La nascita del principio della democrazia parlamentare nel progetto della Paulskirchenverfassung del 1848

[Pubblichamo il testo rielaborato – e finora inedito – della relazione tenuta da Fabrizio Cambi il 24 marzo 2011 all’Associazione Culturale “Antonio Rosmini” di Trento per il ciclo “Risorgimento e Costituzioni in Europa”. M.S.]

Fabrizio Cambi

Rispetto all’Italia la Repubblica Federale di Germania dovrà attendere il 2021 per celebrare il centocinquantesimo anniversario della sua unificazione, coronamento di un lungo percorso costellato di snodi e strappi storici e politici che, dopo la caduta del Muro nel 1989, ha portato all’attuale assetto costituzionale. È singolare e al tempo stesso illuminante osservare quanto la distanza temporale si riduca, rivelandosi per certi aspetti quasi irrilevante, nel risalire a quella vicenda straordinaria che fu la Frankfurter Nationalversammlung del maggio 1848, prodromo e viatico di un lungo e tormentato processo che avrebbe condotto all’unificazione tedesca nel 1871, ma soprattutto ancora punto di riferimento ideale e liberale nel 1949. L’unicità dell’Assemblea nazionale di Francoforte è attestata fra l’altro dal fatto che in questo caso anche l’attiva partecipazione a questo evento di figure di letterati e di scrittori di primo piano, e non solo di costituzionalisti, giuristi e storici del diritto, contribuisce a spiegare il grande progetto di costruzione e applicazione della Paulskirchenverfassung, basata per la prima volta sul principio della democrazia parlamentare.

Il fallimento di quel progetto avvenuto dopo pochi mesi fu attribuito, con evidente tono spregiativo, proprio anche al cosiddetto Professorenparlament, a un parlamento fortemente rappresentato da esponenti della cultura, considerati velleitari se non addirittura impreparati, al punto da dar origine al detto poco gratificante: “Con 300 avvocati, patria tu sarai tradita; con 300 professori, patria tu sarai perduta”. Il giudizio negativo sul Parlamento di Francoforte ha pesato per molto tempo e solo in epoca recente è stato ampiamente rivalutato e la sua costituzione per certi versi è ormai considerata esemplarmente anticipatrice della costituzione weimariana del 1919 e del Grundgesetz, la costituzione della Repubblica Federale di Germania del 1949, e riproposta immutata nel 1990, dopo la caduta del Muro.

Del resto l’Assemblea Nazionale di Francoforte tenta di rispondere per la prima volta alla grande questione “Was ist Deutschland?”, che cos’è e di quali parti si compone la Germania. Non è un caso che nel primo giorno dei lavori, quel venerdì pomeriggio del 19 maggio 1848, prese la parola il deputato del distretto di Solingen in Renania Ernst Moritz Arndt (1769-1860), settantanovenne, notissimo lirico, patriota e democratico, ma anche nazionalista e antisemita, autore del famoso canto Was ist des Deutschen Vaterland?[1] scritto nel 1813 in piena guerra di liberazione antinapoleonica e musicato nel 1825 da Gustav Reichardt. “Che io sia qua, un vecchio al di là ormai del limite in cui si può ancora agire, discende dal sentimento, nel momento in cui sono entrato, della buona, antica coscienza tedesca di cui porto la consapevolezza”[2]. La reazione a queste parole è di accalorato riconoscimento e un oratore lo ringrazia a nome del Parlamento nascente e soprattutto “a nome della nazione” per il canto Che cos’è la patria tedesca? che “ci ha entusiasmato nel tempo dell’oppressione e ci ha riuniti”.

Il progetto dell’Assemblea nazionale del 1848 segna l’apice di un processo di ideologizzazione caratterizzato da una pluralità di impostazioni e posizioni che traggono la loro origine nell’epoca romantico-idealistica del primo Ottocento in cui si impone impetuosamente per la prima volta l’assunzione patriottico-nazionalistica di un’identità tedesca nelle guerre di liberazione antinapoleoniche. Il superamento dell’estetica e della sensibilità romantiche a partire dagli anni Trenta, riflesso di trasformazioni economico-sociali che, a seguito della rivoluzione industriale in atto in particolare in Inghilterra, è determinato da una graduale e crescente visione realistica della realtà tedesca anacronisticamente arretrata. Il movimento della “Giovane Germania”, pur nella sua eterogeneità e azione circoscritta, intende rovesciare la canonica prospettiva ideologica condensata nella celebre undicesima tesi marxiana su Feuerbach, secondo cui i filosofi finora si sono limitati a interpretare la realtà, mentre è arrivato il momento di trasformarla. Contrariamente quindi alla convinzione generale, suffragata dallo stesso Nietzsche, secondo cui l’Ottocento tedesco è un secolo cupo e umbratile, mentre il Novecento si contraddistingue come il secolo delle ideologie, causa delle due guerre mondiali, l’elaborazione di grandi sistemi ideologico-politici fra loro conflittuali è da fa risalire proprio al secolo XIX.

Ma come si arriva alla Dieta Federale del maggio 1848 e in che misura il 1848 può essere definito anche un Risorgimento tedesco? Prima di addentrarci nelle complesse dinamiche politico-costituzionali fra il marzo e il maggio 1848 è necessario richiamare molto sommariamente l’assetto geopolitico scaturito dal Congresso di Vienna che sulla base della rigida riaffermazione del principio del legittimismo monarchico e dell’unione indissolubile del trono e dell’Altare ripristina con la cosiddetta Restaurazione l’ancien regime. Per la Germania fu una seconda Westfalia e il suo nuovo assetto dopo le guerre napoleoniche, che rimase immutato fino al 1866, era dato dalla sua suddivisione in 39 stati territoriali, a fronte delle 234 unità statali definite nel 1648, a conclusione della guerra dei Trent’anni. Gli stati territoriali furono riuniti in una statica, inerziale Confederazione Germanica (Deutscher Bund), con sede a Francoforte sul Meno, presieduta dall’Imperatore d’Austria che non assunse però di nuovo il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero, tenuto dal 1437 al 1806. Del Bund facevano quindi parte l’Austria, cinque regni (Prussia che ritornava ai confini del 1792, Sassonia, ridimensionata per punirla per la sua fedeltà a Napoleone, Baviera, che inglobava il Palatinato, il Württemberg e Hannover, dominio personale fino al 1866 del re d’Inghilterra, più 28 fra granducati, ducati e principati e le 4 città libere anseatiche, le città libere di Brema, Lubecca, Kiel e Amburgo. I rappresentanti del Bund formavano il Bundestag. Il collante, per così dire, della politica unitaria della Restaurazione era assicurata dalla Santa Alleanza, trattato proposto da Alessandro I di Russia.

Nel periodo della Restaurazione sopravvive, anzi si alimenta lo spirito nazionalistico che aveva animato le guerre di liberazione antinapoleoniche. Ne sono espressione le Deutsche Burschenschaften, i movimenti studenteschi patriottici che hanno alcuni momenti di densa concentrazione politico-simbolica come la grande festa della Wartburg (1817), l’uccisione nel 1819 da parte dello studente Karl Ludwig Sand del famoso drammaturgo August Friedrich Ferdinand von Kotzebue, provocando le decisioni di Karlsbad con l’introduzione della censura preventiva che determina forti limitazioni della libertà, la festa di Hambach (1832) in cui è presente la borghesia insoddisfatta che addirittura acclama Ludwig Börne, il grande patriota libertario, la diffusione della “Giovane Germania”, il grande scalpore dato dalla privazione della cattedra universitaria nel 1837 dei “sette di Gottinga”, professori universitari fra cui il fisico Eduard Weber, lo storico della letteratura Georg Gottfried Gervinus, l’orientalista Friedrich Christoph Dahlmann e soprattutto i fratelli Grimm, Jacob e Wilhelm, quest’ultimo futuro asse portante dell’Assemblea nazionale di Francoforte, perché protestavano contro l’abolizione della costituzione di Hannover; la brutale repressione nel 1844 da parte delle truppe prussiane della sollevazione dei tessitori slesiani affamati. Ne è intensa testimonianza la potente ballata Die Weber, composta da Heinrich Heine e pubblicata su “Vorwärts” di Karl Marx.

