Faccia a faccia con Wladimir Kaminer

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Il 9 aprile 2018, Wladimir Kaminer è stato ospite del Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’Università di Pisa, in occasione di un ciclo di incontri con autori del mondo ebraico, organizzato da Serena Grazzini, docente di letteratura tedesca, all’interno di un progetto nazionale promosso da RE.T.E (Rete Toscana Ebraica) in collaborazione con Università degli Studi di Milano, Università di Pisa, CISE, ACIT Pisa e Goethe-Institut Italien e con il patrocinio del Comune di Firenze e del Comune di Pisa.

Dopo l’incontro, presentato da Giovanna Cermelli, Kaminer si è reso disponibile a rilasciare un’intervista condotta dagli studenti Fabio Bassani, Serena Cianciotto, Felicia Di Pilla e Greta Tizian sotto la supervisione e il coordinamento della Dott.ssa Birgit Schneider, lettrice presso l’Università di Pisa. L’intervista è stata trascritta e tradotta con la partecipazione di Roberta Calamita. L’autore ha acconsentito alla pubblicazione dell’intervista in questa forma e in questa sede. La foto è di Danny Frede, ed è tratta da qui.

Wladimir Kaminer è uno dei protagonisti dell’odierna scena letteraria e culturale tedesca, non solo come scrittore ma anche come giornalista, DJ e blogger. Di nazionalità russa, nasce nel 1967 a Mosca da famiglia ebraica; nel 1990 Kaminer si trasferisce nella parte orientale di Berlino, approfittando dello status di rifugiato ebreo, che il governo formatosi dopo la prima elezione libera nella DDR garantiva a tutti gli ebrei sovietici. Dopo i primi travagliati anni a Berlino, Kaminer decide di stabilirsi definitivamente nella capitale con i genitori e la moglie. A partire da questa realtà metropolitana e multiculturale svilupperà la maggior parte della sua produzione. 

Con la moglie Kaminer organizza Russendisko, un ciclo di serate a tema russo nella discoteca Kaffee Burger. Lo stile musicale Russendisko, termine prima usato dai tedeschi in senso dispregiativo, grazie a lui diventa alla moda, tanto da dare il titolo al suo romanzo d’esordio, pubblicato nel 2000.

Kaminer si è distinto per il suo stile particolarmente spigliato, semplice e gioviale. Il pubblico letterario e televisivo rimane affascinato dal marcato accento russo e dalla pungente ironia sulla società tedesca, sull’ambiente globalizzato di Berlino e sull’Unione Sovietica, sua Heimat.

I romanzi di Kaminer sono spesso definiti narrazioni autobiografico-romanzate, poiché riprendono spesso esperienze personali. Partendo da Russendisko e proseguendo con Militärmusik (2001), Kaminer racconta la sua vita di emigrato russo, con pittoreschi aneddoti riguardanti la sua famiglia e i suoi amici conterranei, sullo sfondo del microcosmo multiculturale berlinese, oltre a ricordi della sua esperienza nell’esercito sovietico. Il tipico tono ironico di Kaminer si aguzza, facendosi a tratti satirico, a tratti sarcastico per offrire la fotografia di un’Unione Sovietica dove imperversa il vento di cambiamento della Perestrojka e che pare ormai avviata verso un crollo inesorabile.

Il fermento della vita berlinese si ritrova in Schönhauser Allee (2001) e Ich bin kein Berliner – Ein Reiseführer für faule Touristen (2007). Il primo si concentra sulle personalità singolari e sugli odori di un condominio multiculturale che animano l’omonima via di Prenzlauer Berg, sua Wahlheimat. Ich bin kein Berliner, invece, si presenta come guida turistica, ma relega in appendice le informazioni tecniche, lasciando spazio a brevi racconti e descrizioni che rappresentano in modo umoristico ogni aspetto della vita berlinese. I berlinesi, che parlano dialetto e hanno ancora ben chiara la differenza tra est e ovest, convivono con ogni etnia in un coacervo di mode e usanze vecchie e nuove alla ricerca del divertimento, vero motore dell’economia della città.

