandi fortificazioni mai edificate in ambiente urbano, e creando la frontiera simbolica dove la guerra fredda che fra il 1945 e il 1989 ha diviso il pianeta sarebbe diventata, per quasi tre decenni, un conflitto visibile. Continue reading

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La questione della Questione del sergente Grischa

Grischa[Sul n. 6 di tradurre, la rivista diretta da Gianfranco Petrillo, si possono leggere tra l'altro l'intervento di Bruno Berni sul Perché ritradurre Andersen, la recensione di Barbara Ivančić al volume Karl Kraus e Shakespeare. Recitare, citare, tradurre (Quodlibet 2012) di Irene Fantappiè, e un articolo di Natascia Barrale sulla vicenda italiana del Grischa di Arnold Zweig, di cui riportiamo l'incipit. M.S.]

Natascia Barrale

Negli anni trenta i lettori italiani mostravano di apprezzare i toni nuovi e realistici dei romanzi stranieri giunti in traduzione sugli scaffali delle librerie. In cima alle classifiche di vendita, tra gli altri, vi erano i romanzi di guerra tedeschi, che raccontavano il primo conflitto mondiale visto con gli occhi del nemico perdente. Mondadori da qualche tempo stava cavalcando l’onda del successo delle narrative straniere e, nello stesso anno in cui si dedicò in prevalenza ai capolavori ottocenteschi con la collana «Biblioteca romantica», cominciò a sfruttare la nuova moda e a rivolgere l’attenzione anche alle novità letterarie contemporanee, creando una collana ad hoc. Continue reading

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Ritualità massonica nella letteratura della Goethezeit

Gianluca PPaolucciaolucci

Ritualità massonica
nella cultura della Goethezeit

Roma, Istituto Italiano di Studi Germanici, 2014

Premio Baioni 2012-2013
per la sezione tesi di dottorato

La massoneria ha caratterizzato la vita politica, sociale e culturale dell’Europa del Settecento, influenzando anche l’opera di intellettuali, artisti e scrittori. Questo studio analizza le modalità con le quali la letteratura europea, e in special modo la tedesca, tra Sette- e Ottocento, ha rielaborato narrativamente ed esteticamente motivi e tematiche provenienti dall’ambito massonico. Con lo sguardo rivolto alle dottrine e alle pratiche rituali libero-muratorie e alla nascente cultura dei media nel Settecento, nel libro si dimostra come i dibattiti del tempo siano stati interpretati quali veri e propri rituali che intendevano coinvolgere i lettori o gli spettatori nell’ “esperienza” che avveniva nello spazio segreto ed “eterotopico” delle logge. In tal senso, si individuano significativi nessi tra le pratiche iniziatiche massoniche e quelle letterarie proprie della Goethezeit.

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Il narrare dialettico di Uwe Johnson: una lettura di Jahrestage

Sabine Schild-Vitale

Dalle prime bozze, databili all’anno 1967, fino alla pubblicazione del quarto volume di Jahrestage nel 1983 sono intercorsi sedici anni. I capitoli del romanzo di Uwe Johnson (1934-1984) consistono in annotazioni quotidiane, che coprono un intervallo cronologico esteso dal 20 agosto 1967 fino al 20 agosto 1968 – giorno dell’invasione sovietica nella Praga di Dubček. In essi si narra dalla vita di Gesine Cresspahl e di sua figlia Marie, che vivono a New York. Gesine e il “Genosse Schriftsteller”, il “compagno narratore”, raccontano entrambi, in una specie di sodalizio, il presente, ossia la vita nella metropoli americana, mentre, al contempo, Gesine narra alla figlia la storia della propria famiglia nel Meclenburgo durante il dodicennio nero e l’immediato dopoguerra, squarci di giovinezza nella Germania orientale.