Il 1848 è alle porte. La rivoluzione di marzo, scoppiata a Parigi e poi a Berlino, si estende a Vienna, costringendo Metternich alla fuga, dove secondo Marx fallì per la mancata adesione della piccola borghesia degli artigiani alla sollevazione degli studenti e degli operai. Del resto il 1848 è l’anno dell’ascesa al trono di Francesco Giuseppe che resterà in carica per 69 anni fino al crollo dell’Impero. Interessante è mettere a confronto quel che accade in Germania e in Italia, in particolare nel Lombardo-Veneto, nei primi giorni di marzo per misurare la distanza, la profonda differenza di aspirazioni dei due Risorgimenti. Il 17 marzo una dimostrazione popolare a Venezia induce le autorità imperiali alla concessione di una Guardia civica, il giorno dopo a Milano ha inizio una violenta lotta armata contro il presidio austriaco, ancora comandato dal vecchio maresciallo Radetzky che dichiara: “Non cento, ma mille sono le barricate che chiudono le vie. (…) Il popolo è preso da fanatismo, giovani e vecchi, donne e fanciulli combattono contro i nostri soldati”. Sono le note Cinque giornate di Milano guidate dal repubblicano Carlo Cattaneo. Radetzky decide di abbandonare Milano per rifugiarsi nel Quadrilatero di Mantova, Peschiera, Verona e Legnago.

In Germania, invece, più dei fatti rivoluzionari sono importanti i riflessi costituzionali. Il 5 marzo si riuniscono a Heidelberg politici dell’opposizione e singoli deputati del Bundestag per discutere dei diritti dei cittadini, dell’introduzione di governi liberali, ma soprattutto della creazione di uno stato nazionale tedesco, garantito da una costituzione e da una rappresentanza popolare. Si decide la creazione di un Vorparlament che, riunitosi fra il 31 marzo e il 3 aprile, avrebbe dovuto preparare l’assemblea nazionale costituente. Le modalità di elezione dei deputati della Dieta Federale furono regolate in modo autonomo e quindi eterogeneo nei vari stati della Confederazione. Diversificata era anche la composizione dell’elettorato passivo limitato di solito soltanto agli uomini e determinato in base al censo.

Il Parlamento che si riunì il 18 maggio si componeva di 809 deputati e rappresentava in gran parte una borghesia di elevato livello di istruzione e culturale. Il 95 % aveva conseguito la maturità, più di ¾ aveva compiuto studi universitari, di cui la metà in ambito giuridico. Moltissimi erano stati o erano ancora membri di una Burschenschaft. 436 deputati erano alti funzionari dello stato: fra questi 49 docenti universitari, 110 giudici e avvocati, 115 dirigenti dell’amministrazione. Fra i docenti universitari, oltre ai giuristi, c’erano storici e germanisti. Ricordo ancora Ernst Moritz Arndt, Johann Gustav Droysen, Friedrich Theodor Vischer, Georg Waitz. 149 deputati erano medici, giornalisti, religiosi o politici come Alexander von Soiron, Wilhelm Emmanuel von Ketteler. Imprenditori e industriali, banchieri erano solo 60; fra questi l’editore liberale Friedrich Daniel Bassermann, fondatore della “Deutsche Zeitung” che ci dà anche la cronaca dei fatti del marzo 1848. Pochi erano gli artigiani, che erano per lo più democratico-radicali, e i proprietari terrieri. Numerosi erano invece gli scrittori: Anastasius Grün (1808-1876), pseudonimo di Anton Alexander, conte di Auersperg, noto esponente della poesia politica austriaca in senso liberale, Ludwig Uhland (1787-1862), poeta della scuola sveva tardo-romantica, giurista, professore di Lingua e Letteratura tedesca all’università di Tubinga, eletto come deputato nel distretto di Rottenburg am Neckar con il 90% di voti, Heinrich Laube (1806-1884), scrittore, drammaturgo e direttore di teatro, Victor Scheffel (1826-1886) (nobilitato nel 1876), poeta, narratore, esponente del Biedermeier, autore fra i più letti nel Reich guglielmino, Jakob Philipp Fallmerayer (1790-1861), orientalista e pubblicista e Carl Christian Sigismund Bernhardi (1789-1874).

