Clemens Meyer, Eravamo dei grandissimi

Meyer

Luana Petrella

Furti di automobili, ma anche di alcolici, cibo e riviste porno, pestaggi e messa in mostra di tatuaggi per farsi rispettare come i componenti delle bande avversarie, testimonianza del labile confine tra rivalità e omologazione. Fugaci scintille di trasgressione che fanno brillare una giovane generazione spezzata, come l’Est in cui vivono, nel quale non riescono ad attecchire le radici dell’appartenenza. Non le inchioda nemmeno lo sbattere dei corpi a ritmo di techno e strobo nell’Eastside e così, prima ancora che il Muro venga abbattuto, è l’Est a cadere, sotterrando sogni, e anche primi amori: aprendo la serie delle perdite di Daniel, Katja si trasferisce con la famiglia nell’Ovest, seduttore grazie a un benessere che, a Germania riunificata, stordisce l’altra metà del Paese.

Non possiamo non provare tristezza per l’eccitazione che trapela dalla voce di Mark nel parlare con Daniel di un semplice microonde, e siamo ancora più tristi quando i due, come in una gara a chi ce l’ha più grosso, si contendono la Vittoria Della Marca Migliore tra Siemens e Grundig. In realtà non c’è marchio che tenga nel vortice del consumismo, tutto travolge la popolazione dell’Est in un progresso che la riscatta dal comunismo spersonalizzante, diventando più allettante di altro, anche del sesso: sfogliano delle riviste porno solo a performance conclusa del microonde, il cui risultato è «una fetta di pane molle», e neanche il piccolo viaggio al centro di curve e nudità riesce a imporsi contro quella scatola, resa inquietante dall’occhio di bue della fissazione di Mark: rubano dal supermercato due pizze e l’ulteriore tentativo di familiarizzare con le «radiazioni» si riduce a una pizza molle, come la fetta di pane-cavia della prima prova. Tradizionalismo e rivolta ormonale della pubertà garantiscono il lieto fine di questo episodio: Dani e Mark infornano la seconda e continuano a sfogliare le riviste.

Questa breve avventura nella modernità dagli esiti disastrosi rivela come l’Ovest sia stato ridotto a un mito, sfatato al momento della caduta del Muro di Berlino, la quale ha permesso la diffusione di tendenze distruttive che estendono il degrado del singolo a un’intera nazione: «Aiuto! Morte in Germania!», grida una donna dalla finestra per poter essere salvata dalla violenza del marito alcolizzato. La fetta orientale del Paese è devastata da beni di consumo più pericolosi – e più attraenti – di un microonde, che risucchiano affetti e complici necessari per continuare a ribellarsi contro un Est che ha tradito Daniel e i suoi amici, dove persino nella comunicazione si presenta la difficoltà nell’adeguarsi alla cultura post-riunificazione: Rico non comprende il «cazzo di inglese» del cronista di un match di pugilato.

Non bastano le fiamme dei loro spiriti a illuminare il buio che li circonda, «i colori» proiettati da una pasticca sono più forti, ma sbiadiscono subito: tutto si consuma nell’illusione di assumere droga come carburante giusto per continuare ad ardere e ci si ritrova totalmente estinti e immersi in un buio più nero, sceso per via di una promessa non mantenuta: «Sei fuori, io con l’ero!», queste le ultime, labili parole di Mark a Daniel prima di perdersi, per non tornare più, nella ricerca di altri colori e altri sballi. Se lo stroncamento delle vite è triste, altrettanto triste e disgustosa è la loro commercializzazione, che disvela la natura di bene di consumo della droga e provoca, come la morte, delle perdite: Dani rompe l’amicizia con Pitbull per aver venduto l’eroina a Mark.

Quando la vita si riduce a merce, diventano mercanzia i suoi stili e il corpo che la contiene. Al Kremer Chaussee, il primo bordello aperto a Lipsia dopo la caduta del Muro, lo vende Estrellita, colei che Daniel assorbirebbe nell’amplesso dell’innamoramento, tenero e ingenuo, e non in quello vorace e lucroso della prostituzione. Lei lo rifiuta nel primo, lui la rifiuta nel secondo e Dani non può che perderla, sconfitto da un sesso che, paradossalmente, separa corpi e preclude scambi di affetto.

Ammettono di essere «dei grandissimi» mentre rimpiccioliscono sempre di più in un marasma che frantuma le persone e le relazioni, ma anche la lucidità indispensabile nel lottare con le armi di un teppismo per niente fine a sé stesso. Daniel, Mark, Rico e gli altri inneggiano alla Leipziger Premium Pilsner Brauerei e alla squadra di calcio Chemie tra un furto e una pestata, a discapito dello spirito civico – «Ma cosa vuol dire Stasi?». Altrettanto logico, seppure squallido, è il vandalismo degli skinhead, praticato con lo scopo di rivendicare la politica nazifascista per la quale provano nostalgia. A contrastarli ci sono i punk, le «zecche», il cui anticonformismo pulsa anche dai margini della città. Cambiano i modi di combattere e i motivi della rabbia, ma l’intenzione è comune: riconquistare Lipsia e l’Est, prima crepato dal socialismo collettivista, poi rotto dal consumismo capitalista occidentale. Si oppongono alle istituzioni, vengono arrestati e, una volta scarcerati, ritornano in città, sul loro campo di battaglia, ancora più agguerriti, per accaparrarsi un futuro che, però, non esiste. Non riescono a crearlo sulle voragini dell’Est infranto nelle quali, invece, precipitano inesorabilmente.

Tranne Dani. Da solo, resta a barcollare al centro del campo, per poi abbandonarlo una volta trovato l’equilibrio della rassegnazione per aver perso la lotta, non per aver perso gli affetti. Mentre guarda dalla finestra Rico allontanarsi sulla volante della polizia, ce lo immaginiamo come il ragazzo in copertina: le labbra serrate in una linea di rabbia e di dispiacere, lo sguardo aguzzo un po’ per il sole, un po’ per agganciare a sé l’ultimo residuo di un Est amato e sofferto. L’uncino dei suoi occhi è ormai debole, Rico scivola via dalla sua visuale e dalla sua vita, perché il furore è sopito e l’unico fuoco acceso è il rosso dei suoi capelli. Eppure qualcosa rimane della loro grandezza: il coraggio di aver osato e di essersi spinti fino al limite, ridestando l’Est, vulcano dormiente la cui lava di fughe, corse d’auto, grida, alcol e sesso ha almeno minacciato, a ragione, le falsità del perbenismo sociale e le inibizioni dei dettami istituzionali.

Luana Petrella

Clemens Meyer, Eravamo dei grandissimi, traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero, Rovereto, Keller, Passi, 2016, 608 pp.

This entry was posted in Luana Petrella, Recensioni and tagged , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *