Günter Grass (1927-2015)

[Oggi è morto Günter Grass. Attraverso di lui, incappando un giorno nella copertina tutta bianca della traduzione italiana di Ein weites Feld (È una lunga storia), spaesante romanzo storico postmoderno che ha per protagonista un Theodor Fontane redivivo, ho scoperto la letteratura contemporanea e mi sono convertito alla letteratura tedesca, dedicandogli poi la tesi di laurea. Anni dopo sono tornato a fare i conti con lui e con la sua poetica nell’articolo Le vie degli scrittori dopo l’89: Günter Grass e Christa Wolf e in una recensione al volume Günter Grass: un tedesco contro l’oblio di Giulio Schiavoni (Carocci, 2011), uscita sull’Osservatorio critico della germanistica (n. 36). Rileggendola ora, mi accorgo che avevo scelto la morte, come tema centrale e punto di fuga. La ripubblico qui. L’immagine è sgranata, lo so, ma mi piace così. M.S.]

Michele Sisto

Per circa trent’anni il profilo di Günter Grass tracciato da Giulio Schiavoni, e apparso per i tipi della Nuova Italia nel 1980 nella benemerita serie mensile Il Castoro, è stato il testo di riferimento per i lettori italiani in cerca di una sintesi ragionata e ben informata sulla vita e l’opera dello scrittore di Danzica. E con buone ragioni, perché quel volumetto quadrato, in cui l’analisi dei testi grassiani, condotta sulla base di una meticolosa bibliografia, culminava nelle ampie, avvincenti letture del Tamburo di latta e del Rombo, era davvero bello: fin dalla copertina, ornata dai plastici objects trouvées di Mario Mariotti. Probabilmente anche per questo, nonostante il passare degli anni e la crescente statura dell’autore, la concorrenza è stata esigua, e nemmeno veramente tale, poiché non si muoveva sul piano dell’alta divulgazione bensì su quello della critica testuale, con gli studi monografici di Cesare Giacobazzi sulla trilogia di Danzica (1993) e su Il mio secolo (2006), gli atti del convegno internazionale organizzato da Roberto Bertozzi nel 2002 e infine con il bel volume curato da Maurizio Pirro nel 2006, Ex oriente picaro: l’opera di Günter Grass, nel quale quattordici giovani germanisti si avvicendano nel passare in rassegna le principali opere dello scrittore.

Ora il volume di Schiavoni ritorna in libreria, aggiornatissimo: se infatti i primi sette capitoli, dalle origini danzichiane dell’autore fino al Rombo, riprendono senza sostanziali novità il testo del 1980, i tre nuovi approntati per questa edizione conducono la disamina dell’opera di Grass fino al recente volume autobiografico Le parole dei Grimm (2010).

La chiave interpretativa privilegiata da Schiavoni si annuncia già dal sottotitolo, Un tedesco contro l’oblio, nel quale risuona quello di una recente monografia di Thomas Serrier (Günter Grass. Tambour battant contre l’oubli) e prima ancora il titolo di un famoso discorso dello scrittore (Schreiben gegen die verstreichende Zeit): «Grass – si legge nell’introduzione – è, soprattutto, un pervicace e persino ossessivo difensore e assertore del ‘dovere della memoria’ (per dirla con Primo Levi)».

Data questa impostazione, l’analisi si concentra prevalentemente sul serrato dialogo che lungo tutta la sua carriera lo scrittore di Danzica ha intrattenuto con la storia tedesca, passata e in fieri. Osservata su un arco di ormai sessant’anni, la pervicacia di cui Grass ha dato prova nel fornire un’elaborazione letteraria delle questioni di volta in volta all’ordine del giorno nell’agenda culturale del suo paese appare stupefacente e davvero «ossessiva». Pressoché tutte le principali opere grassiane possono essere lette come interventi problematizzanti in un dibattito pubblico in corso o, nei casi più eclatanti, da lui stesso innescato: la rimozione del passato nazista e le ambiguità dell’era adenaueriana nella trilogia di Danzica (1959-1963), il velleitarismo dei movimenti antiautoritari in Anestesia locale (1969), la politica di lento riformismo della socialdemocrazia in Dal diario di una lumaca (1972), l’emancipazione femminile nel Rombo (1977), la funzione sociale degli scrittori e della letteratura nell’Incontro di Telgte (1979), il calo demografico della popolazione europea in Parti mentali (1980), la possibilità di una catastrofe ecologica e/o nucleare nella Ratta (1986), la sperequazione tra il nord e il sud del mondo in Mostrare la lingua (1988), la distruzione dei boschi a causa delle piogge acide in Legno senza vita (1990), la colonizzazione capitalistica dell’est europeo nel Richiamo dell’ululone (1992), la riunificazione tedesca in È una lunga storia (1995), il tabù delle vittime tedesche della guerra e le sue conseguenze nel Passo del gambero (2002), l’intera storia del Novecento nel Mio secolo (1998). A ogni sussulto della storia e della coscienza collettiva tedesca Grass non fa mancare la sua reazione, il suo commento, la sua provocazione, meritando in certa misura la definizione di «scrittore versipelle e onnipervasivo» (p. 160).