Prendiamo le mosse dalle parole con cui Italo Calvino chiude il suo saggio «La sfida del labirinto» del 1962: “La Germania divisa in due immagini speculari ed estreme del nostro tempo, è presa da Uwe Johnson come tema del suo realismo a rifrazioni multiple, attraverso un freddo caleidoscopio di frantumazioni linguistico-ideologico-morali.”[1] Calvino attribuisce qui alla poetica di Johnson il valore di una risposta al processo che cerca di stabilire un nuovo equilibrio tra l’uomo e il mondo delle cose – dopo che la rivoluzione industriale ha causato un trauma dal quale “la filosofia, letteratura [e] l’arte [...] non si sono ancora riavute”. Nel solco di quanto qui viene affermato, io leggerei nella poetica johnsoniana non solo un esempio paradigmatico per il processo delineato da Calvino, ma quasi un’inevitabile conseguenza, l’espressione di uno spostamento che, dal paradigma della profondità, giunge ad uno che vede i fenomeni – anche, e soprattutto, quelli culturali – su un piano schiettamente monodimensionale, ovvero di superficie. Continue reading

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Cfp: La traduzione come genesi e palingenesi della letteratura (TICONTRE)

[Pubblichiamo qui di seguito il Call for papers per la Sezione monografica della rivista TICONTRE. TEORIA TESTO TRADUZIONE, curata da Paola Cattani, Matteo Fadini e Federico Saviotti e dedicata al tema «In principio fuit interpres: la traduzione come genesi e palingenesi della letteratura». M.S.]

È noto che all’inizio di nuove tradizioni di lingua scritta e letteraria, fin dove possiamo spingere lo sguardo, sta molto spesso la traduzione: sicché al vulgato superbo motto idealistico in principio fuit poëta vien fatto di contrapporre oggi l’umile realtà che in principio fuit interpres, il che significa negare nella storia l’assolutezza o autoctonia di ogni cominciamento.
Gianfranco Folena, Volgarizzare e tradurre, Torino, Einaudi, 1994

La traduzione ha avuto storicamente un ruolo cruciale nella nascita e nello sviluppo delle principali letterature dell’Europa occidentale. Talvolta, come a Roma con l’Odusia di Livio Andronico, la traduzione dell’opera capostipite di una grande cultura letteraria viene emblematicamente a svolgere una funzione fondativa nei confronti di una nuova letteratura, giocando tra emulazione dell’ipertesto e ibridazione linguistica e culturale. Continue reading

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Alfred Döblin, Amleto


Alfred Döblin

Amleto
La lunga notte sta per finire

traduzione di Liselotte Grevel

Firenze, Edizioni Clichy, 2014, 700 p.
Collana Père Lachaise
[sfoglia le prime pagine]

Dalla presentazione editoriale: “A cinquantasei anni dalla morte di Alfred Döblin, Edizioni Clichy propone la prima traduzione italiana del suo ultimo romanzo, Hamlet oder Die lange Nacht nimmt ein Ende, scritto tra il 1945 e il 1946, poco prima del suo rientro in Germania. Attraverso il personaggio di un soldato inglese, Edward Allison, che torna a casa dopo la guerra, mutilato e in preda ai fantasmi del passato, Döblin dà voce a una serie di interrogativi sulla vita e la morte, sul male e le sue responsabilità, e soprattutto sulla realtà e la finzione nel mondo in cui viamo. Come l’Amleto shakespeariano infatti Edward si dedica ossessivamente alla ricerca della verità, finendo per sconvolgere l’equilibrio già precario della sua famiglia e facendo riemergere conflitti che sembravano sepolti tra sua madre, la dolce ma determinata Alice, e il padre scrittore, il burbero ed enigmatico Gordon Allison. Continue reading

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Morte a Venezia: Mann/Visconti

Th. MannMorte a Venezia
Thomas Mann / Luchino Visconti
Un confronto

a cura di Francesco Bono
Luigi Cimmino, Gioegio Pangaro

Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014, 238 p.

La Morte a Venezia, romanzo breve (o, se si preferisce, racconto lungo) è senza dubbio uno dei capolavori della narrativa del ’900. Qui Thomas Mann, con sublime magistero, tratta quello che forse è il tema fondamentale della sua opera, e cioè il conflitto irresolubile tra arte e vita. Gustav von Ashenbach, scrittore, artista quindi, incarna la lotta interiore, lotta che non può aver termine, tra l’ascetica morale borghese e le mai definitivamente domabili pulsioni del profondo. Morte a Venezia, il film che dal testo manniano ha tratto Luchino Visconti, ne riprende la lezione in maniera quasi fedelissima. Di fatto è in quel quasi che sta la motivazione del testo che presentiamo come ulteriore capitolo della serie «corpo a corpo». Continue reading

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I cento anni di George Tabori

Copertina TaboriIn questo maggio 2014, per l’esattezza il 24, George Tabori avrebbe compiuto cent’anni.

