Poesie di Johannes Bobrowski

 Debbie Fleming Caffery, PaPa, 1987 via: utata.org

Davide Racca

Ho cominciato a scrivere nel 1941, lungo le rive del lago Ilmen sul paesaggio russo, ma da straniero, da tedesco. Di qui ne è scaturito un tema che potrebbe suonare così: i tedeschi e l’oriente europeo. Sono infatti cresciuto nella Memel dove polacchi, lituani, russi, tedeschi sono vissuti insieme e, tra loro, gli ebrei. Una lunga storia di sciagura e colpa a carico del mio popolo, dai giorni dell’Ordine Teutonico. Che non si può cancellare ed espiare tuttavia una qualche speranza – e un onesto tentativo.

Sintetizza così il poeta Johannes Bobrowski (Tilsit, 1917 – Berlin-Friedrichshagen, 1965) il nucleo tematico della propria produzione poetica maggiore raccolta nei tre volumi Tempo sarmatico (Sarmatische Zeit, 1961), Terra d’ombre fiumi (Schattenland Ströme, 1962) e nel postumo Segni di tempesta (Wetterzeichen,1966/67). Il termine sarmatico, preso da Claudio Tolomeo, geografo greco del II scolo d.C. (che con Sarmatia indicava la regione a oriente della Germania tra il corso del fiume Vistola e il Volga) acquista in Bobrowski significati di volta in volta mitico-simbolici, culturali, naturali e storici, oltre che biografici. Il poeta, infatti, trascorre la sua infanzia nel territorio dei Prussiani (o Pruzzi) Baltici che corrisponde all’area tra la Vistola e le foci della Memel. Dal ’39 al ’45, come soldato della Wehrmacht, è destinato alla Polonia e alla Russia, dove, alla fine della guerra, sconterà anni di prigionia sotto il comando sovietico fino al ’49.

Proveniente da famiglia di confessione evangelica, il poeta fa parte della Chrstliche Jugend fino al ’33, anno della soppressione della stessa ad opera nazista, e sin dall’infanzia si dedica alla musica, studiando in particolare il clavicembalo e prediligendo la musica di Bach, Buxtehude e Mozart. Dopo aver frequentato il ginnasio a Königsberg, si trasferisce a Berlino dove studia Storia dell’arte senza potersi immatricolare in quanto non iscritto al Partito Nazionalsocialista.

Dopo l’esperienza della prigionia fa ritorno nella Berlino orientale ed è attivo nell’ambito dell’editoria. Nel 1955 appaiono sulla rivista Sinn und Form, diretta dal poeta Peter Huchel, cinque suoi componimenti poetici. Bobrowski rilegge Klopstock e Hölderlin, e il suo linguaggio  riceve  grande attenzione in entrambe le Germanie, con importanti riconoscimenti da Ovest prima (in particolare quello del Gruppo 47, nel 1962), e poi da Est, divenendo membro dell’unione degli scrittori della DDR.

Una scelta significativa delle poesie di Johannes Bobrowski è stata curata da Roberto Fertonani (Poesie di Johannes Bobrowski, Milano 1969).

 

GESTORBENE SPRACHE[1]

Der mit den Flügeln schlägt
draußen, der an die Tür streift,
das ist dein Bruder, du hӧrst ihn.
Laurio
sagt er, Wasser,
ein Bogen, farbenlos, tief.

Der kam herab mit dem Fluß,
um Muschel und Schnecke
treibend, ein Fächergewächs,
im Sand und war grün.

Warne sagt er und wittan,
die Krähe hat keinen Baum,
ich habe Macht, dich zu küssen,
ich wohne in deinem Ohr.

Sag ihm, du willst
ihn nicht hӧren –
er kommt, ein Otter, er kommt
hornissenschwärmig, er schreit,
eine Grille, er wächst mit dem Moor
unter dein Haus, in den Quellen
flüstert er, smordis vernimmst du,
dein Faulbaum wird welken,
morgen stirbt er am Zaun.

LINGUA MORTA[2]

Chi batte con le ali
fuori, chi lambisce la porta,
è tuo fratello, tu lo ascolti.
Laurio
dice lui, acqua,
un arco, incolore, profondo.

Chi discese con il fiume,
che intorno spinge conchiglie
e chiocciole, un vegetale a ventaglio,
nella sabbia ed era verde.

Warne dice lui e wittan,
la cornacchia non ha albero,
io ho potere di baciarti,
io vivo nel tuo orecchio.

