Heine, vagabondo della rivoluzione. Il giornalismo come storia del presente

Heinrich Heine seduto, in una stampa con Karl Marx e la moglie. Fonte: mlpd.de

[Nel 1997 Roberto Venuti dedica sulle pagine culturali de L’Unità, in occasione del bicentenario della nascita, un ritratto a Heinrich Heine, poeta tedesco, amico, tra gli altri, di Marx e Dumas, testimone d’eccezione di un’epoca caratterizzata da una tradizione cosmopolita che ne segnò il temperamento, una sorta di profeta, censurato poi dal nazismo ma su cui amava soffermarsi Manfred de Il Cielo Diviso, in bilico tra nostalgie romantiche e avvenirismo. C.M.] 

Roberto Venuti

Duecento anni fa, il 13 dicembre 1797 nasceva in Germania, a Düsseldorf, da una ricca famiglia di commercianti, Harry Heine, il primo grande poeta tedesco d’origine ebraica. Solo dopo la conversione al protestantesimo e il battesimo nel 1825 il suo nome di trasforma in Heinrich. La disinvoltura e l’innata capacità di scandalizzare che si nascondevano sottola sua scrittura elegante, gli procurarono non pochi nemici, soprattutto in patria. E tra i tedeschi la curva fluttuante della sua fortuna è la spia dell’incapacità più o meno grande a seconda dei momenti storici, di accettare l’opera di uno scrittore impegnato in una fitta serie di battaglie critiche e politiche, combattute soprattutto con le armi della satira e dell’ironia. È la figura di un intellettuale che dà voce esemplare alla letteratura dell’esilio, che si impegna nella battaglia delle idee, ma è anche il creatore di forme eleganti e raffinate; è il fustigatore feroce dell’ipocrisia piccolo borghese, l’analista politico lucido e spietato, ma anche l’artefice di un linguaggio poetico che anticipa la grande stagione «decadente» del secondo Ottocento europeo.

Il suo esilio parigino, conclusosi con la morte, avvenuta nel 1856, coincide con gli anni della monarchia di Luglio, della rivoluzione del 1848, della Seconda repubblica e del Secondo impero. Giunge a Parigi nel maggio del 1831 e lì reincontra l’amico Karl Marx, conosce musicisti come Meyerbeer, Berlioz, Chopin, Liszt, Wagner e Bellini; scrittori come Balzac, Gautier, de Musset, George Sand, Hugo, Alexandre Dumas; storici come Guizot e Thiers. Lo scrittore percorre le strade popolose, i boulevard, i passage di una metropoli di 800mila abitanti, che d’ora in poi nelle sue pagine, sia autobiografiche che saggistiche, sarà avvolta da un’aura mitica: «Parigi mi divertiva moltissimo, per questa gaiezza che si manifesta in ogni cosa ed esercita la sua influenza anche sugli spiriti assolutamente cupi».

È impressionato soprattutto dall’atmosfera cosmopolita, dai gesti cortesi e garbati della gente che incontra, dalle belle donne sorridenti. Tutto contrasta con la «grossolanità» della sua patria e con le maniere austere e seriose dei suoi compatrioti. Ma ciò che lo interessa davvero sono le tracce degli eventi politici dell’anno precedente: la rivoluzione di Luglio. «Qui a Parigi – scrive – sono inghiottito dal vortice degli eventi, dalle onde dell’attualità, dalla tormenta della rivoluzione». «Sotto i miei occhi vedo svolgersi la storia universale, ho per amici i suoi più grandi eroi e un giorno, se resto in vita, diventerò un grande storico».

Già a pochi mesi dal suo arrivo avvia un’intensa collaborazione con giornali e riviste tedesche nell’intento di far conoscere al pubblico del suo paese d’origine la cultura francese. Mentre qualche anno dopo, nel 1833, grazie all’interessamento di Victor Bohain, uno dei giornalisti più influenti dell’epoca, Heine può pubblicare su una rivista di grande prestigio, «L’Europe littéraire», una serie di otto articoli «Sullo stato attuale della letteratura in Germania», che sanzioneranno anche in Francia il riconoscimento delle sue qualità letterarie. Dall’osservatorio privilegiato della metropoli francese nascono così alcuni libri, composti di articoli usciti su giornali e riviste, che nel giro di pochi anni vengono pubblicati in entrambi in Francia e in Germania. Sono il «Rendiconto parigino» e «La scuola romantica» del 1833, «Per la storia della religione e della filosofia in Germania» del 1834, «Lutetia» del 1840-44, «Ludwig Börne. Un necrologio» del 1840.

A differenza di tanti scrittori della generazione romantica, Heine non giudica poco dignitoso impegnarsi in campo giornalistico. «Questa è l’epoca della battaglia delle idee, e i giornali sono le nostre fortezze», aveva scritto qualche anno prima di giungere a Parigi, formulando il principio ispiratore di tutta la sua attività pubblicistica. In un’epoca che egli concepisce soprattutto come il tempo della «battaglia delle idee» la stampa diventa ai suoi occhi il luogo esemplare in cui si decidono le sorti dell’umanità. «La parola precede l’azione» e il «tribuno» esercita un ufficio che lo rende protagonista in prima persona delle vicende storiche.

Della realtà contemporanea ciò che attira maggiormente la sua attenzione di «storiografo del presente» è il grande fenomeno che, simile a una terribile tempesta, sovrasta e illumina di bagliori sinistri il mondo contemporaneo: la rivoluzione sociale. Che il tema della rivoluzione rappresenti una presenza costante nelle opere di Heine non deve stupire. Nato poco prima della fine della Rivoluzione francese e trasferitosi in Francia subito dopo la rivoluzione del 1830, lo scrittore tedesco fu infatti testimone diretto sia delle numerose sollevazioni popolari avvenute durante la monarchia di Luglio sia degli eventi ben più importanti del 1848. Le rivoluzioni appaiono ai suoi occhi come cesure che esercitano un effetto benefico e rigeneratore sul corso della storia, anche se raramente avvengono senza l’impiego della violenza e spargimento di sangue. I suoi timori nei confronti della rivoluzione sono quelli di un rivoluzionario, nutrito degli ideali utopici e messianici del sansimonismo che non si batte «per i diritti umani del popolo», bensì «per i diritti divini dell’uomo». Nella prefazione all’edizione francese di «Lutetia» – scritta nel marzo del 1855, pochi mesi prima di morire – confessa i propri timori per le sorti della poesia e di tutto ciò che essa rappresenta di fronte all’incalzare di un processo storico inarrestabile. Ammette di pensare «con orrore e spavento» all’epoca in cui i comunisti, «tetri iconoclasti» prenderanno il potere. «Con le loro mani callose infrangeranno senza pietà tutte le statue marmoree della bellezza, così care al mio cuore; fracasseranno tutti i fantastici fronzoli e gingilli dell’arte che il poeta amava tanto; distruggeranno i miei boschetti di lauro e al loro posto pianteranno patate […]; gli usignoli stessi, inutili cantori, saranno cacciati, e – ahimè! – il mio Libro dei canti servirà al droghiere per farne cartocci in cui versare il caffè o tabacco da fiuto per le vecchiette del futuro. Io prevedo tutto questo e mi coglie una tristezza indicibile pensando alla rovina di cui il proletariato vittorioso minaccia i miei versi, destinati a perire con tutto il mondo romantico. E nondimeno – lo confesso con franchezza – questo stesso comunismo, così ostile ai miei interessi e alle mie inclinazioni esercita sulla mia anima un fascino al quale non posso sottrarmi».

Ma l’idea di rivoluzione come cesura benefica nel corso della storia può assumere per Heine talvolta anche una funzione puramente metaforica, può diventare, se applicata alla realtà tedesca che non ha conosciuto rivolgimenti violenti, l’immagine di una rottura radicale avvenuta nel regno delle idee. Kant, Fichte, Schelling, Hegel, i grandi filosofi dell’idealismo, nelle sulfuree pagine finali di «Per la storia della religione e della filosofia in Germania» vengono assimilati ai grandi artefici della Rivoluzione francese.

Kant, l’assassino di Dio, appare come un distruttore ben più feroce di Robespierre, limitatosi a pretendere la ghigliottina per Luigi XVI. E la rivoluzione delle idee, dopo quella reale, minaccia effetti ancor più radicali. «Ma se Immanuel Kant, questo grande distruttore del regno del pensiero, ha superato di molto, quanto a terrorismo Massimiliano Robespierre, egli presenta tuttavia molte analogie con quest’ultimo, che invitano a un paragone tra i due. Anzitutto riscontriamo in entrambi la stessa onestà spietata, tagliente, priva di poesia, fredda. Poi, troviamo in entrambi la medesima inclinazione alla sfiducia – con la semplice differenza, che uno la esercita contro i pensieri e la chiama critica, mentre l’altro la impiega contro gli uomini e la intitola virtù repubblicana. Ma in entrambi si rivela in sommo grado il tipo del borghesuccio – la natura li aveva destinati a pesare zucchero e caffè, ma il destino volle che essi pesassero altre cose ponendo sul piatto della bilancia ad uno un re e all’altro un Dio… ed essi diedero il peso giusto!».

Roberto Venuti

Tratto da: L’Unità del 13 dicembre 1997, p. 2.

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