Deutsch-deutscher Literaturstreit. Tentativo di una sintesi

[Nel volume Tra silenzio e parola. Riflessioni sul linguaggio nella letteratura tedesco-orientale dopo il 1989 (Trento 2009) Andrea Rota ha dedicato al Literaturstreit un’attenta disamina, rielaborata appositamente per il nostro sito. Le fasi di questo processo all’intellighenzia dell’ex DDR, con, per così dire, le sue regioni e ragioni, vengono analizzate e inserite all’interno di una più ampia riflessione sul senso di smarrimento e di vuoto che provano due generazioni diverse di intellettuali tedesco orientali, Christa Wolf e Kurt Drawert. Nuova è però la prospettiva adottata dall’autore, ossia la lingua letteraria che – nota Fabrizio Cambi nella prefazione al volume – diventa “oggetto di riflessione che nel suo farsi parola, narrazione o rarefacendosi nell’afasia si rivela speculare del divenire storico”. C.M.]

Andrea Rota

Di fronte ai successi tangibili della riunificazione nazionale – dal radicale restyling di Berlino all’egemonia economica in Europa – risulta a tratti difficile ravvisare, oggi, il percorso accidentato che sul piano culturale la Germania ha attraversato – e in molti casi sta ancora attraversando – nella rielaborazione del recente passato diviso. Tra le tappe di questo processo, il deutsch-deutscher Literaturstreit figura senza dubbio tra quelle più significative per chi, seguendo il filo del discorso letterario, voglia comprendere la complessità del panorama intellettuale tedesco degli ultimi vent’anni.

Prima della Wende tanto gli scrittori della Repubblica Democratica maggiormente riconosciuti, quanto gli esponenti di gruppi letterari non istituzionalizzati e alternativi (ad esempio, gli autori attivi sulla scena di Prenzlauer Berg negli anni Ottanta, estranei ai convenzionali circuiti della produzione, della fruizione e del controllo culturali) godevano di ottima fama presso la critica tedesco-federale, da sempre particolarmente incline ad apprezzare ogni forma di dissidenza – radicale o riformista che fosse – nei confronti dell’autoritarismo socialista. Ancora nel 1989, Fritz Raddatz auspicava sulle pagine de «Die Zeit» che l’Accademia di Stoccolma si accorgesse di Christa Wolf, definendo la scrittrice come assolutamente degna del premio Nobel per la letteratura.

Una volta caduto il regime di Erich Honecker e resosi quindi improvvisamente superfluo l’impegno critico-riformista degli autori orientali, importanti testate giornalistiche della RFT cominciano tuttavia a muovere una serie di durissimi attacchi di matrice morale agli stessi protagonisti della letteratura di cui, fino a pochi mesi prima, erano state quasi univocamente tessute le lodi proprio in virtù dell’impegno sociale e politico.

A partire dal 1 luglio 1990, recensendo Was bleibt di Christa Wolf sui feuilletons della più autorevole stampa occidentale («Die Zeit» e «Frankfurter Allgemeine Zeitung»), i critici Ulrich Greiner e Frank Schirrmacher danno inizio a quanto è ormai universalmente conosciuto come deutsch-deutscher Literaturstreit, aspro scontro ideologico e culturale tra gli intellettuali della Repubblica federale e di quella democratica. La virulenza, l’acrimonia e la vasta portata di questa polemica hanno un solo antecedente sul suolo tedesco, ovvero la controversia sulla cosiddetta innere Emigration (‘emigrazione nell’interiorità’) al termine del secondo conflitto mondiale. Nel 1945 la corrispondenza tra Frank Thiess e Thomas Mann portò al confronto assai acceso tra due gruppi di autori: da un lato, quelli che pur dichiarandosi avversi al regime hitleriano non vollero o non poterono abbandonare la Germania e scelsero varie e velate forme di espressione della loro estraneità al nazionalsocialismo; dall’altro gli scrittori che, perseguitati o in estremo dissenso con il totalitarismo fascista, optarono invece per l’esilio.