Digli che non
vuoi ascoltarlo –
viene, una lontra, viene
come sciame di calabroni, urla,
un grillo, veglia con la palude
sotto la tua dimora, mormora
nelle sorgenti, smordis senti,
avvizzirà la tua frangola,
domani muore sul recinto.

da Tempo sarmatico (Sarmatische Zeit, Stuttgart 1961)

 

IMMER ZU BENENNEN

Immer zu benennen:
den Baum, den Vogel im Flug,
den rӧtlichen Fels, wo der Strom
zieht, grün, und den Fisch
im weißen Rauch, wenn es dunkelt
über die Wälder herab.

Zeichen, Farben, es ist
ein Spiel, ich bin bedenklich,
es mӧchte nicht enden
gerecht.

Und wer lehrt mich,
was ich vergaß: der Steine
Schlaf, den Schlaf
der Vӧgel im Flug, der Bäume
Schlaf, im Dunkel
geht ihre Rede –?

Wär da ein Gott
und im Fleisch,
und kӧnnte mich rufen, ich würd
umhergehn, ich würd
warten ein wenig.

SEMPRE DA NOMINARE

Sempre da nominare:
l’albero, l’uccello in volo,
la rupe rossastra, dove passa
il fiume, verde, e il pesce
nel fumo bianco, quando cala
il buio sui boschi.

Segni, colori, è
un gioco, rifletto,
potrebbe non finire
bene.

E chi mi insegna
cosa dimenticai: sonno
della pietra, il sonno
dell’uccello in volo, sonno
degli alberi, il loro parlare
va nel buio –?

Ci fosse un Dio
e nella carne,
e potesse chiamarmi, io andrei
errante, io mi attarderei
un po’.

da Terra d’ombre fiumi ( Schattenland Ströme, Stuttgart 1962)

 

IM STROM

Mit den Flӧßen hinab
im helleren Grau des fremden
Ufers, einem
Glanz, der zürücktritt, dem Grau
schräger Flächen, aus Spiegeln
beschoß uns das Licht.

Es lag des Täufers Haupt
auf der zerrissenen Schläfe,
in das verschnittene Haar
eine Hand mit bläulichen, losen
Nägeln gekrallt.

Als ich dich liebte, unruhig
dein Herz, die Speise auf schlagendem
Feuer, der Mund, der sich ӧffnete,
offen, der Strom
war ein Regen und flog
mit den Reihern, Blätter
fielen und füllten sein Bett.

Wir beugten uns über erstarrte
Fische, mit Schuppen bekleidet
trat der Grille Gesang
über den Sand, aus den Lauben
des Ufers, wir waren gekommen
einzuschlafen, Niemand
umschritt das Lager, Niemand
lӧschte die Spiegel, Niemand
wird uns wecken
zu unserer Zeit.

NELLA CORRENTE

A valle con le zattere
nel più chiaro grigio della riva
straniera, in uno
splendore che recede, nel grigio
di oblique distese, da specchi
ci colpiva la luce.

Stava la testa del Battista
sulla tempia dilaniata,
fra i capelli tosati
avvinghiata una mano con livide,
unghie sfatte.

Quando ti amavo, inquieto
il tuo cuore, il cibo su fiamma
battente, la bocca, che si apriva,
aperta, la corrente
era pioggia e volava
con gli aironi, cadevano
foglie e gli riempivano il letto.

Ci chinammo su pesci
irrigiditi, rivestito di squame
giungeva il canto del grillo
sopra la sabbia, dal fogliame
della riva, eravamo venuti
per dormire, nessuno
girò intorno al campo, nessuno
spense gli specchi, nessuno
ci desterà
al nostro tempo.

da Segni di tempesta (Wetterzeichen, Berlin 1966/67)


[1] Anmerkung von J. Bobrowski

Das Gedicht verwendet Vokablen der im 18. Jahrhundert ausgestorbenen, nur in Resten erkennbar gebliebenen Sprache der Pruzzen.

[2] Nota di J. Bobrowski

La poesia utilizza vocaboli propri della lingua degli antichi prussiani, estintasi nel XVIII secolo, sopravvissuta solo in alcuni termini.

Nota del traduttore:

Eberhard Haufe nota che tali vocaboli, che Bobrowski attinge da una propria lista manoscritta, sono dal poeta volontariamente deformati. La parola Laurio nell’antica lingua prussiana potrebbe essere Juriay, che si può tradurre con “mare”; Warne potrebbe essere tradotta con Kro, “cornacchia”; Wittan potrebbe essere Witwan, e cioè “salice”; Smordis starebbe per Smorde, che, tradotta, significa “frangola”, in Gesammelte Werke / Johannes Bobrowski / Bd. 5 / Erläuterungen der Gedichte und der Gedichte aus dem Nachlaß (Stuttgart, 1998)

Da Il Segnale, n. 93.

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