Il Berliner Ensemble lo ricorda da domenica 18 fino al giorno del compleanno con una settimana di presentazioni, spettacoli, filmati ed eventi. Già qualche settimana fa ha debuttato una nuova produzione della pièce che lo rese famoso a fine anni Sessanta, Die Kannibalen (la contrita regia di Thiedemann, devo dire, non ha convinto pienamente). La ripresa di messinscene di repertorio (imperdibile fra le altre quella dell’esilarante e nerissimo Mein Kampf), spettacoli ospiti (c’è attesa per Die Demonstration, che arriva dal Théâtre  National du Luxembourg dove andò nel 2011 in prima assoluta), l’esecuzione di audiodrammi, la proiezione di pellicole e materiali d’archivio, una mostra fotografica si susseguono e sovrappongono fino alla festa-omaggio di sabato 24.

Tabori campeggia in questi mesi anche in altri teatri tedeschi, trasmissioni radiofoniche lo ricordano, sia Wagenbach che Steidl hanno (ri)stampato i suoi testi narrativi e drammatici (almeno le pagine autobiografiche di Autodafé sarebbero certamente da tradurre in italiano). Continue reading

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Cfp: Bioestetiche / biopoetiche per “Prospero”

[Pubblichiamo volentieri il call for papers inviatoci da Maurizio Pirro. M.S.]

Bioestetiche / biopoetiche.
Per una considerazione organica delle pratiche finzionali

Il recente incremento di studi di biopoetica è innanzi tutto il risultato di un’accensione di interesse per le implicazioni estetiche di alcuni aspetti delle teorie darwiniane. Al più tardi nel Descent of Man (1871), Darwin costruisce sui processi di selezione sessuale, che chiamano in causa la competizione tra individui maschi della stessa specie per garantirsi il favore delle femmine, una teoria generale sulla funzione adattativa dell’estetico. Di qui si sono generate diverse interpretazioni circa il formarsi negli esseri umani di una disposizione alla pratica dell’arte e circa l’esistenza di “strutture poetogene” di ordine antropologico. La più nota e influente tra queste interpretazioni si deve agli psicologi evoluzionisti americani John Tooby e Leda Cosmides (The Psychological Foundations of Culture, in The Adapted Mind. Evolutionary Psychology and the Generation of Culture, a cura di Jerome H. Barkow Leda Cosmides e John Tooby, 1992, pp. 19-136; Does beauty build adapted minds?, in «Substance», 94/95, 2001, pp. 6-25) . I due hanno indagato il legame tra la capacità formativa come si manifesta nell’esercizio dell’estetico e uno dei tre livelli di fitness da loro messi in relazione ai procedimenti evolutivi, la fitness mentale. Le pratiche finzionali avrebbero la capacità di organizzare il reale secondo modalità di complessità crescente e dunque utili a sollecitare singole facoltà adattative in una versione, per così dire, simulata e potenziale, secondo ciò che Tooby e Cosmides definiscono “organizational mode”. Il germanista tedesco Karl Eibl (Animal poeta. Bausteine der biologischen Kultur- und Literaturtheorie, 2004) ha variato questo schema suggerendo l’esistenza di una “modalità ludica” alla quale l’arte dovrebbe far capo: l’esercizio estetico garantirebbe una migliore resistenza allo stress generato dalle pratiche di sopravvivenza e dunque un vantaggio adattativo.  Continue reading

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Letteratura ebraica ‘al femminile’

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È  online da oggi il numero speciale di Altre Modernità. Rivista di studi letterari e culturali. Nei venticinque saggi (qui il sommario), che spaziano nelle culture e letterature di tutto il mondo inseguendo la scrittura ‘al femminile’ di autrici ebree di vari tempi e luoghi, sono naturalmente molte le voci di lingua tedesca.

Riporto qui, del mio saggio su Generazioni. Memoria, identità e scrittura in Grete Weil, i primi capoversi, in cui mi provo in un posizionamento dell’autrice monacense nella costellazione ebraico-tedesca, aggiungendo il collegamento ai relativi contributi di colleghe e colleghi milanesi.

