Hans Fallada: le cartoline del ‘pilota fantasma’

[In Ognuno muore solo (Jeder stirbt für sich allein, 1948), uscito da Einaudi nel 1992 e recentemente pubblicato da Sellerio, si legge, come osserva Wilkes nella accurata postfazione, la “banalità del bene”. Fallada la restituisce al lettore con uno stile piano e accattivante, alternando il racconto del caso del “pilota fantasma” che dissemina, non visto, per le case e gli androni di Berlino le sue cartoline antihitleriane, a quello dei sentimenti, entrando nelle pieghe di una Germania che, posta di fronte al male della croce uncinata, si sforza di preservare la propria rettitudine. Tra i numerosi articoli apparsi su questa nuova edizione del testo falladiano ripropongo le riflessioni di Marta Morazzoni apparse sul numero di dicembre 2010 di TuttoLibri de La Stampa. C.M.]

Le cartoline antihitleriane dei coniugi Hampel, via thesun.co.uk

Marta Morazzoni

È il 1946 quando Hans Fallada, in ventiquattro giorni di lavoro forsennato, scrive Ognuno muore solo. Il suo Paese, la Germania, è ancora sotto le macerie materiali e morali della guerra, mentre a lui non rimane che un anno da vivere: il 5 febbraio del ‘47 a cinquantaquattro anni chiude una vita di squilibri fisici e psichici.

Alcool, droga, furti e un assassinio compiuto da ragazzo, tracciano di lui un profilo tormentoso che contrasta con il quadro della sua famiglia d’origine, gente di rango medio-alto equilibrato e pacato. Alla serie di disastri che accompagna la sua storia  fin dagli anni giovanili sembra poter fare argine solo la vocazione della scrittura che, dopo esperienze minori, nel 1931 lo impone sulla scena editoriale con E adesso, pover’uomo?, duraturo successo.

Nella storia dei due giovani sposi, una coppia che cerca di tenersi a galla ancorandosi alla tenerezza e all’amore reciproco, si profila il quadro di una Germania impoverita, in cui i ceti medi precipitano nell’indigenza, e Fallada ne racconta il dramma costruendo un romanzo dalle tinte dolcemente ironiche, fin dove è possibile fare dell’ironia là dove si schiude la via a un presentimento cupo: la rivalsa economica e di potere di cui il Paese darà prova di lì a poco con il nazismo spazzerà via qualsiasi innocenza.

I quindici anni che stanno tra E adesso, pover’uomo? e Ognuno muore solo contengono l’evoluzione della Germania hitleriana di cui Fallada è testimone non sempre pulito, la sua storia di scrittore fa piccoli conti a volte di comodo con il nazismo. Forse è per questo che il suo romanzo di denuncia nasce di getto, nell’ansia di raccontare un gesto che riscatti almeno qualcuno dalla brutalità e dal silenzio in cui si è consumata la parabola hitleriana.

Il romanzo prende il via nel 1940, nella fase ascendente di quella che si annuncia come guerra lampo: la Francia ha capitolato e per il Führer si intravede un facile trionfo. Ma in questa giornata esaltante una coppia di coniugi riceve la notizia della morte dell’unico figlio al fronte: già poco inclini a celebrare i fasti del Paese conquistatore, i due coniugi si ripiegano sulla loro disgrazia, ma cominciano anche a guardare con occhi diversi la realtà che sta loro intorno. Dal grigiore del loro quotidiano maturano l’idea che si deva smascherare l’inganno di cui il Paese è vittima e insieme complice. Otto e Anna Quangel hanno una piccolissima voce, però non rinunciano ad alzarla, naturalmente nel più assoluto anonimato, generando paura, sconcerto, e dispetto tra i funzionari della Gestapo, che tentano di stringere il cerchio attorno al misterioso autore di cartoline postali lasciate in giro sulle scale dei caseggiati di Berlino, su cui una mano anonima scrive delle semplici, tremende verità.

Questo il tema principale del romanzo, che ci squaderna un ventaglio di figure desolate e desolanti: dai violenti ottusi che idolatrano il dettato hitleriano e ne fanno uso per i loro interessi, ai perseguitati dalla brutalità nazista, da ladri di piccolo cabotaggio a borghesi che tentano di vivere la loro vita nel sempre minor spazio di autonomia che la dittatura concede ai cittadini di una Berlino su cui le bombe alleate cominciano a cadere.

Tra i tanti romanzi che narrano le vicende della tirannide nazista, questa di Fallada è una voce di dentro, ha il timbro scuro di chi non ignora che, tranne per poche eccezioni quali il movimento della Rosa Bianca, la cappa che sovrasta la Germania è voluta da Hitler e però sostenuta da tante piccole volontà, e vigliaccherie e opportunismi. È in certo senso la consapevolezza di questa complicità che rende più intenso il dramma di chi cerca, in solitudine, una via d’uscita onorevole.

Tutto questo ha reso più difficile l’affronto di quel momento della storia tedesca, ma spiega anche l’urgenza di Fallada nell’esporlo senza ritegno: è una ferita che fa ancora male, e possiamo immaginare quanto poco fosse rimarginata in quel 1946. C’è, proprio nell’ultimo capitolo e dopo tanta desolazione, un cenno aurorale, ma significativamente improntato alla durezza: ricostruire e ricostruirsi richiede il coraggio di non perdonare.

Marta Morazzoni

da Tuttolibri de La Stampa, 18 dicembre 2010, p. 3

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