Cesare Cases e la DDR

[Questo saggio è uscito con il titolo Gli intellettuali italiani e la Germania socialista. Un percorso attraverso gli scritti di Cesare Cases, in Riflessioni sulla DDR. Prospettive internazionali e interdisciplinari vent’anni dopo, a cura di Magda Martini e Thomas Schaarschmidt, Bologna, il Mulino, 2011, pp. 97-121. L’immagine è tratta dal sito di Leonardo Ceppa. M.S.]

Michele Sisto

La storia del rapporto tra gli intellettuali italiani e la DDR presenta, per il numero e la diversità degli attori coinvolti, nonché per il suo costante evolversi dal dopoguerra al 1990, aspetti di complessità che non è possibile trattare in succinto. Se Collotti è stato lo storico dell’“altra Germania”, se Bettiza e la Spinelli le hanno dedicato ampi reportage critici, se Montinari e Mucchi vi hanno risieduto per anni, Cesare Cases (1920-2005) ne è stato probabilmente l’osservatore più assiduo e influente, a partire dal famoso saggio del 1958 Alcune vicende e problemi della cultura nella RDT, divenuto subito imprescindibile, fino agli articoli dedicati alla riunificazione, passando per il suo ruolo attivo nel “caso Havemann”. In qualità di consulente per la letteratura tedesca all’Einaudi, egli ha inoltre avuto tra gli anni ’50 e gli anni ’80 un ruolo di primo piano nella mediazione di autori e critici tedesco-orientali, dai suoi “fari” Lukács, Mayer e Brecht[1], a “oppositori interni” come Wolf Biermann. La particolare natura e la costanza del suo interesse per la DDR, infine, sono legate non solo a una solida formazione filosofica e politica, comune alla sua generazione, ma a una fondamentale inquietudine del pensiero, che interdice ogni rassegnazione all’esistente, e che nel 1990 ha fatto scrivere a Hans Magnus Enzensberger, in un omaggio in versi all’amico germanista: «La ferita / del possibile sanguina ancora»[2].

Ripercorrendo le prese di posizione di Cases, e mettendole a confronto con quelle di altri intellettuali, vorrei dunque abbozzare una storia dei significati che la DDR, quale soggetto storico prima ancora che compagine statale realmente esistente, ha via via assunto nella discussione interna ai gruppi intellettuali italiani (marxisti, ché le altre correnti di rado hanno manifestato interesse nei confronti delle democrazie popolari)[3]. E vorrei concludere con una breve riflessione sulla funzione dell’intellettuale novecentesco quale interprete della storia, e sui suoi mutamenti negli ultimi decenni del XX secolo.

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[1] Così sono definiti nell’autobiografia Confessioni di un ottuagenario, nuova ed. accresciuta, Roma, Donzelli, 2003, alla quale si rimanda per un più ampio profilo biografico del germanista.

[2] «Die Wunde / des Möglichen blutet noch» (Pragmatismus), nel volume dedicato a Cases Poesia tedesca del Novecento, a cura di Anna Chiarloni e Ursula Isselstein, Torino, Einaudi, 1990, p. XI.

[3] Lo sfondo è dato dal lavoro di Magda Martini, La cultura all’ombra del muro. Relazioni culturali tra Italia e DDR (1949-1989), Bologna, il Mulino, 2007. Per la più ampia ricezione nei media italiani si rimanda invece a Eva Sabine Kuntz, Kostanz und Wandel von Stereotypen. Deutschlandbilder in der italienischen Presse nach dem Zweiten Weltkrieg, Frankfurt/M., Lang, 1997.

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2 Responses to Cesare Cases e la DDR

  1. leonardo says:

    condivido totalmente la passione intellettuale di questo saggio su cesare cases. è un bellissimo lavoro. complimenti. solo che la prospettiva (come rivelato anche dalla citazione di costanzo preve alla fine) gli è fin troppo interna. cases non ha saputo elaborare la fine del comunismo rilanciando in avanti una idea di democrazia (insomma non è passato da lukacs e adorno ad habermas). gli intellettuali rileggono sempre il passato in nome di un progetto futuro: ma se questo progetto è sbagliato (per es. “comunismo invece di “democrazia”) rischiano di diventare custodi amorosi di un passato tanto eroico quanto irrecuperabile.

  2. Michele Sisto says:

    Caro Leonardo, sono lusingato dal suo commento, perché so che conosce molto bene e da vicino il pensiero degli intellettuali di cui qui fa il nome. Sarebbe lungo e complesso rispondere, perché il problema che pone è il problema politico e filosofico fondamentale degli ultimi 25 anni. Mi limito a una battuta. Credo che Cases (come Preve) non tanto non abbia saputo, ma non abbia voluto elaborare la fine del comunismo, perché era ben avvertito che il prezzo da pagare per una integrale conversione alla “democrazia” sarebbe stato la resa pressoché incondizionata al capitalismo, ciò a cui fatalmente è andata incontro la sinistra tutta (e non solo in Italia). In questa ostinazione di Cases e di alcuni altri io ritrovo il germe di un pensiero, e di una politica, che potrebbero recuperare seriamente il programma della libertà (democratica) senza dimenticare l’uguaglianza e la fraternità. In questo il comunismo storico novecentesco, che non mitizzo e non rimpiango, ma nemmeno riesco a liquidare come di per sé “sbagliato”, ha, credo, parecchio da insegnarci. Ciò detto, non mi sogno di presentare Cases (o, peggio, me stesso!) come custode amoroso di un passato eroico quanto irrecuperabile. Vorrei soltanto dare un modesto contributo alla riapertura di una riflessione sul passato e sul futuro che oggi mi pare bloccata dalla rimozione di un certo passato (ovvero da una sua liquidazione troppo facile, soprattutto da parte di chi, a sinistra, ne sarebbe l’erede) e da opposizioni troppo rigide (come totalitarismo/democrazia), che adrebbero storicizzate e ricondotte agli interessi che ne hanno determinato l’egemonia. Ma, ripeto, il problema è enorme, e richederebbe ben altro spazio. Grazie ancora per il suo commento.

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