Grete Weil, scomparsa il 14 maggio 1999 all’età di novantatre anni, occupa nella letteratura e cultura del suo tempo una posizione per molti versi liminare, anche con rispetto alla scrittura ebraico-tedesca e della shoah ‘al femminile’ nel cui alveo certamente può essere inserita. La nascita nei primi lustri del Novecento l’accomuna ad Anna Seghers (1901-83) e Mascha Kaléko (1907-75), su cui si possono leggere in questa stessa sede le riflessioni di Birge Gilardoni-Büch, a Rose Ausländer (1901-88), al centro della disamina di Paola Bozzi, a Hilde Domin (1912-2006) e ad altre ancora. Continue reading

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La fantascienza nella DDR, I

[Pubblichiamo la prima puntata (di tre, che seguiranno) della ricognizione di Alessandro Fambrini sulla Fantascienza nella DDR, realizzata vent'anni fa per la rivista Futuro Europa. La precede una breve nota dell'autore. M.S.]

Alessandro Fambrini

Nota. La breve ricognizione che viene ora pubblicata con il titolo complessivo La fantascienza nella DDR uscì negli anni Novanta in tre capitoli distinti, ospitata da una rivista che in quegli anni conosceva il suo massimo splendore, “Futuro Europa”, curata da Lino Aldani e Ugo Malaguti e pubblicata dalla Perseo Libri di Bologna. All’epoca ero uno dei collaboratori dell’impresa, dedicata alla valorizzazione della fantascienza europea attraverso la proposta di autori contemporanei e la riscoperta di opere più o meno dimenticate del passato. Come “esperto” di letterature tedesche e scandinave, avevo già selezionato testi di classici minori dell’Ottocento e del primo Novecento, come Heinrich Seidel, Christian Morgenstern, Kurd Laßwitz o il danese Jens Peter Jacobsen, che avevo accompagnato con note critiche e piccoli saggi di carattere introduttivo.

A un certo punto, tuttavia, mi venne dai curatori l’invito a cercare qualcosa di nuovo, possibilmente in fonti fino a quel momento non ancora esplorate. Pensai subito alla DDR e alla tradizione che la narrativa utopica aveva tradizionalmente posseduto nei paesi socialisti, in cui la riflessione sul futuro era strumento tra gli altri di una sua progettazione morale, e iniziai a racimolare materiale in forma di saggi e di opere di Primärliteratur. E scoprii ben presto che una puntata non sarebbe bastata.

Nacquero così, intorno al 1994-95, tre articoli distinti, che esaminavano la produzione fantascientifica tedesco-orientale dal dopoguerra agli anni Ottanta, e che uscirono rispettivamente sul numero 14 della rivista (1996), con il titolo La fantascienza nella Repubblica Democratica Tedesca: dalle origini al 1970, sul numero 19 (1997), con il titolo Saiäns-Fiktschen e la science fiction. La fantascienza in DDR negli anni Settanta, e sul numero 23 (1998), con il titolo Incontri straordinari nella DDR.

A essi si accompagnarono degli esempi narrativi che io stesso avevo selezionato e tradotto: racconti colti e raffinati come quelli di Günter Kunert, ma anche opere minori di un gusto pulp alla maniera socialista come il truculento Gli esperimenti del professor Pulex di Herbert Ziergiebel: nell’insieme un quadro certo parziale, ma rappresentativo, di un universo non solo narrativo che già allora, a pochi anni dalla sua scomparsa, stava iniziando a divenire esotico.

Le circostanze e la sede della pubblicazione dovrebbero essere sufficienti a chiarire il tenore dell’operazione e la sua portata: che è necessariamente divulgativo, informativo, senza alcuna pretesa di esaustività. A leggerli in fila, questi tre articoli, si notano le ripetizioni e i pleonasmi, l’ansia di chiarezza che si trasforma talvolta in eccesso di informazioni anche banali. Ma nel complesso credo che emerga un panorama vivace, caleidoscopico, che aggiunge un tassello a quell’insieme tutt’altro che monolitico e monocorde che ci si presenta quando riconsideriamo le vie della letteratura nella DDR.

1. Dalle origini al 1970

La Repubblica Democratica Tedesca – altrimenti nota come DDR (Deutsche Demokratische Republik) – non esiste più. A ben guardare, sembra che non sia mai esistita: che faccia parte di uno di quei magici mondi alternativi che affollano le pagine della fantascienza, in cui la storia ha preso una direzione diversa da quella del mondo reale, così tetragono, grigio, privo d’evasione. Ma la DDR esisteva e a chi la conosceva appariva tetragona, grigia, priva d’evasione: forse per questo, tra le letterature che questo paese ha prodotto nella sua storia quarantennale quella fantastica è stata tra le più copiose, e quella fantascientifica, in particolare – grazie all’accento che il regime marxista poneva sulla razionalizzazione dei mezzi di produzione e sul progresso tecnologico – ha conosciuto una fioritura tanto più interessante in quanto pressoché indipendente dal modello anglosassone che ha invece imperversato nella cultura occidentale, a cominciare dallo stato nemico e gemello della Repubblica Federale Tedesca.