Intervista 

Lei dice spesso che non vuole essere inquadrato in categorie etniche, religiose o nazionali. Per esempio, non vuole essere definito come autore ebreo, o russo, o tedesco. Come si sente oggi, nel tenere qui a Pisa una conferenza nell’ambito di un ciclo di seminari con autori del mondo ebraico?

K No, tutto al contrario: mi lascio invitare veramente volentieri in qualità di scrittore ebreo, russo o tedesco. Ho capito da molto tempo che non ha senso combattere tutti i cliché. Sono vere pietre miliari, di cui le persone necessitano e che scelgono intorno a loro, per comportarsi sempre nella stessa maniera. Al contrario, bisogna creare ancor più cliché, in modo da non avere solo due, tre pietre, bensì una montagna di possibilità fra cui scegliere. È per iniziare il dialogo con le persone che rispondo a tutti i nomi, vado in giro in qualità di autore ebreo, russo, tedesco. Rispondo a domande ora sulla politica, ora sul calcio…

Non sono interessato ai presupposti del dialogo, bensì a cosa, a chi vi è coinvolto, questo mi interessa.

Ho una gatta, una gatta molto intelligente, ma per far capire la differenza, una differenza nel modo di concepire la vita: la mia gatta non risponde ad alcun nome, però capisce tutti i nomi.

Lei potrebbe essere definito una personalità poliedrica e multiforme: è uno scrittore, un DJ, un giornalista, un blogger, anche un rilascia-interviste di professione. Questa poliedricità come influenza i suoi libri e il suo processo di scrittura?

K Per me è un po’ imbarazzante ammetterlo… che non so ancora come nasce una buona storia. So come le storie si mettono su carta, come si elaborano, in modo che si adattino bene anche alla lettura ad alta voce. So anche che cosa appartiene a una buona storia, ma dove la trovo, non lo so. È come quando si cercano i funghi nel bosco: si può essere un buon cercatore di funghi e non trovare comunque nessun fungo. Questo è quasi nelle mani di Dio, cioè non influenzabile, perciò l’unica cosa che ho imparato in tanti anni di queste attività poliedriche è che si deve cercare dappertutto, ci si deve saper chinare, guardare sotto ogni albero; le migliori storie vengono sempre fuori da una comunicazione, da un discorso. Se non avessi fondato Russendisko, non avrei molte delle mie storie, così come se non viaggiassi continuamente. Sì, ci sono quegli autori come Proust, che per tutta la loro vita, penso, non hanno mai lasciato il loro appartamento, ma sono storie diverse quelle che nascono in quella situazione, non vorrei fare a cambio. Proust per esempio, può essere noioso, ma ha scritto lettere alla sua vicina del piano di sopra, dicendo che faceva troppo rumore; penso che abbia scritto più lettere a questa vicina che libri, perché lei lo disturbava, del tipo “sa come sono malato e…”. Credo che questo scambio epistolare con la vicina fosse anche una sorta di comunicazione e che abbia fortemente influenzato la sua attività creativa.

Nei libri Militärmusik e Ich bin kein Berliner si trovano anche poesie scritte da Lei e presentate falsamente come opere di Majakovskij, e Lei afferma che fece lo stesso a scuola e il suo insegnante non se ne accorse. Per Lei è stato un allenamento? Le piacerebbe diventare anche un poeta?

K Eccome! Un tempo ho avuto anche l’idea di fondare un gruppo rap. Mio figlio va matto per questa musica rap, che io però trovo fin troppo veloce, come del resto anche la sua generazione: lui parla anche moto velocemente. Volevo una band rap per persone un po’ più mature, con testi lenti, dove ogni parola è pronunciata piano due volte, ma penso mi manchi il talento per farlo. Ciò che riesco a fare è da una poesia crearne un’altra, ma non sono ancora pronto a comporne di mie.

