Diario berlinese 26: In Rom

                                                                                                                                     Matteo Galli

Vediamoci per un vino a casa mia, alle 19. Voi come lo capireste? Per me è un aperitivo. E invece era una cena. Solo che avevo già fissato per cena con un amico, alle 21. L’appuntamento era a Arkonaplatz, una delle piazze più carine della zona di confine tra Mitte e Prenzlauer Berg, dove la domenica c’è un bel mercatino delle pulci. Ci abita Maxim Biller. Ma non sono andato a casa sua.

La cosa risale a un paio di anni fa. Il “Literarisches Colloquium” organizza un incontro fra scrittori e traduttori con presentazioni di libri. A seguire una cena a buffet. Mi ritrovo seduto accanto a una scrittrice di cui possedevo un paio di libri ma che non avevo mai letto, Jenny Erpenbeck. Con il suo primo libro, la storia di una trovatella nella tradizione di Kaspar Hauser “Geschichte vom alten Kind” (“La storia della bambina vecchia”) nel 1999 aveva ottenuto buoni consensi da parte della critica e da allora aveva scritto quattro o cinque libri con una caratteristica per me rara e impagabile: libri brevi, controcorrente rispetto alla logorrea imperante nel mercato editoriale tedesco. Scoperto che sono italiano, mi comunica in tono leggero e con una bella risata aperta che mi rimane impressa che con un suo grande rammarico le sue opere sono state tradotte in molte lingue, ma in italiano no. E la cosa per lei è un autentico cruccio. Le chiedo come mai. Perché questa predilezione per l’Italia, le domando. E lei mi dice che ci ha vissuto per un anno da bambina. Capita, niente di strano, lei è del 1967, chissà quanti freak dell’Italia, dell’Eurocomunismo, di Gramsci, Pasolini e Basaglia hanno vissuto in Italia negli anni ’70. E invece in questo caso le cose stanno in modo leggermente diverso. Perché la bambina in questione veniva dalla DDR. E che una bambina proveniente dalla DDR trascorresse un anno a Roma era decisamente una rarità. Tutto è dovuto al fatto che la madre di Jenny era legata con l’allora ambasciatore della DDR a Roma, Klaus Gysi, uomo della prima ora della SED, ministro della cultura e per le “kirchliche Fragen” (“questioni religiose”); Klaus è il padre di Gregor, uno dei fondatori della PDS poi ribattezzata “Linke” di cui resta uno degli esponenti di spicco. La madre di Jenny aveva seguito il compagno fino a Roma. E Jenny con loro. Mi ha raccontato ieri sera che i bambini potevano seguire i genitori in missione diplomatica nel “kapitalistisches Ausland”soltanto fino alla quarta elementare. Quelli più grandi dovevano restare in patria e venivano sistemati in un apposito collegio per figli di diplomatici. Jenny faceva la seconda e dunque era potuta partire. E si era ritrovata a Roma in una specie di enclave con altri bambini dell’ambasciata, dove, in piccolo, erano riprodotte tutte le strutture educative del sistema scolastico della DDR, con tanto di “Pionierleiterin” e di “Ordnerin”, con regolari scambi di visite e attestati di solidarietà e amicizia ai bambini dell’ambasciata sovietica a Roma, ma con una libertà incomparabilmente superiore rispetto a quella dei coetanei rimasti in DDR: quella di viaggiare per l’Italia, la Sicilia, Napoli, Capri, Firenze, Pisa. Forse quel soggiorno sarebbe potuto durare anche di più, ma fra l’ambasciatore e la mamma le cose non andavano più tanto bene; madre e figlia, dopo un anno, ripresero la via di casa. E l’ambasciatore rimase all’estero fino al 1978 (leggo che dopo Roma è stato ambasciatore al Vaticano e a Malta).

Adesso il sogno di Jenny si è avverato perché da Zandonai esce la traduzione di quello che forse è il suo libro migliore “Heimsuchung”. Lo ha tradotto Ada Vigliani, e quindi c’è da stare tranquilli. Si chiamerà “Di passaggio”. A novembre Jenny verrà a Ferrara a un convegno che ho organizzato. E’ una persona davvero simpatica che ha confermato in tutto e per tutto la mia prima impressione.

Jenny è sposata o comunque vive con un noto direttore d’orchestra originario di Graz e hanno un figlio di nove anni che suona il violoncello. Wolfgang, il marito, conosce bene l’Italia, adora Trieste e ha vissuto anche lui per un periodo a Roma, prima di Jenny, sul finire degli anni ’60, dove ha studiato direzione d’orchestra con Franco Ferrara. Era ospite della foresteria dell’Istituto Austriaco di Cultura. Il pianoforte era nei sotterranei e lui trascorreva intere ore a fare esercizi. Al piano di sopra in quegli stessi mesi alloggiava Elias Canetti.

Domattina riparto per Firenze – e storie del genere mi mancheranno.

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One Response to Diario berlinese 26: In Rom

  1. Maurizio Pirro says:

    e allora grazie di cuore, Matteo, è fin troppo facile chiosare la conclusione del tuo diario dicendo che sarà la tua puntata a mancare a molti, ma credo che per diversi frequentatori del blog la lettura delle tue note quotidiane abbia rinnovato il piacere di alcune memorabili, più antiche scritture agostane (penso ai tre uomini in bici dell’estate di dieci anni fa, da Trieste a Istanbul). Buon viaggio dunque, e grazie ancora

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