Nella DDR la fantascienza costituiva certamente una forma d’evasione, la possibilità di sfuggire alle contraddizioni che nel corso degli anni, via via, si accumulavano nel reale, ma al tempo stesso era anche un’espressione “di regime”, del tutto consona a un’ideologia che si proiettava verso il futuro e faceva di un’utopia (certo, orribilmente mancata nella pratica) il proprio scopo: si pensi a Ernst Bloch e al suo “principio-speranza”[1], secondo il quale già il pensare come possibile un mondo migliore significava porlo in progetto e quindi iniziare il suo compimento. In questo senso, la fantascienza consentiva di rappresentare quel futuro di nobili idealità realizzate e al tempo stesso di scavalcare un presente di penuria, ponendolo implicitamente come condizione necessaria al raggiungimento di quei fini lontani (anche se non lontanissimi: per la prima volta forse nella storia, l’utopia sembrava davvero a portata di  mano). Continue reading

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Cinque tesi sulla traduzione in Fortini. Sélection e marquage in Il ladro di ciliegie

[Questo saggio è uscito nel volume Letteratura italiana e tedesca 1945-1970: campi, polisistemi, transfer / Deutsche und italienische Literatur 1945-1970: Felder, Polysysteme, Transfer, a cura di Irene Fantappiè e Michele Sisto, Roma, Istituto Italiano di Studi Germanici, 2013. M.S.]

Irene Fantappiè

«Le sens et la fonction d’une œuvre étrangère sont déterminés au moins autant par le champ d’accueil que par le champ d’origine»,[1] scrive Bourdieu in un suo saggio sulla circolazione internazionale delle idee. Nel campo letterario italiano del Novecento, pochi casi di transfer confermano quest’affermazione in modo esemplare come quelli legati alla figura di Franco Fortini. Le sue traduzioni da diverse lingue straniere e in particolare dal tedesco – soprattutto quelle celeberrime di Brecht, Enzensberger, Goethe – hanno dato luogo a casi di interferenza imprescindibili se vi vuole comprendere l’evoluzione della letteratura italiana.[2] Per essi l’affermazione di Bourdieu vale in maniera lampante ma, va precisato, in forme di volta in volta assai diverse. Nei transfer operati da Fortini, infatti, il modo in cui il campo letterario d’arrivo determina la funzione dell’opera straniera muta molto – sia qualitativamente che quantitativamente – a seconda del panorama storico-culturale, della traiettoria dell’autore e della collocazione editoriale della traduzione stessa, la quale in pubblicazioni diverse assume diversi significati. Le interferenze generate da Fortini hanno prodotto uno spettro di testi difficilmente raggruppabili sotto un’unica insegna, e parlare di ‘Fortini traduttore’ è utile ai biografi ma, in sede di analisi critica, può anche risultare foriero di fraintendimenti: ha meno senso istituire una correlazione tra la traduzione del Faust e quella di Brecht che mettere quest’ultima a confronto con le poesie di Una volta per sempre; così come la versione fortiniana del Lycidas di Milton ha relativamente poco a che vedere con quella dei racconti di Kafka, mentre è un perfetto pendant di alcune pagine su Sereni raccolte in Nuovi saggi italiani. I testi di Fortini – poesie, saggi, traduzioni – sono, per così dire, passeggiate sui crinali che separano queste tre categorie di testi. Esemplare in questo senso è uno scritto teorico uscito postumo, Lezioni sulla traduzione (2011), che tenta una sintesi tra le sue posizioni di traduttore, critico e poeta; prima di leggerlo al pubblico, a Napoli nel 1989, Fortini – lo testimoniano le registrazioni – esemplificò così quanto stava per fare: «Quando ero ragazzo ho visto una volta una vignetta che rappresentava un pittore che si apprestava a preparare una mostra e che aveva fatto un paesaggio lungo venti metri, una grande veduta, e poi la tagliava a fette – e con ognuna di queste faceva tanti quadri ed una mostra».[3] Continue reading

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