Ingeborg Bachmann, Diario di guerra

Ingeborg Bachmann e Hans Werner Henze, 1965 (via Ruhr.2010)

Cecilia Bello Minciacchi

 «Bientôt nous plongerons dans le froides ténèbres; / Adieu, vive clarté…». A questi versi del Chant d’Automne di Baudelaire tornava Ingeborg Bachmann appena diciottenne quando gli alleati sferravano gli ultimi attacchi su Austria e Germania. Attendeva che i bombardamenti finissero rimanendo all’aria aperta a leggere Il libro d’ore di Rilke o il Baudelaire ormai imparato a memoria. Non sapeva ancora che il Canto d’autunno avrebbe invece avuto un esito favorevole: «è l’estate più bella della mia vita e, dovessi campare cent’anni, queste resteranno la primavera e l’estate più belle. Della pace non si avverte un gran che, dicono tutti, ma per me è pace, pace!». Le pagine giovanili che ora possiamo leggere, pagine rapide, esatte e piene d’emozione, appartengono al Diario di guerra di Ingeborg Bachmann appena pubblicato da Adelphi con prontezza rispetto all’edizione tedesca del 2010 e addirittura con nuove informazioni in anticipo sulla ristampa. Del volume fanno parte sostanziale, non solo integrante, le lettere inviatele tra la Pasqua del ’46 e l’estate del ’47 da Jack Hamesh, l’ebreo viennese esule, arruolato nell’Armata Britannica, che Ingeborg conobbe nel giugno 1945 al termine del conflitto. Hamesh, di sei anni più grande, amante della lettura ma senza titolo di studi superiori, nel tono immediato delle sue lettere piene d’affetto per Ingeborg e per la sua famiglia, restituisce tutta la meraviglia dell’incontro, tratteggia il carattere e le inclinazioni della giovane, ancora non espressa scrittrice che appena finita la guerra riprenderà con passione gli studi letterari a Innsbruck e poi a Graz. È tutta orientata alla letteratura, Ingeborg Bachmann, che “riconosce” Hamesh, apparsogli «basso e bruttino» durante l’interrogatorio sostenuto per ottenere un documento, solo quando nominano insieme autori amati: «tutt’a un tratto abbiamo parlato di libri, di Thomas <Mann> e Stefen Zweig e Schnitzler e Hofmannsthal. Ero così felice, lui li conosce tutti e mi ha detto che non avrebbe mai pensato di trovare in Austria una ragazza così giovane con queste letture, nonostante l’educazione nazista. E di colpo tutto è stato completamente diverso, e gli ho raccontato dei libri».

Ingeborg è protesa al lavoro e interiormente già del tutto indipendente: la «pace!» della sua esclamazione calda di entusiasmo prelude ai programmi desiderati e divenuti all’improvviso realizzabili. Sa vedere lontano con l’energia vitale che le è restituita inaspettatamente dalla storia prima così dura: «Dio mio, chi avrebbe pensato qualche mese fa anche soltanto che ne saremmo usciti vivi! Ho ripreso ad andare ogni giorno sulla Goria, da sola e per sognare, sognare sogni magnifici! Studierò, lavorerò, scriverò! Perché sono viva, viva. Oh Dio, essere libera e vivere, anche senza scarpe, senza pane e burro, senza calze, senza… macché, sono tempi magnifici!».

I libri, d’altro canto, erano subito apparsi nel Diario come degli interlocutori e degli strumenti di salvezza personale all’interno della tragedia collettiva, la salvezza di morire da sola – ché in cuor suo aveva «già fatto testamento», lontana almeno dal buio umido e da quelle masse «torpide e mute» che si chiudono in rifugi dove è vietato parlare per risparmiare ossigeno. Meglio la luce e la letteratura: «Le giornate sono così piene di sole. Ho portato una sedia in giardino e leggo. Mi sono fermamente ripromessa di continuare a leggere quando cadranno le bombe».

Il pudore che si può avere nel leggere lettere o diari trova la sua giustificazione: sicuro, ma privo di presunzione, c’è già un destino, in queste pagine della Bachmann, un destino naturale, scaturito da motivazioni e predilezioni profonde, e un destino cercato con tenacia, fatto di applicazione e dedizione alla scrittura, di libertà e di autonomia. Riflesso nitido del suo bisogno di indipendenza ci viene da un rimprovero affettuoso, a distanza, di Jack Hamesh nelle lettere in cui le scrive delle prime speranze degli ebrei tornati in Palestina, del rapporto tra ebrei e arabi non ancora compreso nei suoi tragici sviluppi, e poi del senso di «totale sradicamento», di spaesamento e solitudine: «Una sola cosa continua a farmi male! Tu non hai detto nemmeno una parola a proposito di rivedersi o non partire o rincontrarsi un giorno da qualche parte».

Il Diario è diviso in due parti: la prima inizia nel settembre 1944, quando Ingeborg, ammessa all’Istituto Magistrale di Klagenfurt, scampa a un servizio di lavoro in Polonia, ma non si adegua agli “educatori” nazisti, agli adulti che «vogliono farci ammazzare» e mandano bambini a scavare trincee: è quella che Hans Höller nella sua Postfazione definisce «la rottura con il mondo militaristico dei padri», chiamando persuasivamente in causa il cosiddetto, straordinario, “capitolo dei sogni” del romanzo Malina. La seconda parte, maggio e giugno 1945, è piena di determinazione e di speranza.

Il testo del Diario di guerra, un dattiloscritto “in pulito” curato con fine scrupolo filologico, è in sé molto breve, ma la lettura risulta ricca e permette di ritrovare, al di là del documento umano e storico che rappresenta, dettagli e chiavi nuove per affinare l’interpretazione – o per interrogarsi sul rapporto biografia-letteratura – dell’incompiuto Libro Franza, là dove Lord Percival Glyde appare diversissimo da Jack Hamesh o dove, per parlare della liberazione, Franza usa un’espressione tratta quasi di peso dal Diario: «la più bella di tutte le primavere».

Verranno altri tempi di riflessione sulla violenza della Shoah, per Ingeborg figlia di un professore iscritto al partito Nazionalsocialista, tempi di inchiesta sulle cause di morte, sempre assassinii, sull’elaborazione della colpa – e sull’intrusione inesorabile della storia: «L’Io non è più nella storia, ma è la storia, oggi, a essere nell’Io», scriverà nelle Lezioni di Francoforte. E per noi è davvero «magnifico», oggi, poter leggere il punto, drammatico e urgente, in cui per lei il ribaltamento ha inizio: «Mio amato diario, sono salva»!

 Cecilia Bello Minciacchi

Ingeborg Bachmann, Diario di guerra. Corredato da lettere di Jack Hamesh a Ingeborg Bachmann, a cura di Hans Höller, traduzione dal tedesco di Elisabetta Dell’Anna Ciancia, Milano, Adelphi, 2011, pp. 132

da: «alias» – supplemento a «il manifesto», XIV, n. 27, 9 luglio 2011, p. 23 [col titolo redazionale La più bella delle primavere]

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