Il ’48 tedesco, che per così dire si declinava nella Dieta Federale, aveva un’anima duplice, liberale e nazionale; intendeva cioè realizzare le libertà costituzionali nei confronti dei regnanti, ma anche un’unità nazionale. Nel suo discorso di apertura, il 19 maggio, il Presidente Heinrich von Gagern indicava infatti fra i compiti principali dell’Assemblea Nazionale la promulgazione di una costituzione per la Germania e l’unità tedesca. La Reichsverfassung fu elaborata in 230 sedute, con 26 commissioni ed emanata il 28 dicembre. Dopo un caotico inizio i deputati, che non occupavano posti secondo una collocazione politico-ideologica, si riunirono in frazioni o clubs:

  • Die demokratische Linke, che copriva un arco politico dai radicali ai moderati della sinistra. I loro obiettivi erano la Repubblica e l’eliminazione dei privilegi, monopolio dell’esercito, del clero, della nobiltà terriera e della burocrazia;
  • Die liberale Mitte, una sorta di centro-sinistra che mirava alla sovranità popolare e ai diritti del Parlamento, con particolare attenzione alle libertà individuali;
  • Die konservative Rechte, che era la componente più forte. Ne facevano parte molti professori e aveva al suo interno una corrente liberale.

Poiché l’Assemblea nazionale non era un’emanazione del deutscher Bund, non solo mancavano fondamentali organi costituzionali, ma anche una legittimazione giuridica. In più occorre rilevare che è vero che con l’evento della Dieta Federale si compie il processo di costituzionalizzazione formale dei 39 stati della Confederazione germanica, ma ciò avviene in un quadro giuridico-concettuale ancora confuso come dimostra la giuspubblicistica di quel periodo per quanto riguarda la separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Il “Reichsgesetz betreffend die Grundrechte des deutschen Volkes” ha il suo fulcro nell’enunciazione di un catalogo di diritti fondamentali. In realtà il problema tedesco si concentrò sempre più nei termini pragmatici di puro nazionalismo. Si è spesso rilevato che, mentre volontari italiani combattevano in Polonia, Ungheria, Boemia, e volontari polacchi, ungheresi e boemi in Italia, non risultano volontari tedeschi in eserciti non tedeschi. D’altra parte nel corso delle settimane prende sempre più corpo e spazio il tema dell’unità nazionale della Germania anche a seguito dell’annosa vertenza riesplosa in quei mesi a proposito dello Schleswig, regione contesa con la Danimarca. Problematica e insolubile si trascinava la questione relativa alla definizione dei confini della Germania quando grandi territori degli stati più forti e rappresentativi della Confederazione, l’Austria e la Prussia, si trovavano ben al di fuori degli storici perimetri tedeschi, si pensi alla Boemia e alla Moravia.

Si profilano quindi due opzioni: la soluzione piccolo-tedesca di una Germania guidata dalla Prussia con l’esclusione dell’Impero austriaco per evitare di assorbire la pluralità di popolazioni non tedesche e la soluzione grande-tedesca, appoggiata anche dalla sinistra radicale, che avrebbe dovuto comprendere “la terra tedesca dell’Austria” per condurre “una guerra sacra della cultura occidentale contro la barbarie orientale”. Il rifiuto del presidente dei ministri Schwarzenberg di smembrare l’impero, pochi giorni prima del passaggio di consegne fra l’imperatore Ferdinando I e Francesco Giuseppe, portò l’Assemblea a optare per la variante piccolo-tedesca.

Di grande rilievo giuridico e civile risultano i primi articoli della Costituzione che rappresentano il corpus dei diritti fondamentali del popolo tedesco alla cui definizione e approvazione fu data la precedenza nella convinzione che su questo si sarebbe raggiunta un’ampia convergenza. Come sottolineò il 3 luglio lo storico del diritto Georg Beseler (1809-1888), si trattava di abbattere i principi giuridici del vecchio stato di polizia per “fondare lo stato di diritto anche in Germania”. L’art. 1 regola i diritti civili e il diritto di scelta della residenza (par. 3: “Ogni tedesco ha il diritto di scegliere il luogo di dimora e di residenza in qualsiasi luogo dell’impero”). Nell’articolo 2, di fondamentale importanza, si stabiliscono l’uguaglianza del cittadino davanti alla legge, l’abolizione dei privilegi in base al ceto sociale di appartenenza, l’accesso per tutti alle cariche pubbliche, il servizio militare obbligatorio per tutti, la libertà individuale e la tutela dagli arresti arbitrari, l’inviolabilità del domicilio, il segreto epistolare e il diritto di esprimere liberamente la propria opinione.

Ecco il testo nella mia traduzione: “Davanti alla legge non valgono le differenze sociali. La nobiltà è abolita come classe. Tutti i privilegi di classe sono aboliti. I tedeschi sono uguali davanti alla legge. Tutti i titoli, nel caso in cui non sono collegati a una carica, sono aboliti e non potranno essere reintrodotti”. Leggo anche il paragrafo 3 dell’articolo 3: “La pena di morte, fatta eccezione per quanto prescritto dal diritto di guerra, così come la pena della gogna, della marcatura a fuoco e la punizione corporale, sono abolite”.

Possiamo intuire che le discussioni più complesse e animate riguardassero l’abolizione della nobiltà come classe, anche per la presenza fra l’altro di non pochi nobili nell’Assemblea. Nell’Assemblea plenaria del primo agosto la sinistra chiese di integrare la formulazione proposta dalla commissione “Non devono sussistere i privilegi di classe” con la frase: “Tutti i privilegi di classe e la nobiltà sono aboliti”, estendendo la cancellazione agli ordini e ai titoli nobiliari. Questo scatenò un lungo dibattito anche di carattere storico sulla funzione della nobiltà nel corso dei secoli. Così il giurista Heinrich Ahrens (1808-1874), liberale di sinistra, spiegò: “Il principio dell’eguaglianza davanti alla legge è una componente essenziale del nuovo ordinamento del diritto, è l’acquisizione positiva che la Francia ha conseguito dopo lunghe tempeste intestine e nell’ebbro sentimento per la libertà e l’eguaglianza (…) quest’opera di bene per il diritto deve essere concessa anche ai tedeschi”. Il principe Felix von Lichnowsky (1814-1848), deputato eletto nel distretto slesiano di Ratibor, ardente sostenitore della destra, oratore di enorme talento, massacrato il 18 settembre durante i disordini insurrezionali a Francoforte, poteva facilmente ribattere che “la rivoluzione francese nel 1792 non si era accontentata di cancellare i titoli nobiliari, ma aveva anche tagliato le teste di chi li deteneva”. Era una chiara risposta anche a Robert Blum (1807-1848), il più radicale sostenitore del repubblicanesimo, del distretto di Lipsia, giustiziato in ottobre per aver partecipato ai moti rivoluzionari a Vienna.

Occorre tuttavia precisare che nessun deputato, anche fra i democratici, con l’affermazione dai più condivisa che “poveri e ricchi devono essere uguali davanti alla legge” mirava a “quella rozza uguaglianza materialista e comunista che cancella tutte le distinzioni naturali nelle capacità fisiche e intellettuali”. Nessuno, proponendo l’abolizione della nobiltà come stato si allineava alle posizioni di Marx ed Engels, enunciate nel Manifesto del partito comunista che era uscito nel gennaio 1848. Si poneva fra l’altro anche la questione del mantenimento dei titoli nobiliari la cui discussione palesava anche nostalgia storica. Ad esempio l’editore Carl Gustav Schwetschke (1804-1881) di Halle intervenne dicendo: “Se fossi un discendente di un Ulrich von Hutten o di un Götz von Berlichingen o di altri che con i loro nomi nobiliari risplendono nel cielo della storia tedesca, in tutta serietà non tollererei di vedermi sminuito questo nome”. E il grande germanista Jacob Grimm, confermando così l’alto livello del dibattito, dopo aver usato l’immagine poetica “La nobiltà è un fiore che ha perso il suo profumo, forse anche il suo colore”, ricordava appunto la fioritura della nobiltà nel Medioevo, quando la maggior parte dei poeti tedeschi, come Wolfram von Eschenbach, erano nobili. Ma i tempi erano cambiati: “Il più grande uomo tedesco che ci ha procurato la libertà della fede, Lutero, era di modeste condizioni sociali e così è stato nei secoli seguenti”. Aggiungeva che era stata una sorta di rapina perpetrata ai danni della borghesia che ai nomi di Goethe e di Schiller si fosse appiccicato un ‘von’.

