Monika Maron

Paola Quadrelli

“L’utopia vive nelle teste. Accoppiata con il potere, diventa dittatura. Essa è il metro per misurare la realtà, ma non può essere la realtà” ha scritto Monika Maron nel 1990 in esplicita polemica con Günter Grass e con quegli scrittori che dinanzi al tracollo della DDR piangevano la scomparsa dell’utopia comunista, un’utopia – commenta sferzante la Maron – che aveva potuto conservarsi sino a quel momento “solo grazie alla cecità e alla sordità intenzionale” dei sostenitori dell’esperimento socialista.

Molto nota in patria per i suoi romanzi e per la sua brillante attività pubblicistica, Monika Maron (Berlino 1941) si è distinta negli ultimi vent’anni proprio per i suoi commenti acuti e pungenti alla riunificazione tedesca. In Italia la cospicua produzione narrativa e saggistica della scrittrice, cresciuta nella DDR ed emigrata ad Amburgo nel 1988, non ha avuto larga diffusione e non ha certamente conosciuto il grande successo arriso all’esponente più celebre della prosa tedesco-orientale, Christa Wolf, con cui pure la più giovane Maron condivide alcuni temi, figure e stilemi.

Cresciuta in una famiglia della nomenklatura del Partito – il padre adottivo era Karl Maron, capo della polizia e Ministro degli Interni della DDR tra il 1955 e il 1963 – Monika Maron abbandona la casa paterna dopo l’esame di maturità e lavora come fresatrice in una fabbrica di aeroplani a Dresda. Studia quindi all’università di Berlino, si laurea in storia del teatro, e dopo una breve esperienza come regista teatrale si dedica nella seconda metà degli anni Settanta all’attività di giornalista con una serie di reportage dal mondo delle fabbriche, delle scuole, in breve, da quegli ambienti in cui si svolgeva la vita quotidiana, largamente collettivizzata e pubblica, dei cittadini della DDR. La lunga attività di reporter presso la Wochenpost, il più importante settimanale del Paese, permette alla Maron di affinare le proprie doti di osservazione della realtà e di critica delle condizioni esistenti in uno Stato a “socialismo reale”, mentre la consuetudine con il mondo delle redazioni giornalistiche si riflette nel primo romanzo della scrittrice, Flugasche (che potremmo tradurre con “Particolato” o “Polveri sottili”), ambientato a Berlino Est alla fine degli anni Settanta e pubblicato solamente nella Germania federale nel 1981 a causa dell’ostilità opposta dal Ministro della cultura della DDR, Klaus Höpcke.

Protagonista è la giovane giornalista Josefa Nadler che entra in collisione con la redazione del giornale in cui lavora e con le autorità del partito a causa del suo comportamento schietto e non incline al compromesso. Nel caso specifico, il conflitto nasce in occasione di un reportage di Josefa dalla cittadina sassone di Bitterfeld, centro di estrazione della lignite e sede di importanti industrie chimiche. Dinanzi alle disastrose condizioni ambientali e ai gravi rischi cui sono sottoposti gli operai e gli abitanti della città, Josefa rifugge da una “verità castrata”, rifiuta quelle cautele e quelle mezze verità cui troppo spesso accondiscendono i giornalisti del suo Paese, e decide di scrivere un reportage veritiero. Questo resoconto crudo e schietto non viene pubblicato, provoca l’avviamento di un procedimento disciplinare contro Josefa che deve difendersi pubblicamente e finisce per ritirarsi dal lavoro in un’evidente condizione di crisi esistenziale. Ricordiamo, peraltro, che la denuncia del dissesto ambientale in atto nella DDR costituì uno dei principali temi di protesta al regime attorno a cui si raccolsero i movimenti civili degli anni Ottanta, decisivi per l’avvio della “rivoluzione pacifica” e il successivo tracollo della DDR, e che l’emergenza ecologica era assai attuale anche nella Germania federale, dove il libro uscì nel 1981.

