Diario berlinese 18: Ping Pong

Matteo Galli

Comincio a scrivere questo post alle 18:22, fuori ci sono 25 gradi, temperatura ideale (a Firenze sono 40!) , appena reduce dall’ennesima sfida a ping pong con Federico, mio figlio, qui la tentazione è continua per via dei parchi, chissà quanti tavoli ci saranno a Berlino, secondo me non meno di mille. Certo, non è la stessa cosa, perché la rete è di ferro, il vento condiziona il gioco, ora c’è la sabbia, ora c’è l’ortica, ora gli sterpi, animali o bambini incuriositi, ma se penso che a Firenze per scovare un ping pong bisogna andare vicino al Museo Stibbert in una decrepita casa del Popolo, frequentata da gente piuttosto alticcia, extra-comunitari un po’ tristi e qualche dark, non sto certo a sottilizzare. In Italia ormai a ping pong si gioca solo alla “Wii”, ping pong virtuale, mi diceva il gestore di un bar d’Oltrarno che prima il tavolo ce l’aveva e ora l’ha tolto. Che tristezza. Altrimenti a Berlino io a ping pong gioco al “Mokum”, la “Eckkneipe” fra la Danzigerstraße e la Kollwitzstraße, in una stanza cieca intrisa di fumo, col parquet, mal illuminata, in mezzo a due divani sdruciti e tutti pieni di macchie, sedie da vecchio cinema, un tavolo con tre sgabelli e una postazione rialzata con la consolle per il dj, per amici e colleghi che stanno al Prenzlauer Berg questa è la “Stammkneipe” e lo è diventato anche per me. Dalla domenica a mercoledì si gioca a ping pong, dal giovedì al sabato lo spazio è a disposizione per ballare e per qualche raro concerto, anche se non capita spessissimo che la gente ci balli e i musicisti ci suonino. Gli stessi gestori hanno, a poche centinaia di metri, anche un locale ben più spazioso, il “Dazzle” più adatto alla disco. L’ora migliore per andare a giocare è dalle 19 alle 21, quando ancora non c’è nessuno, altrimenti invece devi difendere/contendere il tavolo a quattro categorie di persone: quelli che non sanno giocare affatto, quelli mezzi ubriachi che a malapena si reggono in piedi (l’altra sera c’erano tre ragazzi che univano entrambe le caratteristiche: non sapevano giocare e stavano a malapena in piedi, uno aveva una gestualità che sembrava John Travolta quando balla con Uma Thurman in “Pulp Fiction”, la ragazza mi ha ricordato Caterina Caselli quando faceva roteare i pugni prima di intonare “Nessuno mi può giudicare”, qui lei lo faceva prima di battere, dopodiché partiva la battuta, con la pallina che finiva da tutte le parti tranne che oltre la rete), quelli che ti propongono il doppio – e giocare a ping pong, secondo me, significa solo singolo – o, infine, peggio ancora, quelli che giocano al gioco che in Italia si chiama “americana” e in Germania “cinese”, si gira tutti intorno al tavolo, il primo che sbaglia esce, finché non restano due che si sfidano in una partita singola fino a 3. Se esci subito e se i concorrenti sono tanti, stai anche 10 minuti fermo con l’unica eventuale soddisfazione di ingombrare con la tua presenza chi rotea come un pazzo intorno al tavolo. Se proprio uno vuol essere gentile e solidale partecipa, ma in generale l’americana o cinese è una gran noia.

L’altro sport che occasionalmente pratico a Berlino è il calcio. Tramite un collega sono entrato in un gruppo che si ritrova d’inverno in una “Halle” non molto lontano da dove ieri sono arrivato con la bicicletta, ad Alt Mariendorf, si deve arrivare al capolinea della U6 e poi proseguire per un altro bel pezzo, ci sono andato una sola volta, per giocare un’ora stai in giro non meno di tre e allora ti passa un po’ la voglia. D’estate giocano alla “rostige Rampe” (“la rampa arrugginita”) sul pratone nei pressi del “Kanzleramt”, il prato è pieno di gobbe forse per via delle talpe ed è – a mia memoria – l’unica zona di Berlino infestata dalle zanzare, soprattutto sull’ora del tramonto. Zanzare perfide che ti pungono e non te ne accorgi e il bubbone scoppia 24 o anche 48 ore dopo (a Firenze, invece, le zanzare ci sono almeno 8 mesi su 12 e dappertutto). Si trovano a giocare da anni e hanno organizzato una cosiddetta “doodle-list”, con il calendario (sia d’estate che d’inverno il giovedì), chi viene deve iscriversi con un po’ di anticipo, sotto un numero minimo di partecipanti non si gioca. Il luogo dove si gioca d’estate, pur non ideale sul piano squisitamente “tecnico” è per me molto auratico: è uno dei luoghi che esprime al meglio la vastità e la tranquillità di Berlino, sullo sfondo la stazione, in lontananza il Reichstag, il cancellierato e la biblioteca del Reichstag, la Sprea, sull’imbrunire poi è proprio struggente giocare a due passi da dove non molto tempo fa, in fondo, c’era il vuoto, il deserto. Non c’è praticamente la linea del fallo laterale, ma quella di fondo sì, le porte sono fatte con i tubi innocenti, e Wulf l’organizzatore del gruppo – che lavora in un’agenzia viaggi, quando giochiamo fa il portiere, ogni settimana manda una mail come reminder per iscriversi alla doodle-list – ogni volta se li carica in macchina; dopodiché vengono piantati su dei tronchi di cono come quelli per gli ombrelloni. Finita la partita i tedeschi vanno a bere, io di solito inforco la bicicletta, salgo sul ponticello che scende giù nella Reinhardtstraße e torno a casa a farmi la doccia.

E’ passata un’ora esatta: a Berlino sono 24 gradi, a Firenze 36, accidenti in un’ora quattro gradi meno.

Matteo Galli

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One Response to Diario berlinese 18: Ping Pong

  1. Francesco Galli says:

    Articolo atipico, considerati quelli che hai scritto nel corso dei giorni precedenti.
    Non invidio affatto chi al momento si trova a Firenze, qui a San Diego a malapena si supera i 25 gradi, temperatura ideale.
    Il calcetto, il ping pong, le mostre interessanti che hai visitato, i film che hai visto… Tutto ciò mi fa venire voglia di Berlino. Ah, ma il prossimo anno 2 settimane là non me le toglie nessuno.

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