Nonostante l’ammirazione per questa lotta contro l’oblio e per la sisifea fatica di far fronte al ruolo, cercato e subito, di ‘istituzione letteraria’ del proprio paese, non è a questo Grass fin troppo responsabile e monolitico che sembra andare la simpatia di Schiavoni, bensì al Grass anarchico, imprevedibile e inquietante. Alle opere più ‘impegnate’, come La Ratta o È una lunga storia, preferisce quelle in cui emerge più prorompente l’esuberanza del ribelle, sia esso il giovane Grass del Tamburo di latta (con la sua «dissacrazione di ogni istituzione e di ogni forma di potere, sia politico che economico, militare e religioso»), il maturo amante del sesso femminile nel Rombo («che si inserisce nel filone della migliore produzione grassiana, quello favolistico e antiepico») o l’anziano autore di bilanci retrospettivi quali Il mio secolo («senz’altro tra i libri che merita portare con sé nel nuovo millennio»). Si scorge, in filigrana, un Grass più vitale e affascinante del coscienzioso maestro di storia e del generoso avvocato dei vinti e dei dimenticati.

Lo si scorge, soprattutto, nei primi capitoli, che restano tra i più stimolanti del volume, nei quali Schiavoni tratteggia gli elementi costitutivi dell’universo estetico dello scrittore interrogandosi sull’origine di quella che definisce la «sostanziale inconciliabilità di Grass con il reale». Qui viene messo in rilievo il fondamentale dissidio tra una percezione della storia come «mera accozzaglia di ideologie e futile fiducia in un cieco progresso» da una parte e, dall’altra, un’istintiva e festosa adesione al vivente nella sua nuda materialità, che si manifesta nella «predilezione per il sottomondo viscerale, vaginale e puberale, per le forme repellenti o viscide (ad esempio le anguille, la lingua […], la fallofilia prompente)». L’ubi consistam di Grass, sembra suggerire Schiavoni, la postazione dislocata da cui guarda al mondo degli uomini potendone comprendere tutta l’assurdità, non va cercato in alto ma in basso, non nei cieli (hegeliani) dello spirito ma nelle profondità (sensiste) della materia, non nel principio maschile (paterno, apollineo) ma in quello femminile (materno, dionisiaco), o ancora, nei termini usati da Oskar Matzerath, non tanto in Goethe quanto in Rasputin.

Nonostante la sua educazione religiosa (cattolica), peraltro mai disconosciuta, non è dal trascendente che scaturisce il radicale umanesimo dello scrittore, bensì dall’immanente: un umanesimo che ha il suo fulcro non nella testa ma nei piedi e nel corpo intero. La poetica che ne deriva, fin dalle prime prove, è in sostanza quella di uno straniamento «dal basso», per cui in ciascuna opera il mondo viene rappresentato attraverso un punto di vista di volta in volta diverso ma sempre eccentrico (e in quanto tale comunemente percepito come illegittimo): quello di bambole, spaventapasseri, funghi, vermi, polli e degli altri innumerevoli oggetti e creature che costellano le prime raccolte poetiche, quello dei topi di Acqua alta, del “nano” Oskar, e poi di cani e gatti, rombi e ratte, lumache, ululoni e gamberi; né il meccanismo è diverso quando lo sguardo adottato è quello di un gruppo di scrittori barocchi che si incontrano a Telgte per discutere di letteratura tra i clamori della guerra dei Trent’anni, o quello del vecchio Fontane che torna a passeggiare per le strade della Berlino riunificata. Dietro i maestri dichiarati Grimmelshausen, Büchner e Döblin sembrano far capolino, a vegliare sulla nascita nel nuovo scrittore, i caposcuola dell’ostranenie e della Verfremdung, Tolstoj e Brecht, dei quali Grass certo rifiuta le ‘ricette’ salvifiche (il cristianesimo, il comunismo) ma conserva l’avversione all’ordine presente e l’aspirazione a un mondo in cui der Mensch dem Menschen ein Helfer ist.

Allo stesso modo, dietro l’orizzonte della storia, si affaccia un altro orizzonte, più vasto, come Schiavoni segnala nelle ultime pagine traducendo uno splendido brano da Le parole dei Grimm, del quale non si possono qui citare che poche righe: «A questo punto – scrive Grass – sento che la morte mi si fa invadente. No, Jacob, amico mio, non sto pensando alla morte in generale: penso alla mia, penso a quel punto finale che occorre tener presente dopo tutte le frasi, corte o lunghe». La morte, la propria morte, i propri morti. Torna alla mente uno dei molti incipit del Tamburo di latta (qui nella nuova traduzione di Bruna Bianchi): «Comincio assai prima di me – dichiara Oskar –; difatti nessuno dovrebbe trascrivere la sua vita se non ha pazienza, prima di datare la propria biografia, di commemorare almeno metà dei suoi nonni». In uno scritto degli anni ’70, ricorda Schiavoni, Grass dichiara che la morte della madre, nel 1954, ha fatto emergere in lui la determinazione a «dimostrarle» qualcosa di valido scrivendo il suo primo romanzo. Ma torniamo alle Parole dei Grimm:

La morte di milioni di persone assassinate, la morte per fame che ogni giorno si ripete nei paesi del Terzo Mondo e che anno dopo anno miete milioni di vittime, la morte di massa statisticamente registrata mi riempie di vergogna, mi indigna ma resta comunque lontana, mentre la lenta agonia di mia madre non vuole arrestarsi, come se la sua morte fosse avvenuta solo ieri.

«Per chi si scrive? Si scrive per i morti», ha scritto Paolo Nori nel suo romanzo più ‘impegnato’, Noi la farem vendetta. Una frase, credo, che dice qualcosa sul nesso tra l’impegno ‘politico’ di uno scrittore e le motivazioni più profonde, ‘abissali’ della sua scrittura. Anche la scrittura di Grass, si direbbe, non risponde in ultima istanza a un’assunzione di responsabilità nei confronti della nazione o alla necessità storica di elaborare un senso di colpa (quanto inutile clamore intorno alla sua giovanile adesione alle Waffen-SS!), bensì all’ostinazione a tenere in vita coloro che non lo sono più, a parlare con loro e a volte, persino, a farli intervenire nelle questioni del presente: da nonna Koljaiczek, Jan Bronski, il giocattolaio Markus e il trombettista Meyn fino a Jacob e Wilhelm Grimm passando per la proiezione ‘fantascientifica’ di un se stesso già defunto nella Ratta e per l’evocazione del collega romanziere Theodor Fontane, che in È una lunga storia è chiamato a guardare alla nuova riunificazione tedesca con gli occhi di chi nel 1870-71 ha assistito alla prima. Un’ostinazione, questa di Grass, che ha a che fare meno con la storia che con la condizione umana, e per questo è tutt’altro che responsabile, ragionevole, politica; irragionevole e impolitica, anzi, e potenzialmente asociale, amorale, perfino distruttiva: una «ribalda insofferenza» al presente e alla realtà, che dà ragione a Schiavoni quando osserva come «larga parte del fascino che il Tamburo di latta continua tuttora a esercitare risieda proprio in questa prospettiva scettica, disincantata, distaccata e persino disperata (fra atea e nihilistica) che è sottesa a tutte le sue pagine».

Ma è in questa ostinazione che, al di là dell’immagine un po’ compassata che si è imposta dell’ormai anziano e sempre discusso Premio Nobel, va ricercata la capacità di resistere al tempo di questo grande scrittore, che il Gruppo 47 premiò all’istante dopo aver ascoltato, dal suo primo romanzo, quel capitolo Fede Speranza Carità che si concludeva così:

C’era una volta un musicista, si chiamava Meyn e sapeva suonare stupendamente la tromba.
C’era una volta un giocattolaio, si chiamava Markus e vendeva tamburi di latta laccati in biancorosso.
C’era una volta un musicista, si chiamava Meyn e aveva quattro gatti di cui uno si chiamava Bismarck.
C’era una volta un tamburino su latta, si chiamava Oskar e dipendeva dal giocattolaio.
C’era una volta un musicista, si chiamava Meyn e massacrò i suoi quattro gatti con l’attizzatoio.
C’era una volta un orologiaio, si chiamava Laubschad ed era membro della società per la protezione degli animali.
C’era una volta un tamburino di latta, si chiamava Oskar e gli tolsero il suo giocattolaio.
C’era una volta un giocattolaio, si chiamava Markus e portò via con sé tutti i giocattoli di questo mondo.
C’era una volta un musicista, si chiamava Markus e se non è morto oggi è ancor vivo e suona daccapo stupendamente la tromba.

Michele Sisto

Giulio Schiavoni, Günter Grass. Un tedesco contro l’oblio, Roma, Carocci, 2011, 206 p.

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