Nel 1990 la stampa occidentale si rifà in modo palese al contrasto Thiess-Mann, mettendo esplicitamente sullo stesso piano gli intellettuali rimasti nella Germania socialista e quelli che, rifiutando di rifugiarsi all’estero durante il dodicennio hitleriano, furono in seguito incolpati di connivenza con il sistema incriminato. Questa pesante accusa nei confronti dell’intellighenzia orientale poggia sulla completa (e, per molti aspetti, decisamente superficiale) equiparazione del Reich nazionalsocialista alla Repubblica Democratica. Secondo i feuilleton dell’Ovest, gli intellettuali riformisti avevano adottato la strategia del camuffamento o della fuga nell’interiorità per sottrarsi ai rischi implicati da un aperto scontro con i detentori del potere politico; in tal modo l’intellighenzia letteraria dell’Est si sarebbe adeguata consapevolmente alla logica perversa di un regime totalitario, ripetendo così tutti gli errori già compiuti tra il 1933 e il 1945 dagli esponenti della innere Emigration. È sulla base di tale uguaglianza che durante il deutsch-deutscher Literaturstreit gli autori rimasti a Est vengono aspramente rimproverati nonostante – o, in alcuni casi, proprio per – la critica al sistema. A partire dal 1990 la stampa occidentale accusa infatti di opportunistica complicità tutti gli scrittori che, pur consapevoli delle devianze dittatoriali della Repubblica Democratica, avevano comunque scelto di restarne cittadini, preferendola alla RFT.

La nozione di Literaturstreit identifica solitamente tre momenti distinti di roventi accuse e conseguenti discussioni, alternativamente tese ad attaccare e a difendere le personalità più note dell’intellighenzia letteraria della ex-RDT. Delle tre fasi, quella certo più incisiva è la prima, che trae origine dal sopraccennato caso editoriale di Was bleibt: in seguito all’approccio strettamente biografico assunto dalla critica in merito alla (tardiva) pubblicazione dell’opera – composta nel 1979, rielaborata durante la Wende e pubblicata soltanto nel 1990, undici anni dopo la prima stesura – la stampa della Repubblica Federale taccia perentoriamente Christa Wolf di «Mangel an Feingefühl» (‘mancanza di sensibilità’), di «Gesinnungsästhetik» (‘estetica dei buoni sentimenti’) e, complessivamente, di deplorevole opportunismo politico.

Con la ricercata ambiguità del suo titolo, al contempo affermazione e quesito, Was bleibt non fornisce esclusivamente il pretesto dal quale prende il via il ben noto processo mediatico alla sua autrice, oggetto di un vero e proprio démontage spintosi, in alcuni casi, ai limiti della menzogna (emblematica è ad esempio l’accusa infondata, secondo cui Christa Wolf avrebbe opportunisticamente ritirato la propria adesione dalla petizione contro l’espulsione di Wolf Biermann dalla RDT, nel 1976). Il testo, pur breve, infiamma infatti a tutti i livelli il dibattito culturale sull’eredità letteraria tedesco-democratica dopo la caduta del Muro e, in particolare, sulla legittimità morale della stessa e dei suoi rappresentanti più illustri.

Sulla scia delle polemiche scaturite all’interno di questa prima fase, la maggioranza dei diverbi più accesi all’interno del Literaturstreit continua a riguardare principalmente gli autori riformisti appartenenti alla ‘prima generazione’, concentrandosi con particolare insistenza sui nomi noti di Christa Wolf, Heiner Müller, Christoph Hein, Volker Braun; tuttavia, anche intellettuali assai più giovani si trovano presto, in modo più o meno diretto, al centro di polemiche quanto mai destabilizzanti. Pur cominciata dagli scrittori nati prima del 1950, l’onda di attacchi coinvolge in modo indiscriminato esiliati e antifascisti della prima ora come i giovani anarcoidi di Prenzlauer-Berg.

La cosiddetta ‘seconda fase’, iniziata nell’ottobre 1991 e conclusasi nel giugno successivo, muove infatti proprio da Sascha Anderson, un autore nato nel 1953 (dunque appartenente alla generazione più giovane) e il cui inaspettato coinvolgimento nelle attività del Ministerium für Staatssicherheit (Stasi) getta pesanti ombre su tutto il gruppo di intellettuali attivo sulla scena di Prenzlauer Berg. Una volta resa nota, poco tempo dopo, la collaborazione con la Stasi prestata anche da un altro giovane eppur già noto scrittore orientale, Rainer Schedlinski (nato nel 1956), la legittimità morale del dissenso letterario promosso da quell’intera generazione – della quale fa parte anche lo stesso Kurt Drawert – risulta ulteriormente e irreparabilmente compromessa. Sintomatici della crisi generata da tale situazione sono le polemiche e i sospetti reciproci divampati tra le nuove leve dell’anticonformismo intellettuale, a proposito delle quali la stampa occidentale – nonostante la polemicità clandestina di molte delle loro opere – emette pesanti sentenze etiche.

A due anni dalle prime accuse di immoralità rivolte a Christa Wolf, le incriminazioni non cambiano tono e continuano quindi a caratterizzare anche il terzo e ultimo momento del Literaturstreit, cominciato all’inizio del 1993 e legato alle due fasi precedenti. In quell’anno infatti l’autrice di Was bleibt e il suo collega Heiner Müller – massimi esponenti della generazione posta al centro già della prima controversia – tornano nuovamente sotto la luce dei riflettori e delle aspre contestazioni occidentali: di entrambi è infatti emerso il coinvolgimento giovanile (in realtà, assai marginale) nelle attività della Stasi, precedentemente imputato soltanto agli autori più giovani.

Travalica certamente gli obiettivi e le possibilità del presente contributo stabilire se, o in che misura, possa essere attribuito un carattere di veridica bona fides – oppure, al contrario, di tendenziosa falsità – alle accuse mosse all’interno del deutsch-deutscher Literaturstreit. Piuttosto pare qui decisamente più importante evidenziare come durante l’evolversi delle tre fasi appena accennate la critica occidentale conservatrice, trovandosi di colpo sul crinale vincente della storia, cerchi di liquidare in toto i quarant’anni di letteratura della Repubblica Democratica, a completo discapito dei suoi autori già in situazione di palese difficoltà.

Il tentativo della stampa occidentale di orientare verso valori conservatori e filo-atlantici le coordinate intellettuali della nuova Germania unita risulta infatti evidente. Fin dall’inizio lo stesso Ulrich Greiner non fa d’altronde alcun mistero di tale bilancio valoriale, sostenendo emblematicamente che «chi decide ciò che è stato, decide anche ciò che sarà. La disputa sul passato è una disputa sul futuro».

Come effettivamente annunciato dal redattore de «Die Zeit», questa resa dei conti ideologica parte dalla radicale messa in discussione del recente passato tedesco-orientale, dal quale i critici Ulrich Greiner, Frank Schirrmacher e Marcel Reich-Ranicki (per citare qui solo i nomi più noti) sembrano volere epurare qualunque forma di legittimazione culturale. La Wende e la crisi vissuta dai più illustri rappresentanti culturali della RDT offrono alla critica occidentale l’altare sul quale sacrificare l’intera intellighenzia letteraria della Germania orientale. All’interno della disputa sul passato accennata da Ulrich Greiner, gli autori dell’Est tedesco fungono da meri capri espiatori immolati a questioni sostanzialmente estranee alla letteratura in senso stretto. Wolfgang Emmerich riassume efficacemente la situazione descrivendo il Literaturstreit come una lotta per la facoltà di definire – e dunque giudicare – gli eventi e la realtà da cui essi hanno preso le mosse. In tale prospettiva, il Literaturstreit risponde al tentativo di occupare e difendere nuove posizioni ideologiche all’interno di un sistema di coordinate irrevocabilmente destabilizzato.

Nascondendosi dietro al paravento della letteratura, la critica della RFT opera il proprio generalizzato démontage culturale focalizzando solo di rado l’attenzione sulle opere e coinvolgendo piuttosto nella frequente acrimonia dei propri commenti chiunque, in passato, di queste abbia più attivamente promosso il consenso di pubblico nella Repubblica Federale. L’obiettivo di simili polemiche è quello di invertire definitivamente la rotta, invalidando qualunque apprezzamento di quanto culturalmente prodotto da chi, nonostante gli innegabili fallimenti storici del socialismo reale, ancora non pare rassegnato ai valori del capitalismo. Oltre che attaccare direttamente gli autori della RDT, i feuilletons conservatori si scagliano quindi con veemenza anche contro i presunti eccessi di benevolenza tedesco-federali: intellettuali occidentali marcatamente di sinistra, sostengono i detrattori, avrebbero presumibilmente accordato il proprio favore a testi e scrittori dell’Est più per solidarietà politica che non per il loro intrinseco valore artistico. Salvo rare eccezioni, tuttavia, la maggior parte di simili contestazioni pecca precisamente di quanto lamenta: esse stesse mancano infatti proprio di motivazioni di natura estetica sufficientemente plausibili, dimostrando dunque il palese carattere politico-ideologico da cui risultano animate.

