Il vizio dell’esterofilia. Vent’anni di studi sulla storia delle traduzioni in Italia

Questo pezzo è uscito sull’Indice dei libri del mese di aprile 2020.

Michele Sisto

Le traduzioni, si sa, sono un oggetto sfuggente, privo di cittadinanza o, che è lo stesso, con doppia o plurima cittadinanza nei tradizionali domini disciplinari. Tanto più notevole è dunque lo sviluppo che hanno conosciuto ultimamente gli studi sulla storia delle traduzioni in Italia, dovuto proprio al concorso di diverse discipline, dalla storia all’anglistica e all’italianistica. A partire dai primi anni duemila le indagini di Ruth Ben-Ghiat, Mario Rubino, Valerio Ferme, Edoardo Esposito, Francesca Billiani e Guido Bonsaver hanno dissodato un campo ancora in gran parte inesplorato, concentrandosi in particolare sul ventennio fascista. Nel 2010 Chris Rundle tirava le fila di questa prima stagione con due volumi, Publishing Translations in Fascist Italy, che indaga il discorso sulle traduzioni sotto il regime mussoliniano,e Translation under Fascism, che confronta il caso italiano con quelli della Germania di Hitler, della Spagna di Franco e del Portogallo di Salazar. Il primo di questi due volumi appare ora, aggiornato e ampliato, in traduzione italiana, col titolo Il vizio dell’esterofilia.

Che la sua uscita coincida con quella di numerosi altri studi non è un caso: negli ultimi dieci anni le indagini si sono allargate e differenziate, anche grazie all’impulso di nuovi studiosi e istituzioni. Oltre alla Fondazione Mondadori di Milano, punto di riferimento irrinunciabile, vanno ricordati almeno la rivista Tradurre. Pratiche teorie strumenti fondata nel 2011, il progetto LTit – Letteratura tradotta in Italia avviato nel 2013, e alcune iniziative promosse dallo stesso Rundle che fanno da anello di trasmissione fra la ricerca italiana e quella internazionale. Curatore del Routledge Handbook of Translation History in uscita quest’anno, co-curatore del Routledge Handbook of the History of Translation Studies e del volume Translation under Communism (Palgrave), entrambi in corso di pubblicazione, Rundle ha recentemente avviato il network History and Translation, che promuove gli studi all’intersezione fra storia e traduzione.

Il vizio dell’esterofilia è dunque un buon punto di partenza per fare un rapido bilancio degli sviluppi più recenti di questo filone di studi, che ha tra i principali meriti quello di correggere un certo manicheismo nel descrivere i rapporti fra politica e traduzioni nel ventennio fascista: nel discorso pubblico il luogo comune di un’autarchia culturale che avrebbe isolato l’Italia dal mondo convive ancora, infatti, con la celebrazione del mito pavesiano del “decennio delle traduzioni”. O l’una o l’altra: durante il fascismo si traduceva o no? Più o meno di prima? E quanto, rispetto agli altri paesi? L’interesse di Rundle si concentra su questo punto, accertando il numero effettivo delle traduzioni, che diventa tema di dibattito politico da quando nel 1932 la Società delle nazioni comincia a diffondere i dati dell’Index Translationum. Gli schieramenti sono sostanzialmente tre: alcuni scrittori italiani che si sentono minacciati dalla concorrenza dei colleghi stranieri e premono per imporre quote annuali alle traduzioni e controllarne politicamente la selezione; alcuni editori per i quali le traduzioni costituiscono invece una rilevante fetta di mercato e che recalcitrano a ogni forma di limitazione o controllo; e infine il governo che, vittima della propria retorica nazionalistica, finisce per applicare anche alla letteratura la logica commerciale per cui le importazioni non possono superare le esportazioni: l’Italia non deve diventare «tributaria» di altre culture ma «irradiare» la propria nel mondo. Sulla base di dati statistici e ricerche d’archivio Rundle ripercorre lo sviluppo di questa discussione e le sue ricadute sulla strutturazione di un apparato di censura capillare, facendo chiarezza su almeno tre punti fondamentali.

Il primo: negli anni ’30 l’Italia è il paese che traduce di più al mondo. Nel 1933, l’anno del picco di produzione, escono 1.295 traduzioni, contro le 641 della Francia e le 536 della Germania. Il fenomeno più vistoso di questo periodo non è dunque che le traduzioni vengano impedite o censurate ma, al contrario, che vengano prodotte in una misura che non ha precedenti (circa il doppio rispetto alle 582 del 1926). Per spiegare questo eccezionale incremento gli studiosi hanno chiamato in causa diversi fattori (l’allargamento della platea dei lettori, il protagonismo di una nuova generazione di editori, il minor costo dei diritti d’autore per gli autori stranieri), ma due recenti volumi curati da Anna Ferrando permettono adesso di fare un passo ulteriore, addentrandosi nelle strutture di un sistema editoriale che si andava rapidamente modernizzando: le agenzie letterarie e le collane. Cacciatori di libri è il primo studio organico su un’agenzia letteraria, l’ALI di Augusto e Luciano Foà, che dal 1898 e in maniera crescente dagli anni ’30 si ritaglia un ruolo centrale nella mediazione dei dritti d’autore fra case editrici straniere e italiane (grazie non da ultimo all’intraprendenza di figure femminili oggi dimenticate, come la consulente letteraria Alessandra Scalero), spesso stimolando la pubblicazione di nuovi autori o generi letterari; Stranieri all’ombra del duce – brutto titolo a effetto sotto cui sono raccolti gli atti del bel convegno Milano capitale transnazionale del libro tra le due guerre (Milano, 17-19 ottobre 2017), una sorta di foto di gruppo degli studiosi menzionati in questo articolo – prende invece in esame gli effettivi produttori delle traduzioni, editori come Gian Dàuli, Bompiani e Mondadori, che hanno un interesse specifico nell’incrementarne il numero perché stanno avviando, in serrata concorrenza tra loro, numerose nuove collane, da ‘Scrittori di tutto il mondo’ a ‘Medusa’: la principale novità del volume è proprio nella centralità assegnata a questi progetti allo stesso tempo culturali ed economici, che richiedono di essere costantemente alimentati di nuove traduzioni.

