Due pezzi berlinesi

Un fotogramma da Barbara di Christian Petzold

[Il mese scorso ho seguito la Berlinale per il blog di Close-Up. Riipropongo qui le recensioni a due dei tre film tedeschi in concorso, Barbara di Christian Petzold e Gnade di Matthias Glasner. Il terzo, Was Bleibt di Hans-Christian Schmid, è stato recensito da Giovanella Rendi. M.G.]

Matteo Galli

1. Barbara di Christian Petzold

Il regista tedesco Christian Petzold (1960) è un frequentatore abituale della Berlinale, fin dal 2000, dai tempi di Die innere Sicherheit, l’unico suo film che seppur in modo semi-clandestino è girato anche in Italia con il titolo inglese The State I am in. Da allora Petzold di film ne ha girati sette, cinque dei quali con la stessa attrice protagonista, Nina Hoss, divenuta, nella sua algida bellezza, ormai un binomio inscindibile col regista e premiata nel 2007 con l’Orso d’Argento per Yella.

Malgrado in Italia sia pressoché sconosciuto, Petzold è – forse insieme al solo Andreas Dresen (1963) – il regista tedesco fra quelli nati negli anni ’60 che ha saputo costruirsi una cifra stilistica assolutamente riconoscibile, una cifra che potrebbe essere riassunta con l’espressione di “melodramma freddo”, in qualche misura tributario di Rainer Werner Fassbinder, di cui quest’anno ricorre il trentennale dalla scomparsa. Senonché lo stile di Petzold si è ben presto raggelato in maniera (sequenze ricorrenti in guisa di leitmotiv, musica sempre soltanto diegetica, dialoghi rarefatti, gusto estetizzante della messa in quadro, citazionismo), i film del regista, forse anche in conseguenza dell’insistita presenza di Nina Hoss che fa sempre un po’ lo stesso personaggio (verrebbe da paragonarla a Margherita Buy) si assomigliano tutti, sia che ci parli del dramma dei bambini scomparsi, com’era successo in Gespenster (l’unico film degli ultimi anni senza la Hoss), sia che ci parli della New Economy, come in Yella, sia che rimetta in scena Ossessione nei non-luoghi della pianura brandeburghese, come accade in Jerichow, sia che, come in Barbara, il film odierno presentato in concorso, si parli della DDR.

Da qualche anno a questa parte Petzold prova in verità una particolare attrazione per i luoghi, i paesaggi della DDR, finora si era limitato al presente – Yella veniva da Est, Jerichow, come detto, a Est è ambientato, persino la trilogia televisiva intitolata Dreileben, co-produzione Panorama-Forum della scorsa Berlinale era ambientata a Est – stavolta invece, lui regista socializzato a Ovest, si avventura su un terreno scivolosissimo, ossia il passato della DDR, segnatamente gli anni ’80, dunque proprio in quel decennio in cui è collocato il film (occidentale) di maggior successo di ambientazione DDR degli ultimi anni, ossia Le vite degli altri. Terreno scivoloso perché di nuovo il rischio è quello di suscitare l’ennesimo dibattito sulla sovranità ermeneutica: perché un regista occidentale – anche se Petzold è figlio di profughi dalla DDR e dunque le storie legate a quel paese hanno fatto e fanno parte della memoria comunicativa e familiare – va ad immischiarsi in un periodo della Storia che non conosce?

Va subito detto che Petzold riesce alla grande a sottrarsi a questo rischio, è il suo stile (la sua maniera) ad aiutarlo, perché non ambisce neanche un po’ a quella presunta correttezza documentale, sempre e pesantemente in odore di blooper, di cui Henckel von Donnersmarck spavaldamente ebbe a vantarsi, sicuramente Barbara non verrà mostrato alle classi in Germania e in giro per il mondo per raccontare come “era” davvero la DDR. Barbara è in tutto e per tutto un film di Petzold, ossia un film con una robusta dose di astrazione, dove il regista lavora per sottrazione, dove ovviamente ci sono le Trabant, c’è la Stasi, ci sono le case malandate, ma la vicenda, pur assolutamente radicata nella Storia tedesca, potrebbe certamente svolgersi altrove.