A colloquio con la più anziana collega Luise, la protagonista proclama la sua ribellione e la sua insofferenza dinanzi alle costrizioni materiali e spirituali che opprimono gli individui in una società del socialismo reale: “Sono defraudata di me stessa. Non parlo del fatto che nell’epoca dei viaggi nello spazio morirò senza aver fatto una passeggiata a Montmartre, senza sapere che profumo abbia il deserto o quale sia il sapore delle ostriche […]. La frode peggiore è che mi alienano da me stessa, mi privano della mia personalità. Tutto quel che sono, non posso esserlo. Dinanzi a ogni mio attributo mettono un ‘troppo’: troppo spontanea, troppo ingenua, troppo sincera, troppo impulsiva nel giudicare… Pretendono che capisca là dove non riesco a capire, che accondiscenda là dove non sono d’accordo, che sia paziente quando fremo di impazienza. […] Devo disabituarmi a essere me stessa”.

L’alienazione da se stessi, la rinuncia al proprio Io profondo, la perdita di identità sono connesse in questo primo romanzo della Maron alle condizioni illiberali e repressive che regolano e coartano l’esistenza dei cittadini di una dittatura socialista. La forte pressione omologatrice, l’irreggimentazione in schemi prestabiliti, la censura e l’autocensura indotte dalla necessaria adesione a un unico modello ideologico e politico determinano il rischio di perdere se stessi, di confondere e cancellare la propria specificità. “Quel che ella realmente andava cercando, era la biografia a lei propria, unica ed esclusiva, non adatta a nessun altro al di fuori di lei”. È questo il commento sentenzioso con cui Monika Maron riassume e suggella il percorso di Josefa che dinanzi alle pressioni esterne elabora una “contro-vita” spirituale, nutrita di sogni e memorie, animati dalla ricerca di quella parte fortemente identitaria che è il passato familiare.

Sin dalla prima pagina di Flugasche compare la figura del nonno materno di Josefa (qui evidente alter ego dell’autrice): l’ebreo polacco Pawel, fucilato nel 1942 nel mezzo di un campo di grano in Polonia. Il nonno Pawel, un uomo dalla personalità autonoma ed estrosa, appare alla nipote un modello alternativo alla rigidità ideologica dei genitori e alla predeterminazione della propria biografia in un Paese che regola la vita dei suoi cittadini dalla culla alla bara; la frugalità, la semplicità e il contatto con la natura che avevano connotato la vita dei nonni si contrappongono, poi, nell’immaginazione di Josefa, al grigiore e alle costrizioni della moderna civiltà tecnologica e urbana, secondo una linea di Zivilisationskritik, di critica alla moderna civiltà meccanizzata, che percorre tutta l’opera della Maron. Terribile è la conclusione con cui Josefa chiude questo confronto intergenerazionale: “Il nonno temeva il campo di grano in cui fu sospinto. Che cosa ho da temere io? Il letto in cui morirò. Le vite che non vivo. La monotonia fino al deperimento fisico e dopo”.

La biografia del nonno Pawel Iglarz ritornerà quasi vent’anni dopo in Pawels Briefe (Le lettere di Pawel, 1999), un “Familienroman” accompagnato da fotografie, che si situa nel solco delle numerose storie familiari apparse in Germania negli ultimi dieci anni. La ricerca di un passato nazionale condiviso e di continuità intergenerazionali, sollecitata dalla riunificazione delle due Germanie e permessa dal superamento delle contrapposizioni ideologiche, passa nella nuova narrativa tedesca attraverso l’esplorazione del passato familiare e attraverso la riscoperta di piccole storie di sofferenza, di eroismo, di miseria, di divisioni e di riappacificazioni familiari attorno a cui si sono coagulati i destini privati durante i decenni tragici del Novecento tedesco.

Anche la famiglia della Maron fu segnata dapprima dalle persecuzioni e dai rivolgimenti della guerra e poi dalle divisioni ideologiche e dalla rimozione del passato dovuta all’enfasi di un nuovo inizio nella Germania socialista. I nonni polacchi, l’ebreo convertito alla religione battista Pawel e la nonna Josefa, cattolica e anch’essa convertita al battismo, stabilitisi a Berlino nel 1905, furono ricacciati in Polonia nel 1939 a causa delle persecuzioni antiebraiche dove morirono senza poter rivedere i figli, rimasti nella capitale tedesca; Pawel morì nella primavera 1942, forse fucilato in un bosco attorno a Belchatow o gasato nel campo di sterminio di Chelmno, mentre Josefa morì nel giugno 1942 di morte naturale nel suo villaggio natale.