Sta di fatto che in prima votazione il 2 agosto l’abolizione della nobiltà come classe viene respinta con 282 voti a 167. In seconda lettura, iniziata il 6 dicembre e conclusa con la votazione il 20 dicembre, fu approvata con 225 voti contro 211. I tempi erano infatti cambiati anche a seguito della decisione presa nel frattempo in senso affermativo dal Reichstag austriaco e dall’Assemblea nazionale prussiana. Se la costituzione del 1848 fosse stata applicata, i rapporti sociali in Germania avrebbero avuto un corso decisamente diverso. Se ne rese conto il giovane prussiano, signore terriero, Otto Eduard Leopold von Bismarck (nato nel 1815, conte dal 1865, principe dal 1871, duca di Lauenburg dal 1890) che in questo periodo scrive sul giornale prussiano conservatore “Kreuzzeitung” che “i saggi – come li chiamava ironicamente – della nazione tedesca riuniti a Francoforte costituivano una seria minaccia per l’esistenza politica della sua classe”.

Mi limito a citare ancora due articoli. L’articolo 4 contiene il principio della libertà di espressione: “Ogni tedesco ha il diritto di manifestare la propria opinione, con la parola, lo scritto, la stampa, le immagini. La libertà di stampa non può in nessun caso e con alcuna disposizione preventiva, essere sospesa o annullata, in particolare con la censura, norme di sicurezza, limitazione delle stamperie, del commercio librario o con divieti postali”. Nell’articolo 5 si assicurano a tutti i tedeschi la libertà di fede e di coscienza, la libertà della pratica religiosa privata e pubblica, il diritto di istituzione di comunità religiose e l’introduzione del matrimonio con rito civile.

Nell’autunno, a seguito dei focolai e degli incendi insurrezionali nei vari paesi della Confederazione e nell’impero austro-ungarico, e con la promulgazione nel dicembre della Reichsverfassung contenente i principi fondamentali, la partecipazione e l’entusiasmo dei deputati si affievoliscono progressivamente. Il mito della Paulskirche comincia a impallidire. Molti del resto si ritenevano politici perché vocati, chiamati a una missione ideale, e non politici di professione. Uno degli impulsi più forti era venuto proprio dai congressi di germanistica, tenuti a Francoforte nel 1846 e a Lubecca nel 1847, per opera di Jacob Grimm che nell’ottobre del 1848 rimette il mandato e ritorna a Berlino per riprendere il lavoro al suo Deutsches Wörterbuch. La partita nei mesi successivi si gioca sul ruolo guida che un paese tedesco deve assumere nel processo di unificazione. Diventa in tal modo ancora più profonda la divaricazione fra i sostenitori della soluzione grande-tedesca (si pensi alla perorazione del poeta Ludwig Uhland per un coinvolgimento dell’Austria: “Dovrà ora esserci strappata l’Austria? Proprio ora che come una giovane aquila con le ferite fresche di marzo e di maggio si è avvicinata a noi per stringere un nuovo vincolo con la libertà”) e quella piccolo-tedesca. Quest’ultima alla fine prevale e il 28 marzo il re Federico Guglielmo IV di Prussia è eletto dall’Assemblea quale Erbkaiser con 290 voti contro 248.

Il 3 aprile il re riceve una delegazione di 32 deputati ai quali comunica il suo rifiuto con la seguente motivazione: “Con il pretesto di difendere la causa tedesca i nemici della patria hanno innalzato la bandiera della sollevazione dapprima nella vicina Sassonia, poi in regioni isolate della Germania meridionale. Con mio profondo dolore anche in alcune parti della nostra patria uomini accecati si sono lasciati trascinare a seguire questa bandiera per rovesciare sotto la sua insegna l’ordinamento divino e umano, in aperta rivolta contro la legittima autorità (…) io non potrei dare risposta positiva all’offerta di una corona da parte dell’Assemblea nazionale tedesca, perché l’Assemblea non aveva il diritto di conferire la corona che mi offrì senza il consenso dei governi tedeschi, perché essa mi fu offerta a condizione che accettassi una Costituzione che non era conciliabile con i diritti e la sicurezza degli Stati tedeschi”. Fra i deputati del Landtag prussiano che votarono contro la Costituzione c’era anche Bismarck. Come la Prussia anche la Baviera rifiutò la Costituzione. Pur di fronte a un accoglimento di 28 Landesregierungen il Parlamento nazionale a poco a poco andò esaurendosi e alla fine si sciolse.