Siamo nella provincia, più o meno in quella stessa zona al confine fra il Brandeburgo e il Mecklenburgo, dove Petzold aveva girato Jerichow, Barbara, pediatra, vi arriva, sussiegosa e scontrosa, proveniente dalla Charité, l’ospedale della capitale, non ci è venuta di sua iniziativa, ce l’hanno spedita le autorità, d’altra parte la donna non fa mistero del fatto che da tempo ha inoltrato richiesta di emigrare ad Ovest. A nulla vale la gentilezza ben presto interessata del giovane primario, Barbara è inavvicinabile, rifiuta ogni contatto che non sia solo lavorativo, la Stasi la tiene d’occhio con perquisizioni periodiche, del resto, diciamolo pure, ne ha ben donde perché la dottoressa s’incontra clandestinamente con l’amante occidentale, rigorosamente in Mercedes con targa di Düsseldorf (più cliché di così…) e pianifica una fuga via mare, facendosi fornire dall’amante i soldi necessari per pagare chi l’aiuterà a scappare.

Con la DDR Barbara, ormai da tempo, ha chiuso, non distante da un’altra dottoressa famosa della letteratura della DDR, proprio degli anni in cui si svolge il film, la Claudia, creata da Christoph Hein ne L’amico estraneo. Ma a differenza di Claudia, Barbara non si è bagnata nel sangue di drago, c’è ancora una parte di lei che può essere toccata, la qual cosa, emerge quasi fuori tempo massimo, negli ultimissimi minuti del film, allorché la dottoressa decide di compiere un supremo sacrificio cedendo il posto a bordo di una minuscola e rudimentale moto d’acqua ad una ragazza, sua paziente, che di fuggire dalla DDR aveva decisamente più bisogno di lei. Del resto, a pensarci bene, non esiste mélo, neanche quello freddo di Christian Petzold, senza che venga compiuto un sacrificio. Che poi dal sacrificio nasca l’amore tardivo per il primario, Petzold ce lo lascia intuire ma non ce lo dice.

Come tutti i film di Petzold, anche questo è denso di relazioni intertestuali, di citazioni: da Huck Finn di Twain a Turgenev, da Hermann Broch (che ha pubblicato negli anni ’30 una novella intitolata per l’appunto Barbara con un plot molto simile a questo) a Rembrandt, senza dimenticare alcuni classici della cosiddetta “letteratura dell’approdo” anche questa rigorosamente targata DDR: da Christa Wolf a Brigitte Reimann. Se nessun distributore italiano si è finora arrischiato a portare Petzold in Italia è probabile che, a maggior ragione, neanche questo film lo convincerà.

2. Gnade di Matthias Glasner

Il cinema tedesco – bisogna pur dirlo – non versa in grande salute. I due contributi fin qui presentati in Concorso non sono sembrati memorabili. Qualche sbirciata nelle sezioni parallele – la rassegna dedicata ai talenti emergenti, “Perspektive deutsches Kino” e anche la rassegna dei candidati al “Lola” (i “Nastri d’Argento” di Germania) cui è dedicata un’apposita sezione, riepilogo dei migliori prodotti dell’annata appena trascorsa – non è particolarmente incoraggiante. Oggi, a Berlino, c’è stata una specie di ultima chiamata, il terzo film in concorso intitolato Gnade (Grazia) del regista Matthias Glasner, che aveva presentato qua anche il suo film precedente intitolato Der freie Wille, distribuito in molti paesi europei ma non in Italia. Il film, di poco inferiore alle tre ore, raccontava in modo crudo la vita di uno stupratore, interpretato da Jürgen Vogel che per quel ruolo vinse l’Orso d’Argento.

Vogel (conosciuto in Italia come l’insegnante interprete de L’onda) è l’icona di Glasner almeno quanto Nina Hoss è l’icona di Petzold. Stavolta interpreta un ingegnere petrolifero che accetta un lavoro super-pagato nella Norvegia settentrionale, addirittura a nord del Circolo Polare Artico. Insieme a lui la moglie, infermiera in un ospedale per malati terminali e il figlioletto dodicenne leggermente immusonito, in pieno trip-I-Phone che filma tutto, soprattutto i genitori, ciò che presenta qualche risvolto leggermente inquietante. Tutta la prima parte del film si svolge nei mesi della notte artica, quando praticamente la luce non fa mai breccia. Dopo poche scene si capisce che la collocazione temporale non è casuale: tornando a casa, esausta per un doppio turno all’ospedale la moglie (interpretata da Birgit Minichmayr, anche lei titolare di un Orso d’Argento, tre anni fa) investe qualcosa/qualcuno con l’automobile e anziché tornare indietro va a casa, racconta tutto al marito che si rimette in macchina, torna sul presunto luogo dell’incidente e, complice il buio, non trova/vede nulla. I due si consultano e, pur con qualche esitazione, decidono di non denunciare niente alla polizia, non lo fanno subito, anche perché non sanno che cosa sia davvero successo, e non lo fanno neanche l’indomani quando scoprono che l’incidente è costato la vita ad una ragazza di sedici anni, sorella di un compagno di scuola del figlio. L’ingegnere, va detto, è anche uno straordinario carrozziere perché in quattro e quattr’otto rimette a posto la macchina, cancellando ogni traccia dell’incidente.

Questa è la situazione, chiara dopo circa tre quarti d’ora di film. Ma il film dura 132 minuti. Che fare nella successiva ora e mezza? Glasner e il direttore della fotografia decidono innanzitutto di trarre il massimo profitto dalla location offrendoci innumerevoli scorci dell’oceano, delle nevi perenni, delle luci notturne, della pesca al salmone previa trivellazione del ghiaccio, panoramiche dall’alto con tanto di elicottero, un rigoglio formale che dopo un po’ risulta stucchevole. Dopodiché la parola passa allo sceneggiatore norvegese, il quale si mette a giocare con l’orizzonte d’attesa e l’archivio filmico dello spettatore dispiegando una serie di opzioni. La prima opzione, in ordine di tempo, la chiameremo opzione “Benny’s Video”: il figlio, si diceva un po’ inquietante e con dei deficit relazionali niente male, denuncerà i genitori, per innata cattiveria o per punirli della loro genitorialità disfunzionale (prima del trasferimento in Norvegia i due erano stati molto vicini alla separazione), ma il ragazzino in fin dei conti sembra innocuo, l’opzione uno viene scartata; la seconda opzione è l’opzione “Fatal Attraction”, l’ingegnere non fa in tempo ad arrivare in Norvegia che si porta subito a letto una collega, a cui, in un momento di fragilità, rivela l’accaduto per poi, avendo ben altri pensieri per la testa, decidere di troncare la relazione, ciò che scatena una reazione abbastanza incontrollata della malcapitata, con un paio di telefonate che lasciano presagire che quella rivelazione all’ingegnere potrebbe costare cara, ma poi la collega cambia aria e se ne torna a Oslo, quindi anche la seconda opzione, dopo qualche ammiccamento, viene scartata; la terza opzione è l’opzione “Crimes and Misdemeanors”, il delitto senza castigo e il senso di colpa che il tempo affievolisce “And then one morning, he awakens. The sun is shining, his family is around him and mysteriously, the crisis has lifted. He takes his family on a vacation to Europe and as the months pass, he finds he’s not punished.”, ma neanche questo accade.

Non vi rivelo la scelta finale dei coniugi. Sicuramente un ruolo importante lo svolge, da un lato, la stagione dell’anno – dalla notte alla luce, dalla disperazione alla salvezza – e dall’altro la “grazia” di cui al titolo che ha tutta l’aria di essere qualcosa anche di molto connotato in senso religioso, visto che la decisione matura dopo che l’ingegnere fa il suo ingresso in chiesa, mentre la moglie e anche i genitori della ragazza morta stanno cantando in un coro. Un po’ troppo lungo, un po’ troppo compiaciuto, un po’ troppo smaccato nel portare a spasso lo spettatore fra le varie opzioni, il film di Glasner resta tuttavia a mio avviso il migliore film tedesco del concorso, non foss’altro per il fatto che finalmente usciamo dalla Germania, dalla Germania della borghesia colta, quella renana e post-ibseniana del film di Schmid e quella anni ’80 del film di Petzold, targata DDR. Qui, per lo meno, nessuno legge un libro – e l’ingegnere, nei ritagli di tempo, si limita a mandare avanti la sua farm artica, con pecore e galline.

 Matteo Galli

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