Nella maggioranza dei casi, anche l’eventuale accenno alle opere si rivela visibilmente strumentale all’attacco diretto alle biografie degli intellettuali, ai quali – perdendo decisamente di vista la ragion d’essere storica e sociale del peculiare linguaggio letterario orientale – gli iniziatori del Literaturstreit rinfacciano un dissenso improvvisamente ritenuto eccessivamente ‘velato’. Sulla base di caustici commenti di carattere prettamente biografico anziché letterario, soprattutto gli autori riformisti più anziani (ma non soltanto loro) vengono dunque quasi aprioristicamente tacciati di ipocrisia, quando non di una supposta, corresponsabile connivenza morale con il «secondo crimine totalitario del ventesimo secolo» (così F. Schirrmacher in Dem Druck des härteren, strengeren Lebens standhalten, «Frankfurter Allgemeine Zeitung», 02/06/1990).

Alla luce delle accuse mosse dalla stampa occorre considerare la reazione degli scrittori al distorto sillogismo ‘dissidenti letterari = poeti di stato = poeti della Stasi’, proposto in modo più o meno velato – e spesso infamante – dalla critica dell’Ovest. Per definire il Literaturstreit, gli interessati ricorrono a termini quali «Aggression» (‘aggressione’), «Wut» (‘ira’), «Hass» (‘odio’), «Häme» (‘cattiveria’), «Hetze» (‘persecuzione’), «Lynchjustiz» (‘linciaggio’), «Vernichtungs-feldzug» (‘campagna di sterminio’), «Hinrichtung» (‘esecuzione’), «Liquidierung» (‘liquidazione’), addirittura «Pogrom» e perfino «Endlösung» (‘soluzione finale’) della letteratura tedesco-orientale. Simili definizioni risultano assai indicative di quanto la maggior parte degli scrittori subisca l’intero processo mediatico come una vera e propria damnatio memoriae, come un efferato tentativo di delegittimazione politica e di complessiva svalutazione morale della propria attività letteraria. Gettando ombre sul ruolo degli autori orientali nella ex RDT e mettendo così in discussione la loro figura nella Germania da poco riunificata, il Literaturstreit scalfisce in profondità l’auto-percezione di numerosi intellettuali.

Gli effetti del logorio psicologico causato dalle polemiche dei feuilletons risultano peraltro accentuati dalla particolare condizione di insicurezza a cui gli scrittori dell’Est, pure in modo diverso a seconda dell’individuale appartenenza generazionale, sono comunque inevitabilmente esposti durante la Wende e nei primi anni della riunificazione. Le accuse della stampa e la destabilizzazione da esse implicata esercitano una presa tanto più insidiosa, quanto più contestuale alla fine di ogni certezza.

Il crollo del sistema di valori e della realtà materiale, la disillusione delle utopiche speranze nel rinnovamento politico caldamente auspicato, lo smarrimento del proprio pubblico tradizionale e l’incapacità di rappresentarlo con codici espressivi divenuti improvvisamente obsoleti costituiscono l’humus di un disagio intellettuale senza precedenti a est dell’Elba. Wolfgang Emmerich riassume la situazione nell’efficace metafora di un movimento a tenaglia che comprime la scena culturale dell’ex RDT, sottoposta da un lato all’autonoma messa in discussione degli autori riformisti, dall’altro dal démontage occidentale. Nel giro di brevissimo tempo le morsa di questa tenaglia costringono gli scrittori in una condizione di crisi a trecentosessanta gradi. Sul fronte interno incombe infatti l’incudine di un futuro quanto mai incerto, segnato dal progressivo abbandono e dalla percezione di un imminente oblio; su quello della ex Repubblica Federale il martello della stampa occidentale batte al contempo i pesanti colpi di un globale e radicale svilimento del quarantennio politico e letterario da poco conclusosi.

Alla luce di questo difficile contesto, durante gli anni Novanta gli autori dell’Est tedesco attraversano una fase di profonda riflessione sul proprio ruolo nella difficile transizione da un passato familiare, per quanto controverso, a un presente riunificato e ancora sconosciuto.

Andrea Rota

Da e per gentile concessione dell’autore: Andrea Rota, Tra silenzio e parola. Riflessioni sul linguaggio nella letteratura tedesco-orientale dopo il 1989. Christa Wolf e Kurt Drawert, prefazione di Fabrizio Cambi, Università degli Studi di Trento, Trento 2009, pp. 49-56.

This entry was posted in Andrea Rota, Saggi and tagged , , , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *