Erich Kästner, Fabian. Storia di un moralista

Oskar Nerlinger, Stadtbahn von Berlin, 1930

Michele Sisto

Berlino, tra la crisi del 1929 e la nomina di Adolf Hitler a capo del governo: il trentenne Jakob Fabian, germanista disoccupato, contempla den Gang vor die Hunde (questo il titolo scelto dall’autore, e rifiutato dall’editore), «l’andata in vacca» del suo paese e del mondo. «Dovresti deciderti una buona volta a far qualcosa di serio», lo punzecchia l’amico Labude. «Ma non so far nulla!». «Volendo, potresti». «Ma non voglio», sbotta Fabian: «Dov’è il sistema nel quale potrei funzionare? Non c’è, e niente ha senso».

Pubblicato nel 1931, tradotto una prima volta nel 1933 e una seconda, con prefazione di Cesare Cases, nel 1980, quando era luogo comune paragonare la situazione italiana a quella di Weimar, il romanzo di Erich Kästner, a lungo introvabile, torna per la terza volta, come a marcare un nuovo giro di giostra: «E adesso siamo di nuovo in sala d’aspetto e si chiama di nuovo Europa. E anche questa volta non sappiamo che cosa succederà. Viviamo alla giornata, la crisi non finisce mai».

Con Berlin, Alexanderplatz di Döblin Fabian è uno dei testi chiave di quella ‘nuova oggettività’ che, stando alla classica dicotomia di Lukács, pendeva più verso il ‘descrivere’ che verso il ‘narrare’: non andava cioè alle dinamiche profonde dei mutamenti sociali ma si fermava alla mimesi superficiale di ambienti, scene, tipi umani. Né Kästner, affermato autore di testi da cabaret e ‘poesia d’uso’, si proponeva di andare oltre uno spietato naturalismo, scabro come le stampe di Georg Grosz, esaustivo come Berlino: sinfonia di una metropoli di Walter Ruttmann. Fabian è una corsa con camera a mano per la Berlino di quegli anni tormentati, dove a reggere la macchina da presa è un ‘moralista’ che percorre fino in fondo la sua catabasi in un mondo immorale: dalla perdita del lavoro a quella dell’amico, dell’amata, della vita.

Lo schema è quello dell’entrata di un giovane in società, che ha i suoi classici in Il rosso e il nero e Le illusioni perdute, ma il montaggio delle scene è novecentesco, rapido, febbrile. Fabian lascia la provincia per conquistare la capitale, si laurea brillantemente, ma non riesce a farsi una posizione sociale e fa passi avanti solo nell’esercizio della disillusione: la grande città è un bordello a cielo aperto (brulicante di case d’appuntamenti, locali equivoci, donne e uomini ossessionati dal sesso), i giornali sono ostaggio del cinismo (il caporedattore Münzer inventa notizie false e poi la sera al bar, ubriaco, si dà del porco), la politica è ridotta a zuffa (due giovani operai, uno nazista e uno comunista, si sparano nella notte, col solo risultato di azzopparsi a vicenda), l’università è un covo d’invidie (Labude si spara quando un collega gli annuncia, mentendo, che la sua tesi di dottorato è stata respinta), il cinema è un miraggio con cui produttori lubrici adescano giovani aspiranti attrici (come Cornelia, per breve tempo amata da Fabian), e si potrebbe seguitare. A tutto questo il ‘moralista’ Fabian, «l’uomo incapace di piani prestabiliti, lo specialista dell’incertezza», non oppone una prospettiva rivoluzionaria, come l’amico Labude, ma il desiderio di «aiutare l’umanità a diventare onesta e ragionevole», ovvero la necessità di una lenta trasformazione dei modi di vita individuali (da cui l’allusione, nel nome, al riformismo socialista dei Fabians e, attraverso di loro, a Quinto Fabio Massimo il cunctator). Kästner ce lo mostra mentre soccorre un disoccupato ridotto a mendicare, un vecchio inventore espropriato di tutto fuorché delle sue idee e infine, tornato nella natia Dresda, un bambino caduto nell’Elba – trovandovi la morte, perché «non sa nuotare». Fuor di metafora: non sa sgomitare, sopraffare, prostituirsi.

Fabian è l’uomo buono che all’idiozia del Miškin dostoevskiano e alla schizofrenia della Shen-Te di Brecht, sostituisce l’ironia, con cui può osservare il mondo senza farsene incantare. Ne deriva un atteggiamento assai prossimo al ‘realismo depressivo’ che Jonathan Franzen, in Forse sognare, ascrive al romanziere sociale contemporaneo: «Se l’appiattimento del campo di possibilità è esattamente ciò che ti deprime, ti rifiuti di prendere parte all’appiattimento dichiarandoti depresso. Decidi che è il mondo a essere malato e che rifiutarsi di funzionare in un mondo come questo significa essere sani».

Michele Sisto

Erich Kästner, Fabian. Storia di un moralista ovvero L’andata a puttana, traduzione di Amina Pandolfi, prefazione di Gianfranco Bettin, Venezia, Marsilio, 2010

Esce, un po’ abbreviata, sul n. 63 di «Allegoria»

This entry was posted in Michele Sisto, Recensioni and tagged , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *