Marcel Reich-Ranicki e la naturalezza

di Peter Handke
traduzione di Daniel Abbruzzese

L’immagine è presa da qui.

È difficile non scrivere una semplice satira sulle produzioni del critico letterario Marcel Reich-Ranicki; e sarebbe divertente fare un montaggio di frasi tratte dalla raccolta delle sue recensioni. Ma questa satira avrebbe, come ogni satira, un limite: pur rendendo ridicolo l’oggetto esaminato, non lo metterebbe comunque in discussione; o meglio, sarebbe anche in grado di metterlo in discussione, senza però riuscire a spiegare per quale motivo l’oggetto diventi all’improvviso opinabile.

Per questo, non si tratta qui di ridicolizzare o di offendere, ma di portare l’attenzione sui modelli critici di Reich-Ranicki. Dei suoi clichés fondamentali fanno parte senza dubbio le frasi normative sulla realtà: la domanda decisiva per lo scrittore è “Ordunque, che mi dici della realtà?” Nella letteratura, sostiene Reich-Ranicki, “la vita viene a reclamare i suoi diritti”. “La realtà accertabile”, così pensa lui, “non si fa ignorare, alla lunga”. “Attingete a piene mani nella pienezza della vita umana…”, è anche questo un suo principio. Secondo Reich-Ranicki, sulle modalità di questo attingere non c’è da interrogarsi. Lo scrittore che scrive “come mangia”, dice, quello è uno scrittore a posto. Le parole “naturalezza”, “trasparenza”, “chiarezza” sono le lodi che usa in maniera più massiccia. La letteratura è per lui non qualcosa di prodotto, ma qualcosa che nasce da sé. La letteratura deve essere naturale. E siccome la letteratura non può certo essere naturale, essa deve almeno sembrare tale. Reich-Ranicki osserva il prodotto letterario come un frammento di natura. Come l’uccello in quell’antico aneddoto, egli va a beccare gli acini d’uva riprodotti fedelmente su un dipinto. (Il suo repertorio di termini critici è quello che si usava nei temi scolastici per descrivere le immagini.) Reich-Ranicki va a beccare le parole come se fossero la realtà. I procedimenti formali della scrittura non hanno per lui alcun valore. Non li considera problemi della letteratura, ma difficoltà personali dello scrittore, con cui “il lettore” non dovrebbe essere disturbato. Ciò che è riconoscibile del fare letteratura, Reich-Ranicki lo minimizza, usando l’amata parola “assemblaggio”[1]; anche “arte da laboratorio”  è uno dei sui soliti automatismi linguistici. All’obiezione che l’assemblaggio non è che una ricerca di moduli formali non ancora accettati, ovvero ancora innaturali, per rendere comprensibile la realtà di colui che di volta in volta scrive, egli risponde con un rimando a quegli autori che scrivono come mangiano: questi autori castigano, crede lui, gli pseudoavanguardisti, i necrofori della letteratura, che mentono anche su cosa mangiano. Che anche lo stile realista non faccia parte della natura, ma sia un modello prodotto, che, all’inizio, è apparso artificioso e amatoriale, per poi divenire, tramite l’uso e la consuetudine, naturale, egli sembra volerlo ignorare. Allo stesso modo, vuole ignorare che molti dei procedimenti compositivi attuali sono ormai divenuti naturali: che essi sono diventati, tramite la ripetizione e l’uso, un valido sostituto agli stantii moduli realisti: che perfino gli autori delle riviste illustrate si servono di giochi di parole, e che hanno assimilato come “naturale” e “realistico” il modulo del monologo interiore, che un tempo era percepito come formalistico e artificioso: il formalismo, l’artificioso di oggi, appartiene sempre in anticipo al naturale, al realismo di domani. Reich-Ranicki vuole ignorare che ogni metodo letterario, almeno finché ha un’utilità, appare artificioso, poiché rende evidente in ogni momento quanto sia il processo dello scrivere che la creazione letteraria siano prodotto, fatto non naturale, ovvero antirealtà: per lui una vera frase narrante, una frase scritta, è quanto di più naturale ci sia al mondo; ma una frase scritta che rende evidente che una vera narrazione, appena messa per iscritto, è quanto di più artificiale ci sia al mondo, lui la bolla come “modernista”, nonostante essa parli appunto della cosa più naturale che ci sia.

