Friedrich Dürrenmatt, La valletta dell’Eremo

[Ancora da Compagni segreti. M.S.]

Eraldo Affinati

Passano gli anni e Friedrich Dürrenmatt, scomparso nel 1990, continua a crescere nella nostra considerazione. Chi meglio di lui, indimenticabile scrittore svizzero di lingua tedesca, ha saputo rappresentare la tenebra interiore degli uomini contemporanei? Non lo scacco clamoroso del cavaliere che esce sconfitto dal grande cimento, sconosciuto alla maggior parte di noi, ma l’abulia quotidiana, il tarlo esistenziale, il disguido imprevedibile da cui ben pochi possono dirsi esclusi. Alziamo il bicchiere in un brindisi gioioso per festeggiare i nostri successi e una goccia di rum inavvertitamente cade sul polsino della camicia, la macchia si espande minacciosa ad annunciare chissà quali tragedie: qui Dürrenmatt entra in scena. La sua opera drammaturgica e narrativa si è forgiata nel secolo delle meraviglie scientifiche e degli orrori bellici, quando i fisici nucleari si fingono pazzi per non rivelare al governo il loro segreto e le vecchie signore tornano nel paese d’origine con l’intenzione di uccidere chi le sedusse da giovani: recidere i sogni, gettare una gigantesca ombra sulle patetiche speranze di rinnovamento umano, questa è stata la specialità di Friedrich Dürrenmatt. 

Quasi in ogni suo testo scopriamo con raccapriccio pari all’incredulità una folla di volti anonimi impegnata a sbirciare da dietro le tendine di una casa chiusa ermeticamente la progressiva dissoluzione di un uomo che ha cercato, a tutti i costi, di affermare la verità, fuori e dentro se stesso, senza essere riuscito a cavare il classico ragno dal buco. Il prototipo di questo personaggio ossessivo altri non era che l’autore medesimo, come si evince dalla lettura di La valletta dell’Eremo, andato in stampa per la prima volta nel 1986: uno dei risultati più intensi nella produzione dello scrittore. Composto agli inizi degli anni Ottanta, il racconto rievoca con pietosa amarezza e ironico, senile disincanto, il lungo soggiorno di Friedrich Dürrenmatt a Neuchâtel dove egli decise di abitare, insieme alla prima moglie, sin dal 1952, quando aveva 31 anni e voleva fuggire dai pettegolezzi dell’ipocrisia borghese che credeva di respirare a Berna, Basilea e Zurigo, così com’era scappato dal villaggio natio, Konolfingen, dove lui, figlio del pastore protestante della locale parrocchia, non ebbe mai vita facile. Lo scrittore racconta eventi personali: un tetto da riparare, la visita di un amico, un infarto diagnosticato con rischioso ritardo. Una cappa di grigiume avvolge questo spezzone di diario: sembra che le nebbie lacustri filtrino nelle intercapedini narrative, eppure difficilmente il lettore stacca gli occhi dal libro. Oggi l’appartamento di Neuchâtel, che ospitò l’illustre scrittore fino alla morte, è diventato un museo, trasformato in centro culturale dall’architetto ticinese Mario Botta: chi lo visita può ammirare, fra l’altro, anche i quadri, i disegni e le caricature di Dürrenmatt; tuttavia i rapporti con gli abitanti della cittadina francofona non furono propriamente idilliaci.

La Valletta dell’Eremo  sta lì a dimostrarlo: ciò che colpisce in questo testo autobiografico è il punto di vista ravvicinato su se stesso e nei riguardi del paese svizzero sulle rive dell’omonimo lago. E’ come se Dürrenmatt applicasse una lente d’ingrandimento alle cose, non per vederle con esattezza, ma nel tentativo d’ingigantirle, facendole uscire dalla realtà, alla maniera di corpi estranei, secondo una tensione espressionistica. E alla fine sentiamo scoppiare sempre una fragorosa risata in lontananza, come nella formidabile scena, posta nelle prime pagine del racconto, dei tori da monta ingannati da un marchingegno-vacca per essere spremuti di sperma da impeccabili signorine in camice. I possenti animali, compiuta quella che nella nostra prospettiva è una grottesca prestazione ma per loro costituisce un atto naturale, sonnecchiano placidi sulla paglia mentre gli assistenti passano accanto ai campioni con rispetto e circospezione. “Le stalle, poi, hanno qualcosa di nordico, richiamano il Walhalla, qui si può riposare bene, ci si coricherebbe volentieri accanto agli eroi.”

Questa visione non avrebbe l’impatto che ha se non fosse legata a una altrettanto potente evocazione posta quasi al termine del racconto: quella della discarica-immondezzaio, costruita dietro l’abitazione di Dürrenmatt, dove un orrendo pozzo nero bolle come magma infernale: “Luoghi simili intaccano qualunque patriottismo” commenta il narratore. E aggiunge: “Questa lurida brodaglia scura si infiltrava lentamente tra gli strati rocciosi sui quali, più sotto, poggiavano la mia casa e il mio studio, e si scavava una via fino a raggiugere il lago, i suoi pendii rocciosi e le sue rive, dove si adagia la città.”. I due episodi si richiamano, non tanto nella forma, imperniata sullo stile essenziale di un artista giunto al culmine della propria saggezza, quanto nel circuito simbolico che mettono in mostra: dal liquido seminale ai rifiuti biologici, a indicare il triste destino della specie cui apparteniamo. Ma è nella successiva considerazione finale che Friedrich Dürrenmatt porta il colpo decisivo: la memoria della discarica gli fa tornare in mente il racconto di un attore tedesco il quale, arruolato nella Wehrmacht, durante l’invasione dell’Unione Sovietica, scoprì un campo di funghi in cui saziò la sua fame. Al ritorno, nella ritirata, nei pressi di quello stesso bosco, legge un cartello con su scritto “Katyn”: il posto in cui Stalin fece trucidare migliaia di ufficiali polacchi. In quel momento gli affiora alle labbra una battuta del Woyzeck: “I funghi, signor dottore, ecco cos’è! Ha già visto in quali strane figure i funghi escono dalla terra?” E così, riflette Dürrenmatt, mentre un tempo sui depositi di immondizie potevano nascere parchi giochi, oggi non più: “Le figure dei funghi sono diventate le figure che gli uomini lasceranno sulla terra: discariche di scorie radioattive come uniche testimonianze che è esistita, una volta, la scimmia predatrice uomo.” (2002).

Eraldo Affinati

da: Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori, Roma, Fandango Libri, 2006, col titolo Friedrich Dürrenmatt: L’immondezzaio.

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