Abbiamo appena parlato del suo blog. Lei è infatti molto attivo su internet, soprattutto sui social network, e lo stile di scrittura che ritroviamo nei Suoi libri ricorda molto lo stile del blog. Vorrei chiederLe che influenza hanno, secondo Lei, le nuove tecnologie sui suoi romanzi e, più in generale, sulla letteratura contemporanea.

K – Essere attivo sui social network non è stata una scelta volontaria. È andata così: il mio editore spesso mi chiamava dicendomi: “Dimmi un po’, hai davvero scritto questo? Non ci posso credere!”. Ci sono sempre nuovi account su Facebook che appaiono col mio nome e qualcuno, ad esempio, scrive post contro le case editrici o esprime posizioni politiche radicali. Ciò si poteva combattere solo se il vero Kaminer avesse aperto un account, cosicché si potesse dimostrare che gli altri non erano autorizzati a farlo. Quando non si agisce personalmente, lo fanno gli altri prima di te.

Quindi sono stato costretto a creare questo blog e la mia pagina Facebook. A ciò devo però aggiungere che i russi, i miei connazionali lo usano in modo ben diverso rispetto alle altre nazioni di questo mondo: gli altri paesi usano Facebook per mostrare ai loro amici che cosa hanno mangiato a colazione, mentre in Russia c’è l’intera vita politica. Qui politologi, poeti e pensatori scrivono quello che pensano del regime, perché altrimenti non avrebbero altra possibilità di esporsi sui media tradizionali, per non parlare della TV. Dunque, ho pensato di usare questa piattaforma per dare ai tedeschi, ai miei lettori, uno scorcio della vita politica in Russia.

In veste di blogger si esprime anche criticamente o sarcasticamente sulla situazione politica e sociale. Viene criticato per questo?

K Sennò che gusto ci sarebbe! Ma certo che mi criticano! Sorprendentemente, ripeto sempre che i russi mi traducono, e mi traducono su Facebook! Di solito i russi della Russia traducono pochi articoli politici esteri. C’è in rete una piattaforma, Inopressa, dove vengono tradotti pezzi scelti da giornali francesi, tedeschi e inglesi. Traducono poco per ovvi motivi, perché non sono interessati a quello che gli altri pensano di loro: “Che ce ne frega a noi russi di quello che i tedeschi scrivono! Loro non capiscono cosa succede qui”.

Scrivo una piccola colonna ogni settimana per la RND, il Redaktionelles Netzwerk Deutschlands, è una storia molto singolare, io l’ho del tutto sottovalutata, questa colonna. È un network che fornisce articoli a dozzine di giornali. Non ho mai ricevuto per un articolo giornalistico così tanto feedback come per questa piccola colonna, perché le persone la leggono nei loro paesini. Sono milioni a leggere questi giornali e, quando scrivo qualcosa di male su Putin, ho sempre almeno due o tre pensionati della Germania orientale che mi distruggono: “Come può rappresentare così male questo eccellente uomo di Stato, noi in Germania possiamo solo sognarcelo…”. E allora cerco anche, in forma di scambio epistolare, di aprire gli occhi a queste persone che sono forse finite su una cattiva strada. Le trovo molto interessanti.

Ha avuto dei problemi per il suo essere politicamente scorretto anche sul piano sociale? Penso, per esempio, all’immagine che ha postato sul blog, dove c’è la foto di una giovane donna molto poco vestita che nel cesto davanti a sé ha delle prugne; si vedono queste prugne, allo stesso tempo lo sguardo cade sulla profonda scollatura della ragazza, e sotto all’immagine c’è scritto “qualcuno sa di quale varietà di prugne si tratta?”

