Pesce nell’acqua

(Simone Gaiacopi, pesce/antipesce, olio su tavola, 57 x 61, 2009, via premioceleste.it)

Theodor W. Adorno

A partire dal momento in cui l’apparato di distribuzione dell’industria superconcentrata sostituisce la sfera della circolazione, questa comincia una strana postesistenza. Mentre sparisce la base economica delle professioni intermediarie, la vita privata di innumerevoli persone diventa quella di agenti e mediatori, e il regno del privato viene inghiottito in blocco da una misteriosa attività, che ha tutte le caratteristiche dell’attività commerciale, senza che, propriamente, ci sia nulla da fare o da trattare. Gli individui in preda alla paura, dal disoccupato al personaggio in vista che teme di suscitare da un momento all’altro la collera di coloro di cui rappresenta l’investimento, credono di potersi raccomandare all’executive concepito come onnipresente solo con un’estrema sensibilità e diligenza, una disponibilità costante, artifizi ed astuzie – qualità di commercianti; e presto non c’è più un rapporto che non miri ad altri rapporti, nessun impulso che non sia stato sottoposto a una censura preventiva, per vedere che non si scosti dal canone di ciò che è gradito. Il concetto di relations, una categoria di mediazione e circolazione, non si è mai dispiegato veramente nella sfera della circolazione vera e propria, sul mercato, ma in gerarchie chiuse, di tipo monopolistico. Ora che l’intera società diventa gerarchica, le torbide relazioni si introducono e si stabiliscono anche là dove c’era ancora l’apparenza delle libertà. L’irrazionalità del sistema si rivela – non meno che nel destino economico del singolo – nella sua psicologia parassitaria. Prima, quando sussisteva ancora qualcosa come la famigerata separazione borghese di professione e vita privata, – e verrebbe quasi da rimpiangerla, – era squadrato con diffidenza, come un intruso senza creanza, chi perseguiva scopi nella vita privata. Oggi appare come un arrogante, estraneo e fuori posto, chi si abbandona al privato senza che sia dato scorgere in lui un’intenzione precisa. Chi non mostra di «volere» qualcosa, è quasi sospetto: non si crede che, senza legittimarsi con controrichieste, possa rendersi utile a un altro nella caccia al boccone. Innumerevoli individui fanno la loro professione di uno stato che nasce dalla liquidazione della professione. Sono le persone per bene, gli amabili, che sono amici con tutti, i giusti, che scusano umanamente ogni bassezza e – incorruttibili – diffamano come sentimentale ogni impulso non regolato. Essi sono indispensabili per la conoscenza di tutti i canali e gli sbocchi del potere, presentono i suoi verdetti più segreti e vivono della loro pronta comunicazione. Essi si trovano in tutti i campi politici, anche là dove il rifiuto del sistema passa per ovvio, e ha dato origine a un fiacco e scaltrito conformismo di nuovo tipo. Spesso seducono con una certa benevolenza, con la partecipazione simpatetica alla vita degli altri: altruismo calcolato. Sono intelligenti, arguti, sensibili e reattivi: hanno lucidato il vecchio spirito commerciale con le ultime conquiste della psicologia. Sono capaci di tutto, anche di amare, ma sempre senza fedeltà. Non ingannano per impulso, ma per principio: e valutano anche se stessi come un utile che non concedono a nessun altro. Allo spirito li unisce affinità elettiva ed odio: sono una tentazione per i temperamenti meditativi, ma anche i loro peggiori nemici. Poiché sono loro ad aggredire e corrodere sottilmente gli ultimi ripostigli della resistenza, le ore che restano libere dalle esigenze del meccanismo. Il loro individualismo in ritardo avvelena ciò che resta dell’individuo.

Theodor W. Adorno

da: Minima moralia, traduzione di Renato Solmi, Torino, Einaudi, 1954, pp. 16-17

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