La letteratura realista ha, come il teatro realista, una drammaturgia automatizzata; mentre, tuttavia, sempre più spettatori sono coscienti di questa drammaturgia del realismo a teatro, della simulazione della realtà tramite immagini, tanto che non ne possono più di questa natura simulata sulle scene, il carattere ancora più fittizio della drammaturgia letteraria realistica, che simula la realtà non con le immagini, ma con le frasi, rimane ancor oggi, nel suo automatismo e nella sua ormai consueta naturalezza, riconoscibile solo per pochi. Le frasi stampate in successione, infatti, riescono a rendere più convincente la rappresentazione della realtà che suggeriscono, più delle porte finte sulla scena, soprattutto più della tridimensionalità della scena, tristemente riconoscibile, che vorrebbe significare un’altra realtà, ma fa così percepire la realtà negata allo spettatore come ancor più opprimente, certo involontariamente.

Così funziona anche con la letteratura naturalistica, realista, che, secondo Reich-Ranicki, per mezzo, per così dire, delle frasi stesse, “vede e rende visibile” una realtà: non è tuttavia questa realtà a farsi immagine, è piuttosto la falsità di questa letteratura a farsi opprimente, una letteratura che si spaccia per realistica, che rende invisibile la realtà delle frasi, che accetta ogni frase come un dono della natura, come determinata e non come determinante; una letteratura che non ispeziona con la parola le difficoltà nel determinare la realtà. Ma è chiaro: con Reich-Ranicki le obiezioni non portano a nulla: conosce il vecchio trucco, fare il finto tonto, perché non sa discutere (e non è mai in grado di discutere, si può esprimere solo con piglio vigoroso e retorico). “Confesso”, così inizia le frasi, di norma. Ma dopo aver confessato la sua incapacità di comprendere, sorvola sul non compreso.

“Perché la critica dichiara di quando in quando la sua impotenza o la sua incapacità di comprendere?” scrive Roland Barthes in “Miti d’oggi”: “Non succede certo per modestia; nessuno si sente meglio di colui che ammette di non capire nulla dell’Esistenzialismo, e nessuno è più sicuro di sé di chi invece confessa imbarazzato di non avere la fortuna di essere iniziato alla filosofia dello straordinario…”: ciò si adatta, sia pur in termini diversi, anche a Reich-Ranicki. Egli si sente sicuro, perché può sperare nel consenso di molti: fa spesso ampio uso della parola “noi”, oppure “il lettore”, o addirittura “il povero lettore”: Reich-Ranicki si interpreta come voce del lettore, all’incirca come il codice civile è espressione dell’uomo perbene medio. Chi sia il lettore, di questo Reich-Ranicki è sicuro: quando ad esempio scrive (quasi in ogni recensione) che in letteratura non si tratta di comunicare una realtà, ma di “rappresentarla”; quando egli (quasi in ogni recensione), per emettere un giudizio su un autore, ne usa le frasi a proposito di uno dei suoi personaggi, o di un altro scrittore, applicandole all’autore stesso, ecco, allora può essere sicuro del consenso del lettore perbene medio: “Ci avevo pensato anch’io!”, dirà quest’ultimo. Dovrebbe invece dire, a cose normali: “Non ci avevo mai pensato!” Reich-Ranicki si affida al lettore dal “sentimento indefinito”, che può poi dire “Ah! Ecco!”: siccome lui stesso, basandosi su un vocabolario assolutamente indiscutibile, e ormai meccanico, lavora non con il giudizio, ma solo con il pregiudizio, può tranquillamente fare affidamento su tutti pregiudizi del mondo. Alla sua maniera: egli non produce il risultato del suo lavoro di critico, ma lo comunica, quantomeno con gran temperamento. Ognuna delle sue frasi è già lì, pronta ad uso discrezionale, è una frase essenziale, che non arriva però all’essenza dell’oggetto. Nessuna frase si sviluppa in un’argomentazione, forse per arrivare a farsi comunicato, frase conclusiva: tutte le sue frasi sono già frasi conclusive, ovvero comunicati.

Reich-Ranicki, ormai da tanto, non si pone domande su se stesso. Lui, il critico letterario meno importante degli ultimi decenni, il meno interessante, ma al tempo stesso quello più convinto di sé, può naturalmente difendersi da ogni attacco con una delle sue frasi-comunicato: “Un critico letterario che vale qualcosa è sempre una figura controversa.” Per quel che mi riguarda, Reich-Ranicki non è affatto controverso.

(1968)

Il presente saggio chiude il volume: Marcel Reich-Ranicki, Lauter Verrisse, Piper, 1970, pp. 167-171.
È possibile leggere anche il testo originale, qui.

[1] Nell’originale Basteln, termine di solito afferente al bricolage.

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