Arthur Schnitzler, La signorina Else

Number_12_PollockLuana Petrella

Sorrisi e riverenze in saluti accompagnati dall’ossessione dell’apparenza e da appellativi il cui uso mancato non annuncia nulla di buono. «Stupida ricercatezza», quella di pronunciare la parola dinner, ma guai se non si infila un po’ di francese tra una domanda e una risposta. Sono contatti  la cui ipocrisia esalta incomunicabilità e solitudine. Gli schizzi di ironia e perspicacia che irrompono nelle lacune di questo groviglio asfissiante costituiscono il flusso di coscienza che, oltre a essere il punto di vista principale del racconto, trasporta la protagonista di questa tragedia sociale oltre le apparenze, i gesti e le scelte che servono solo a darsi un tono: al di sopra della gretta borghesia di cui, nolente, è figlia, Else si lascia abbracciare dai due veri sensi della vita, il sesso caldo e rossiccio e la morte nera e confortante.

«Si deve provar tutto, anche l’hashish. […] Immagino si abbiano delle magnifiche visioni», pensa come consolazione dai dolori del ciclo. Basta l’unione tra l’allucinazione della droga e la carnalità delle mestruazioni ad allontanare Else dalla mollezza di carattere dei «poveri cristi» che le «fanno tutti pena», ospiti, come lei, del Frattazza, un albergo a San Martino di Castrozza, dove sta trascorrendo una vacanza insieme alla zia e al cugino Paul, che di mestiere fa il ginecologo e dal quale lei, non a caso, è attratta. La breve cronaca dell’intimità di cui ci rende partecipi è brama della sessualità che Paul saprebbe farle esplorare, ma alla piacevole immersione nel suo flusso di coscienza si contrappone, bruscamente, la lettera della madre: prima ancora di riceverla, Else sa che non annuncia buone notizie – «Perché vado così piano? Avrò mica paura della lettera della mamma? Certo, non ci sarà scritto niente di piacevole.» –, ma il suo contenuto le offre l’occasione per salvarsi.

Il padre si è impossessato di somme appartenenti a minori di cui è tutore e per evitare l’arresto deve essere recapitata al dottor Fiala quella che la madre considera «una somma relativamente irrisoria», ossia trentamila fiorini, che poi aumenteranno a cinquantamila. Else deve chiedere il denaro a un conoscente della famiglia che soggiorna al Frattazza, il signor von Dorsday, il quale non rifiuterebbe di aiutarla, visto che per lei «ha sempre avuto un debole». La madre non esita a legittimare il sessismo che soffoca la personalità di una qualsiasi donna borghese, condannata ad accumulare capitale simbolico e a ridursi a oggetto – «Oddio, perché mai non ho denaro? Perché non ho ancora guadagnato nulla? Perché non ho imparato niente? Oh, qualcosa ho imparato! Chi può dire che non ho imparato niente? Suono il pianoforte, so parlare il francese, l’inglese e anche un po’ d’italiano, ho frequentato delle lezioni di storia dell’arte. Ah, ah! E se pure avessi imparato qualcosa di più intelligente, come potrebbe essermi di aiuto? In nessun modo avrei messo da parte trentamila fiorini».

Else si distingue per la consapevolezza di essere una vittima, tanto della sua posizione sociale  quanto del rischio che corre con Dorsday, quindi indossa un abito nero e scollato, dalla simbologia funebre ed erotica, e va alla ricerca del torturatore al quale deve sottomettersi. Ma prima si oppone alla trasformazione in oggetto sessuale, sguainando l’orgoglio contro l’unico uomo col quale si abbandonerebbe, Paul: il breve dialogo tra lei e il cugino è una scena dalla forte carica sensuale, potrebbe trascinarlo via dalla hall e fare l’amore con lui. Invece decide di farsi guidare dal suo flusso di coscienza, oltre l’approccio di Paul e verso Dorsday, perché Else deve affrontare il pericolo più grande.