Secondo punto: almeno fino al 1938 il regime fascista non è particolarmente interessato a controllare le traduzioni, che tratta alla stregua di qualunque altro libro pubblicato. Se da una parte induce presto gli editori all’autocensura con provvedimenti isolati che definiscono ciò che non può essere pubblicato (espressioni di antifascismo, scene di suicidio o di aborto), dall’altra organizza i suoi apparati censori piuttosto lentamente, cercando di non ledere gli interessi economici degli editori, che in cambio gli garantiscono, con poche eccezioni, il loro sostegno. Solo con le leggi razziali del ’38 si arriva alla strutturazione di un rigido sistema di censura preventiva, ulteriormente inasprito dal 1940 con l’entrata in guerra. La ricostruzione di Giorgio Fabre, che in Il censore e l’editore mette in rilievo il protagonismo di Mussolini nell’esercizio della censura e la determinazione di Mondadori nel difendere lo spazio d’azione della sua casa, conferma la periodizzazione proposta da Rundle: agli appena 8 casi di censura registrati fra il 1929 e il ’33, ne seguono 16 fra il ’34 e il ’37, e ben 177 fra il ’38 e il ’43. Rispetto al boom delle traduzioni la censura è dunque un fenomeno secondario, relativamente tardivo e circoscritto nel tempo.

Terzo punto: contrariamente alla vulgata affermatasi nel dopoguerra, la letteratura angloamericana non è più censurata delle altre. All’atto pratico, osserva Rundle, «la lingua o cultura originale delle traduzioni costituirono molto raramente un problema». Salvo negli anni 1941-43, un autore veniva censurato non perché americano o russo, ma perché comunista o ebreo, o per aver scritto cose sgradite al regime. Perfino il noto caso dell’antologia Americana di Vittorini, di solito visto come un esempio di censura antiamericana, può essere considerato un «esempio di come il ministero della Cultura popolare arrivasse a permettere la pubblicazione di opere che disapprovava per motivi politici, purché presentate in modo adatto». Quest’ultima considerazione apre a quell’insieme di questioni che Il vizio dell’esterofilia lascia volutamente a margine e che i Translation Studies definiscono, con termine neutro, “manipolazione”: come si traduce? come si presenta al pubblico una traduzione? E qui sarebbero molte le ricerche da citare, p. es. alcune recenti su Wagner e su Brecht (v. sotto).

Al di là del periodo storico su cui si soffermano, l’effetto più interessante di questi studi è che nel loro insieme producono una nuova consapevolezza del ruolo delle traduzioni nel nostro sistema letterario. Consapevolezza che ha ricadute anche sull’editoria, come mostra la nuova edizione mondadoriana della trilogia U.S.A. di Dos Passos riproposta nelle traduzioni degli anni ’30 di Cesare Pavese e Glauco Cambon: non per risparmiare sui costi, ma perché se ne riconosce l’importanza storica, valorizzata da un bel saggio di Sara Sullam. Un’operazione, questa, che è da auspicare sia replicata il più spesso possibile.

Michele Sisto

Pier Carlo Bontempelli, Oreste Bossini (a cura di), «Abbasso il tango e Parsifal!». Wagner in Italia 1914-1945, Roma, Istituto Italiano di Studi Germanici, 2019

Raffaella Di Tizio, L’opera dello straccione di Vito Pandolfi e il mito di Brecht nell’Italia fascista, Roma, Aracne, 2018

John Dos Passos, U.S.A. La trilogia, a cura di Cinzia Scarpino e Sara Sullam, Milano, Mondadori, 2019

Giorgio Fabre, L’editore e il censore. Mussolini, i libri, Mondadori, Milano, Fondazione Mondadori, 2018

Anna Ferrando, Cacciatori di libri. Gli agenti letterari durante il fascismo, Milano, Franco Angeli, 2019

Anna Ferrando (a cura di), Stranieri all’ombra del duce. Le traduzioni durante il fascismo, Milano, Franco Angeli, 2019

Christopher Rundle, Publishing Translations in Fascist Italy, Oxford, Peter Lang, 2010

Christopher Rundle, Il vizio dell’esterofilia. Editoria e traduzioni nell’Italia fascista, Roma, Carocci, 2019

Christopher Rundle, Kate Sturge (a cura di), Translation under Fascism, Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2010

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