Il romanzo prende lo spunto dalla riscoperta a metà degli anni Novanta di un fascio di lettere, importanti e commoventi, inviate da Pawel ai figli durante la detenzione nel ghetto di Belchatow e di cui l’ormai anziana madre dell’autrice, Hella, non ricordava neppure più l’esistenza. Il trauma della perdita dei genitori e lo slancio di una nuova rinascita dopo l’“ora zero” del 1945 sono gli elementi psicologici e storici che aiutano a comprendere la rimozione del ricordo da parte di Hella. “Il 1945 è stato per me come una rinascita” ‒ confessa Hella alla figlia: nel maggio 1945 Hella aveva infatti aderito con entusiasmo al comunismo e aveva conosciuto il futuro marito Karl Maron, appena rientrato dall’emigrazione sovietica e all’epoca vicesindaco nella Berlino amministrata dai russi (la madre di Monika si era di fatto separata dal padre della figlia nel 1943, quando questi era andato in guerra sul fronte orientale). L’iscrizione alla scuola di Partito, il trasferimento con la figlia nel settore sovietico di Berlino e il matrimonio con Karl Maron nel 1955 segnano le ulteriori tappe del percorso politico di Hella.

Pawels Briefe è anche il racconto sensibile e profondo di un rapporto conflittuale tra madre e figlia, irrimediabilmente segnato dalle divergenze politiche: la Maron ricorda infatti il proprio progressivo allontanamento dal comunismo, culminato durante un viaggio a New York nel 1975, il senso di liberazione percepito al momento della morte del padre adottivo nel 1975 e i lunghi mesi di distacco dalla madre che non aveva accettato la pubblicazione nella Germania “capitalista” del primo libro della figlia (Flugasche, appunto). La Maron non risparmia critiche taglienti e amare alla cecità ideologica della madre e al contempo alla supponenza e alla protervia di un’intera generazione, quella dei “padri fondatori” della DDR, che ha saldamente detenuto il potere per decenni, reprimendo ogni dissenso, censurando ogni opinione discordante e costringendo la generazione dei figli a un perenne e frustrante stato di sudditanza e di minorità intellettuale e politica.

Anche qui, come in Flugasche, la figura intelligente, tollerante e umana del nonno si staglia in una dolorosa dissonanza con il furore ideologico della generazione seguente: “Niente nella sua vita [di Hella] prima del 1945 – né la sua provenienza, né la sua educazione, né il suo senso di giustizia e neppure il suo amore per la libertà – può spiegarmi perché ella abbia fatto parte nei decenni successivi di coloro che hanno rinchiuso in prigione i loro nemici politici, hanno vessato i cristiani, hanno proibito libri, che hanno murato un intero popolo e lo hanno fatto spiare da un colossale servizio segreto. Perché le figlie di Pawel, Hella e Marta, sono andate a finire con gente simile?”.

La resa dei conti con la generazione dei fondatori della DDR era già peraltro al centro dell’intenso e fortunato romanzo Stille Zeile sechs (Via alla Quiete, 6), la cui stesura risale agli ultimi anni Ottanta e che fu pubblicato nella Germania unificata nel 1991. Ricompare nella vicenda narrata la storica Rosalind Polkowski, già protagonista del precedente Die Überläuferin (La transfuga, Germania Federale 1986), un romanzo dalle articolate valenze simboliche, non privo di forzature e artificiosità, che mostra il debito della Maron nei confronti del surrealismo e del teatro dell’assurdo. In Via alla Quiete, 6, ambientato a Berlino Est a metà degli anni Ottanta, Rosalind accetta l’incarico di aiutare un anziano e importante ex-rappresentante del regime a dattiloscrivere le sue memorie. Il confronto/scontro con il vecchio Beerenbaum provoca in Rosalind l’affiorare di dolorosi ricordi d’infanzia legati alla figura del padre, Fritz Polkowski, un rigido comunista a cui Beerenbaum assomiglia nel percorso politico e di formazione e persino nel vestiario.