L’invito della madre ad assecondare l’interesse che Dorsday ha per lei si rivela come l’inquietante anticipazione del mercanteggiamento lussurioso, carico di maschilismo, nel quale muta la richiesta del prestito: il dottor Fiala riceverà trentamila fiorini, a patto che Dorsday possa, per un quarto d’ora, contemplare Else nuda: d’altronde lui è «solo un uomo» e lei «è così bella». Else non protesta, se non mediante il flusso di coscienza in un turbinio di disgusto, disperazione e sarcasmo – «A quel signore lì sul limite del bosco piaccio moltissimo. ”Oh, caro signore, nuda sono ancora più bella e costo una cifra irrisoria: trentamila fiorini. Forse può portare qualche suo amico e allora le costerei ancor meno”»: ironizzare sulla sua condizione le permette di rimanere padrona di sé stessa, nella diversità che non la fa confondere con lo squallore che la circonda. Ma il margine della coscienza, dove si può sorridere o piangere per la propria vita, è invaso dalla dimensione onirica, che le rivela la soluzione: sogna il giorno del suo funerale.

Il suicidio la libera non solo dalla trappola che Dorsday le tende, ma anche dalla vera interferenza – non Paul – che disturba la sua realtà: l’«esistenza borghese» per la quale, fortunatamente, non è portata e che rende talmente insulse le persone che la vivono da farle augurare l’estinzione della sua famiglia. Else preferisce la morte all’impossibilità di plasmare la sua passionalità sulle frivolezze borghesi, motivo della fugace debolezza che la assale in punto di morte – «Voglio ancora scalare molte montagne. Voglio ancora ballare. Voglio sposarmi. Voglio ancora viaggiare». Else, però, non esce di scena senza dare uno spettacolo più interessante della vita: prima di bere il Veronal, che crea un’atmosfera mortuaria dall’inizio del racconto, si reca nella sala da gioco e si spoglia del cappotto, mostrando la sua nudità a Dorsday… e al resto degli ospiti. Coraggio, sovversione e provocazione amalgamati in un gesto che ha lo scopo di suscitare lo scandalo della, e non nella, borghesia e di materializzare quelle che fino a questo momento erano solo fantasie erotiche.

Gli scandali sono minaccia e testimonianza dell’impeccabilità di cui i borghesi credono di essere dotati, ma gli scudi di perbenismo e ossequiosità scoprono ancora di più l’imperfezione che determina la loro umanità, un’umanità temuta e rifiutata nella riduzione a crisi isterica del gesto di Else. È soprattutto la sessualità contenuta nell’atto di mostrarsi nuda al di fuori dell’intimità col singolo a suscitare terrore e impotenza. Else vuole rivendicare un sesso per nulla scontato, quasi sacralizzato dal suo aspetto esclusivamente introspettivo: affermando «Io, la vergine, oso» si pone al di sopra di chi, avendo ripetutamente consumato il sesso, ha dimenticato quanto sia prezioso e vitale. Vuole rivendicare anche la centralità dello strumento indispensabile per poterlo praticare, il corpo: Dorsday non è riuscito a ottenere tutta per sé la nudità di Else, perché è padrona delle sue membra e può rimanere tale solo se, concedendosi, piuttosto che donarle o addirittura venderle, spersonalizzandole della sua volontà, le condivide, anche senza rispettare vincoli monogamici, perché lei è «una sfacciata, non una prostituta».

Il sesso è evocato anche nel triangolo composto da Paul e Cissy: si baciano in presenza di Else, che giace nuda sotto le coperte. La coscienza, vigile soprattutto nella finzione dello svenimento, trionfa dinanzi alla prova del rapporto clandestino tra il cugino e la signora Cissy, sua rivale in amore e in perspicacia, avendo percepito tanto la gelosia di Else quanto il fatto che non sia priva di sensi. Come se non avesse aspettato altro che questa conferma, avendo ancora una volta ragione, Else lascia fluire in sé la linfa letale del Veronal.

Suicidandosi, conferma il possesso della sua persona ed è questa appartenenza a sé stessa a rendere Else un inno. Un inno alla vita, da condurre nella caparbietà di seguire gli istinti e di ribellarsi ai dettami che non provengono dal proprio cuore. Un inno al sesso, da vivere fino all’ultimo lembo di carne non ancora assaporato, nella libertà dalle pastoie sociali di fidanzamenti e matrimoni e nella possibilità di scegliere tra tanti chi combacia col proprio essere, accettando tutte le compatibilità possibili e sfidando il moralismo. Un inno al corpo, l’unica cosa che possediamo della nostra vita e della quale possiamo disporre come vogliamo.

Luana Petrella

LasignorinaElse_copertina

Arthur Schnitzler, La signorina Else, edizione italiana e tedesca, introduzione e traduzione di Maurizio Basili, Roma, Portaparole, Maudit, 2013, 228 pp.

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