K – Quattrocento, quattrocento commenti! È incredibile! Le persone non si interessano per niente del destino del mondo, della prossima guerra mondiale, dei pericoli che ci minacciano, ma per una varietà di prugne non hanno trovato pace, mi hanno scritto per giorni e giorni commentando quest’immagine. È del tutto assurdo!

Suppongo che di questi tempi un’immagine del genere sul Suo blog non venga accolta favorevolmente, visto l’emergere del movimento #MeToo. C’è un articolo di Jens Jessen sull’ultimo Die Zeit sul tema “L’uomo minacciato”. Il giornalista afferma che gli uomini sono sottoposti a una vera e propria caccia alle streghe e che l’uomo, non importa cosa fa, dice, sente o pensa, è sbagliato solo perché è un uomo, perché appartiene al sesso sbagliato. Lei cosa ne pensa?

K Credo che gli uomini che sono infastiditi dal dibattito #MeToo non capiscono di cosa si tratti.

No, il problema è che non sono infastiditi! Il giornalista dice che qualunque cosa dicano non viene comunque accettata dalle donne.

K Beh, io dico che tuttavia ho sentito un paio di voci maschili ragionevoli. Secondo me, gli uomini che vedono in questo dibattito solo un’esagerazione delle circostanze e una discriminazione degli uomini avrebbero fatto bene a parlare un po’ con le loro mogli, le loro figlie se ne hanno le loro madri, allora saprebbero di che cosa si tratta veramente. Perché anche la maggior parte di coloro che non commetterebbero alcuna molestia non sa assolutamente nulla di come ciò venga percepito dall’altro sesso. Per fortuna ho una figlia che studia le questioni di genere all’università e che è completamente immersa in queste tematiche femministe. Mi può dare sempre delle informazioni.

Perciò non ci vedo nulla di grave se gli uomini vengono presi a pesci in faccia: può far loro solo del bene.

Continuando a parlare di politica, ho letto un intervento interessante sul Suo blog riguardante Berlusconi e le elezioni italiane; forse conosce già i risultati. Qui in Italia, come anche in Francia e in Austria, si registra una crescente tendenza verso i partiti di destra, che riscuotono sempre maggior successo. Cosa ne pensa Lei, c’è forse un legame fra l’insufficiente politica sui migranti e tale tendenza, oppure no?

K Sì, ho scritto che probabilmente Berlusconi e Putin hanno lo stesso chirurgo. Berlusconi è molto più in forma ora di vent’anni fa, probabilmente è stato lui a consigliare questo medico al collega russo, ma il chirurgo ha lavorato diversamente: Berlusconi non riesce a stare serio, ride sempre, mentre il russo non è capace di ridere! Quindi, la forma è la stessa, ma l’espressione è completamente diversa. Conoscerei volentieri questo chirurgo, perché credo che ci sia un messaggio cifrato rivolto all’umanità dietro a questi volti che crea.

Ma com’era la domanda, scusi?

La domanda era sul prevalere dei partiti di destra, che riscuotono sempre maggior successo.

La politica non è la luce nel buio, che conduce fuori dal vicolo cieco; piuttosto, la politica in uno stato democratico gioca il ruolo della tazza del water, per così dire, dove viene depositato il cattivo, l’inutile. Ciò è molto importante, affinché le persone non se ne vadano in giro a tagliarsi la testa a vicenda, sennò diventerebbe una politica fallimentare, ma vadano a votare. E votano strane persone che poi siedono in Parlamento e chiacchierano e si mettono a nudo. E poi la Germania è diventata molto più vivace in questo Parlamento da quando partecipa la AfD… Anche i discorsi (in Parlamento), credo, per molto tempo non interessavano più ai tedeschi. Adesso a una seduta si può sempre assistere, cosa che per molto tempo nessuno ha potuto fare. Ora abbiamo nuovamente milioni di registrazioni, con un click puoi dare un’occhiata a come i politici si sfogano, quasi come se rilasciassero del vapore.

Alle elezioni in Ungheria c’erano in ballo due questioni: il muro con la Serbia, quel muro lungo 200 km, e il partito di Soros, che non esiste affatto; ma lui (Orbán) aveva insinuato che ci fosse un partito di Soros. Bene, il partito di Soros era forse una bufala. Questo muro però non l’ha pagato l’Europa, e l’Ungheria è un paese molto piccolo! In Ungheria abitano meno di 10 milioni di persone! E tutti costoro hanno dovuto pagare la metà del costo di un muro che fra dieci anni dovrà essere nuovamente abbattuto, quando la Serbia entrerà nell’UE. È un grande spreco, ovviamente.

L’America forse può permettersi Trump. Ma quanti Orbán e Berlusconi possa permettersi l’Europa, questo non lo so. In ogni caso, è una cosa da chiedersi.

Passiamo a un altro argomento: in Ich bin kein Berliner è chiaro che per i berlinesi la differenza tra Est e Ovest è ancora evidente, che Lei, per esempio, va ancora dal barbiere solo nell’Est, e così via. Ma quando si va a Berlino non si percepisce per niente il confine, non si capisce se si è nell’Est o nell’Ovest, quindi perché Lei lo ha così accentuato nell’opera? Il confine è ancora così importante per i berlinesi?

K Allora, intanto ho gravi problemi con il barbiere, anche nell’Est. Di recente ho pensato “vado dal barbiere”… dov’era, ve lo faccio vedere (tira fuori il cellulare), è così incredibile. Era nel profondo Est, Zwickau, lui era come se fosse appena scappato dalla Siria cinque minuti prima, con una barba così (mima una barba lunga). Quindi, la differenza tra Est e Ovest c’è ancora: in campagna, soprattutto a Brandeburgo, dove abbiamo una casa, lì le persone sono più serie su certi argomenti. In ogni caso, penso che la Germania sia comunque un Paese pieno di differenze. Sono un autore che viaggia per fare letture, sono sempre in viaggio. Visito centocinquanta città tedesche all’anno e il più grande pubblico ce l’ho proprio in quelle regioni che sono… come si dice? Luoghi complicati, capito?

Zone socialmente problematiche?

K Socialmente problematiche, esatto, la stampa ne parla spesso: la Sassonia. In Sassonia posso fare una lettura tutti i giorni, è sempre tutto esaurito, nel piccolo villaggio… è sempre strapieno, loro sono gente molto empatica, anche quando vengono presi in giro dagli altri. La Sassonia, e anche la Svevia dell’Ovest, sono le mie capitali letterarie.

In quanto studenti di lingua tedesca, ci colpisce il suo ottimo tedesco e come Lei sia riuscito a impararlo bene, ma notiamo che il suo accento è ancora molto marcato…

K Per questo dicono che io abbia solo un livello C1…

Quindi Lei non può o non vuole perdere il suo accento?

K Ma sì, infatti sarebbe innaturale se un russo parlasse tedesco senza accento, quasi come una chirurgia plastica, in stile Apollo-Berlusconi. Questo è anche… ma no, non potrei mai!

Potremmo considerarlo il suo segno di riconoscimento?

K – Vorrei che le persone me lo facessero notare continuamente. Sa cos’è interessante? I tedeschi raramente o quasi mai mi chiedono cose del tipo “Qual è il problema con il tuo accento? È voluto o naturale?”, invece i russi, i russi sì che si preoccupano davvero. Dopo ogni lettura in Germania, alcuni russi vengono da me e dicono: “Amico, devi fare qualcosa! Così non si può, hai un accento russo terribile!”, invece quelli in Russia affermano che anche nella mia lingua ho uno strano accento… probabilmente vivo da troppo tempo in Germania. Sì, parlo russo con un accento. Ritengo che oggi ci troviamo in una fase in cui è impossibile parlare le lingue senza accenti.

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