L’estrazione sociale – la provenienza da una famiglia proletaria, il modesto percorso di studi, l’emigrazione a Mosca – sono peraltro tratti biografici che ricordano molto da vicino lo stesso padre dell’autrice, Karl Maron, nonché altri politici di spicco della DDR, come Erich Honecker. Beerenbaum incarna tutto ciò che Rosalind ha sempre odiato: la supponenza dei vecchi, la preclusione ideologica, il dogmatismo, la pochezza intellettuale e la compiaciuta incultura dei comunisti al potere nel suo Paese. Da qui l’affiorare in Rosalind di istinti aggressivi e omicidi: Rosalind desidera la morte di Beerenbaum, trasparente simbolo dell’uccisione del padre di freudiana memoria: “in quell’istante capii che tutto dipendeva dalla morte di Beerenbaum, dalla sua di morte e da quella della sua generazione. Solo quando le loro imprese non fossero più state sacre per nessuno (…) avrei saputo che cosa mi sarebbe piaciuto fare nella vita. E allora sarebbe stato troppo tardi” pensa Rosalind dinanzi al vecchio interlocutore che rievoca le sue azioni durante la lotta antifascista.

Beerenbaum muore d’infarto alla fine di un concitato scontro verbale con Rosalind che lo interroga con domande incalzanti e provocatorie e, del resto, il racconto del rapporto tra il vecchio funzionario e la più giovane storica è racchiuso proprio all’interno del racconto del funerale dell’uomo. La fragilità fisica del vecchio e l’impotenza di Beerenbaum cadavere, nonché le modalità della sua morte, sembrano capovolgere lo schema di carnefice e vittima. La ribellione di Rosalind e l’esaudirsi del suo desiderio in merito alla morte di Beerenbaum rappresentano un riscatto, seppur tardivo, per una generazione che è stata schiacciata dai genitori, rappresentanti di uno Stato vessatorio e coercitivo (un noto libro del 1979 dello scrittore tedesco-orientale Thomas Brasch, quasi coetaneo della Maron e anch’egli figlio di un ministro della DDR, s’intitolava efficacemente Prima dei padri muoiono i figli).

Lo sconsolato “e allora sarebbe stato troppo tardi”, che chiude la citata riflessione di Rosalind, ci introduce alla tonalità malinconica, seppur non rassegnata e mai vittimistica, che connota gli ultimi romanzi della Maron, da Animal Triste (1996), una dolente storia d’amore tra una donna dell’Est e un uomo dell’Ovest nella Berlino dei primi anni Novanta, in cui emergono, ineliminabili, le tracce della diversa formazione culturale e politica degli ex-cittadini delle due Germanie, e il “dittico” composto dai romanzi Endmoränen (Morene terminali, 2002) e Ach Glück (Ah, felicità, 2007) che hanno come protagonista una scrittrice di biografie di mezz’età, Johanna Märtin, originaria della Germania dell’Est, che tenta di ridare forma alla propria biografia professionale e privata dopo i dissesti e i rivolgimenti dell’Ottantanove.

L’ultimo libro della Maron, Bitterfelder Bogen (2009), è un reportage da Bitterfeld che chiude un cerchio nell’opera della scrittrice, riallacciandosi al primo romanzo Flugasche; la Maron illustra, anche con l’ausilio di fotografie del figlio Jonas, la trasformazione di Bitterfeld, un tempo la “città più inquinata d’Europa”, in un moderno centro di produzione di pannelli solari. A dispetto delle profezie delle Cassandre ostili alla riunificazione, quali Günter Grass, la scrittrice ci mostra come la caparbia volontà dei tedeschi abbia portato a rifiorire una zona ecologicamente devastata e compromessa sotto il profilo sociale e lavorativo.

Paola Quadrelli

 Bibliografia italiana
Via alla Quiete, 6, trad. di Marina Jarre, Bollati Boringhieri 1994
Animal Triste, trad. di Isabella Bellingacci, Mondadori 1997
La mia Berlino, trad. di Maria Anna Massimello, Bollati Boringhieri 2005

 

da Pulp Libri, gennaio-febbraio 2012

 

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