Sembra un paradosso della storia. Il grande progetto fallito di un nazionalismo costruttivo, promosso con il concorso delle migliori forze politiche e morali del mondo tedesco, si trasforma nella prima solida pietra per avviare realmente il processo di unificazione tedesca guidato proprio dalla Prussia. Nella Costituzione del Reich tedesco, unificato nel 1871, non c’era ovviamente alcuna traccia né dei principi fondamentali né dell’abolizione della nobiltà, né della responsabilità del governo nei confronti del Parlamento nazionale. Occorre attendere il crollo dell’Impero guglielmino perché si riunisca, nel gennaio 1919, nel teatro nazionale di Weimar l’Assemblea nazionale che, presentandosi con le parole del socialdemocratico Friedrich Ebert come “l’unico e più alto sovrano in Germania”, si ricollegava e non solo idealmente all’Assemblea nazionale costituente del 1848, nel primo esperimento repubblicano tedesco. Qualche piccolo esempio: l’art. 109: “Tutti i tedeschi sono uguali davanti alla legge” riprende alla lettera l’art. 2 con l’aggiunta: “Uomini e donne hanno i medesimi diritti e doveri”. Infatti per la prima volta è introdotto il diritto di voto alle donne che possono far parte anche dell’elettorato passivo. L’inizio del paragrafo 1 dell’articolo 114 corrisponde al paragrafo 8 dell’articolo 3: “la libertà della persona è inviolabile”. Il paragrafo 1 dell’articolo 115 corrisponde al paragrafo 3: “L’abitazione è inviolabile”. Il paragrafo 3 dell’articolo 136 è identico al paragrafo 14 dell’articolo 5: “Nessuno è tenuto a rivelare le proprie convinzioni religiose”.

A queste due tradizioni costituzionali, la seconda delle quali viene brutalmente spazzata via nel dodicennio nazionalsocialista, si raccorda il Grundgesetz del 1949 e del 1990, con una riproposizione dei principi fondamentali ovviamente adeguata ai tempi mutati. Gli storici si interrogano ancora sulle ragioni del fallimento della Costituzione del 1848. Si pensi alle motivazioni di A. Taylor e all’opera, in sua risposta, di Golo Mann Deutsche Geschichte des 19. und 20. Jahrhunderts, uscita nel 1958 e riedita con una nuova prefazione nel 1989 dopo la caduta del Muro. Nel quarto capitolo, intitolato Il Quarantotto, Golo Mann incentra le sue considerazioni sul dilemma storico dei liberali tedeschi fra “Idealpolitik” e “Realpolitik”. Già, Golo Mann, figlio di Thomas Mann, il quale da scrittore e sensibile sismografo nei suoi romanzi dei grandi processi storici, nel capitolo Angoscia crescente. Dei due nonni e della gita in barca nel duplice chiarore della Montagna magica (1924) contrappone le figure di due nonni, il primo di Ludovico Settembrini e il secondo del protagonista Hans Castorp, l’uno un patriota del Risorgimento italiano, l’altro un conservatore amburghese:

Settembrini parlava di suo nonno, avvocato a Milano, che era stato soprattutto un grande patriota e qualcosa a metà tra l’agitatore politico, l’oratore e il giornalista (…) aveva cospirato contro l’Austria e la Santa Alleanza che ai suoi tempi tenevano la sua patria smembrata sotto il giogo di una cupa schiavitù (…) La differenza fra i due nonni era davvero spettacolare! (…) Nonno Settembrini, infatti, aveva combattuto per i diritti politici, mentre suo nonno o comunque i suoi avi avevano posseduto in origine tutti i diritti ed era stata la canaglia ad averglieli strappati.

Forse anche grazie a questa descrizione si può cogliere e misurare la differenza del Risorgimento tedesco rispetto a quello italiano.

 Fabrizio Cambi

Bibliografia

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  • Best, Heinrich-Weege, Wilhelm, Biographisches Handbuch der Abgeordneten der Frankfurter Nationalversammlung 1848/49, Düsseldorf 1996
  • Blackbourn, David – Eley, Geoffi, Mythen deutscher Geschichtsschreibung. Die gescheiterte bürgerliche Revolution von 1848, Frankfurt a. M. 1980
  • Boberach, Heinz – Zimmermann, Horst, Publizistische Quellen zur Geschichte der Revolution von 1848 und ihrer Folgen. Inventar der Bestände in der Stadt- und Universitätsbibliothek, im Stadtarchiv und im Bundesarchiv Frankfurt a. M., Koblenz 1996
  • Botzenhart, Manfred, Deutscher Parlamentarismus in der Revolutionszeit 1848-1850, Düsseldorf 1977
  • Der Geist der Paulskirche. Aus den Reden der Nationalversammlung 1848-1849. Ausgewählt und herausgegeben von Wolfgang Petzer und Otto Ernst Sutter, Frankfurt a. M. 1923
  • Die Frankfurter Nationalversammlung 1848/49. Ein Handlexikon der Abgeordneten der deutschen verfassunggebenden Reichs-Versammlung. Hrsg. Von Rainer Koch, Kelkheim 1989
  • Eyck, Frank, Deutschlands große Hoffnung. Die Frankfurter Nationalversammlung 1848/49, München 1972
  • Heuß, Theodor, 1848. Erk und Erbe, Stuttgart 1948
  • Huch, Ricarda, 1848. Die Revolution des 19. Jahrhunderts, Frankfurt a. M., Berlin, Wien 1980
  • Kühne, Jӧrg-Detlef, Die Reichsverfassung der Paulskirche. Vorbild und Verwirklichung im späteren deutschen Rechtsleben, Frankfurt a. M. 1985
  • Laube, Heinrich, Das erste deutsche Parlament, Leipzig 1849 (Ristampa 1978)
  • Obermann, Karl, Die Wahlen zur Frankfurter Nationalversammlung im Frühjahr 1848. Die Wahlvorgänge in den Staaten des deutschen Bundes im Spiegel zeitgenӧssischer Quellen, Berlin (DDR) 1987
  • Siemann, Wolfram, Die Frankfurter Nationalversammlung 1848/49 zwischen demokratischem Liberalismus und konservativer Reform. Die Bedeutung der Juristendominanz in den Verfassungsverhandlungen des Paulskirchenparlaments, Frankfurt a. M. 1976
  • Valentin, Veit, Geschichte der deutschen Revolution von 1848-1849, 2 voll., Berlin 1930/31 (Ristampa: Kӧln 1970)

[1] Nel Lied, scandito retoricamente dall’interrogativo: “Was ist des Deutschen Vaterland?”, Arndt prefigura la creazione di un grande stato nazionale tedesco che avrebbe dovuto comprendere tutti i paesi europei germanofoni. Nel 1849, dopo il fallimento della rivoluzione tedesca, August Heinrich von Fallersleben (1798-1874) compose una parodia del Lied di Arndt col titolo Wo ist Vetter Michels Vaterland?

[2] Riguardo a questa e alle altre citazioni successive relative a interventi dei deputati al Parlamento dell’Assemblea nazionale si fa qui riferimento allo Stenographischer Bericht über die Verhandlungen der deutschen constituierenden Nationalversammlung zu Frankfurt am Main. Hrsg. auf Beschluß der Nationalversammlung durch die Redactions-Commission und in deren Auftrag von Franz Wigard, 9 Bde., Frankfurt a. M. 1848/49. Ristampa: Reden für die deutsche Nation 1848/1849, München 1988. Nel quadro della vasta letteratura critica, di cui nella bibliografia si indicano solo alcuni titoli, in questa sede si tiene particolarmente conto dello studio di Wilhelm Ribhegge, Das Parlament als Nation. Die Frankfurter Nationalversammlung 1848/49, Düsseldorf 1998.

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